(foto Pixabay)
Il 21 febbraio è morto Domenico, un bambino di due anni e mezzo a cui era stato trapiantato un cuore gestito male e danneggiato.
Soprattutto il caso dei bambini che soffrono e muoiono (per malattie, per incidenti; nel peggiore dei casi per violenze) ci mette in crisi, perché noi abbiamo il nostro meccanismo di difesa dalle provocazioni, che passa soprattutto dal più potente degli alibi, quello di dirci che comunque se l’era meritato (qualunque sia il male e chiunque lo riceva), così da ricavarne implicitamente la conclusione che a noi non avrebbe potuto capitare.
Il male subìto, la morte, da parte di bambini soprattutto se piccolissimi, manda però in crisi questo nostro alibi: quale male avevano fatto in tempo a meritarsi? In questo senso la sofferenza e la morte dei bambini ci costringe ad ammettere che in realtà è la sofferenza e la morte stessa a essere ingiusta, immeritata, ciò che non desideriamo a meno che la vita si sia fatta persino più intollerabile della morte. È una delle vie per cui giungiamo a chiederci quale sorte possa aspettarci oltre quel passaggio a cui preferiamo non pensare ma che sappiamo aspettarci tutti e tutte.
Su questo la proposta cristiana ha una promessa sorprendente persino oggi. Non la sopravvivenza della memoria, che ha qualcosa di naturale e comunitario ed è semplice da motivare. Non l’immortalità dell’anima che è via percorsa da molte proposte umane e che ci sembra più accettabile solo perché cogliamo di non essere solo biologia e allora immaginiamo un’anima di cui però non abbiamo prove né tangibilità; e non essendo tangibile, possiamo serenamente sperare che sopravviva. Al contrario, il cristianesimo promette una risurrezione della carne, del corpo, che ci può sembrare ancora oggi assolutamente inverosimile, pur prendendo sul serio quella unità di tutto il nostro essere (che lo chiamiamo anima e corpo, oppure spirito, anima e carne, o in altri modi ancora) che oggi ci pare di nuovo, grazie anche alla scienza, particolarmente importante da mantenere.
Ma anche su questa “risurrezione” (che resta un’immagine, un modo di esprimere qualcosa di cui non abbiamo esperienza, nell’idea dell’alzarsi di nuovo dal letto di morte dove eravamo) la promessa cristiana non dice nulla di molto preciso: come è possibile? Come accadrà? Quando? Non ci sono risposte, c’è il nostro provare a pensarci senza alcuna indicazione chiara. Un po’ come facciamo noi adulti di fronte ad alcune domande dei bambini (“come faccio a scoprire chi sarà mio marito/mia moglie?”) a cui rispondiamo, in fondo in modo preciso: “Lo capirai”.
I vangeli su quel passaggio ci svelano pochissimo, solo ciò che Gesù risorto ci lascia intuire dai suoi comportamenti. Sostanzialmente tre cose. Intanto, che a risorgere è il suo corpo, con la sua storia. Il Gesù risorto ha i segni della croce, della sua vicenda, della sua sofferenza. Che non portano però più la morte, ma dicono chi è lui. In fondo è vero che noi ci riconosciamo nella nostra storia, forse soprattutto nelle nostre sofferenze, che sono quelle che raccontiamo a chi ci vuole conoscere, prima ancora dei nostri successi o sogni o progetti.
Poi, il corpo di Gesù è autentico (mangia, si fa toccare) ma non è più un limite (passa dalle porte chiuse a chiave). I nostri corpi sono il nostro tramite indispensabile alla vita, al mondo, agli altri, ma sono un tramite “spesso”, “opaco”, sovente appesantito, limitato. Non possiamo essere ovunque vorremmo, con chiunque vorremmo, a volte ci basta un mal di testa per limitare il nostro desiderio di donarci e di amare, quante volte il limite corporeo è quello che fa fraintendere anche i nostri desideri più puri. In Gesù vediamo un corpo diventato tramite puro, trasparente, solo positivo.
E poi, forse soprattutto, Gesù torna dai suoi amici. Non va a riprendere la predicazione, non si mostra al sinedrio per svergognarli e dir loro che si erano sbagliati e hanno perso. Va dai suoi, e li saluta augurando loro la pace (avrebbe anche potuto rimproverarli un po’, per averlo abbandonato: non lo fa). La risurrezione innanzi tutto come ripresa di relazioni personali. Nella risurrezione, ci viene da pensare, la prima cosa che Domenico recupererà sarà l’abbraccio di sua mamma...
Certo, è una promessa, senza prove. Come quella dell’affetto, dell’amicizia, dell’amore... Potrebbe essere un’illusione. Ma ci sono promesse in grado di trasformare la vita.
editoriale
(foto Pixabay)
Il 21 febbraio è morto Domenico, un bambino di due anni e mezzo a cui era stato trapiantato un cuore gestito male e danneggiato.
Soprattutto il caso dei bambini che soffrono e muoiono (per malattie, per incidenti; nel peggiore dei casi per violenze) ci mette in crisi, perché noi abbiamo il nostro meccanismo di difesa dalle provocazioni, che passa soprattutto dal più potente degli alibi, quello di dirci che comunque se l’era meritato (qualunque sia il male e chiunque lo riceva), così da ricavarne implicitamente la conclusione che a noi non avrebbe potuto capitare.
Il male subìto, la morte, da parte di bambini soprattutto se piccolissimi, manda però in crisi questo nostro alibi: quale male avevano fatto in tempo a meritarsi? In questo senso la sofferenza e la morte dei bambini ci costringe ad ammettere che in realtà è la sofferenza e la morte stessa a essere ingiusta, immeritata, ciò che non desideriamo a meno che la vita si sia fatta persino più intollerabile della morte. È una delle vie per cui giungiamo a chiederci quale sorte possa aspettarci oltre quel passaggio a cui preferiamo non pensare ma che sappiamo aspettarci tutti e tutte.
Su questo la proposta cristiana ha una promessa sorprendente persino oggi. Non la sopravvivenza della memoria, che ha qualcosa di naturale e comunitario ed è semplice da motivare. Non l’immortalità dell’anima che è via percorsa da molte proposte umane e che ci sembra più accettabile solo perché cogliamo di non essere solo biologia e allora immaginiamo un’anima di cui però non abbiamo prove né tangibilità; e non essendo tangibile, possiamo serenamente sperare che sopravviva. Al contrario, il cristianesimo promette una risurrezione della carne, del corpo, che ci può sembrare ancora oggi assolutamente inverosimile, pur prendendo sul serio quella unità di tutto il nostro essere (che lo chiamiamo anima e corpo, oppure spirito, anima e carne, o in altri modi ancora) che oggi ci pare di nuovo, grazie anche alla scienza, particolarmente importante da mantenere.
Ma anche su questa “risurrezione” (che resta un’immagine, un modo di esprimere qualcosa di cui non abbiamo esperienza, nell’idea dell’alzarsi di nuovo dal letto di morte dove eravamo) la promessa cristiana non dice nulla di molto preciso: come è possibile? Come accadrà? Quando? Non ci sono risposte, c’è il nostro provare a pensarci senza alcuna indicazione chiara. Un po’ come facciamo noi adulti di fronte ad alcune domande dei bambini (“come faccio a scoprire chi sarà mio marito/mia moglie?”) a cui rispondiamo, in fondo in modo preciso: “Lo capirai”.
I vangeli su quel passaggio ci svelano pochissimo, solo ciò che Gesù risorto ci lascia intuire dai suoi comportamenti. Sostanzialmente tre cose. Intanto, che a risorgere è il suo corpo, con la sua storia. Il Gesù risorto ha i segni della croce, della sua vicenda, della sua sofferenza. Che non portano però più la morte, ma dicono chi è lui. In fondo è vero che noi ci riconosciamo nella nostra storia, forse soprattutto nelle nostre sofferenze, che sono quelle che raccontiamo a chi ci vuole conoscere, prima ancora dei nostri successi o sogni o progetti.
Poi, il corpo di Gesù è autentico (mangia, si fa toccare) ma non è più un limite (passa dalle porte chiuse a chiave). I nostri corpi sono il nostro tramite indispensabile alla vita, al mondo, agli altri, ma sono un tramite “spesso”, “opaco”, sovente appesantito, limitato. Non possiamo essere ovunque vorremmo, con chiunque vorremmo, a volte ci basta un mal di testa per limitare il nostro desiderio di donarci e di amare, quante volte il limite corporeo è quello che fa fraintendere anche i nostri desideri più puri. In Gesù vediamo un corpo diventato tramite puro, trasparente, solo positivo.
E poi, forse soprattutto, Gesù torna dai suoi amici. Non va a riprendere la predicazione, non si mostra al sinedrio per svergognarli e dir loro che si erano sbagliati e hanno perso. Va dai suoi, e li saluta augurando loro la pace (avrebbe anche potuto rimproverarli un po’, per averlo abbandonato: non lo fa). La risurrezione innanzi tutto come ripresa di relazioni personali. Nella risurrezione, ci viene da pensare, la prima cosa che Domenico recupererà sarà l’abbraccio di sua mamma...
Certo, è una promessa, senza prove. Come quella dell’affetto, dell’amicizia, dell’amore... Potrebbe essere un’illusione. Ma ci sono promesse in grado di trasformare la vita.
La morte del piccolo Domenico e la promessa della risurrezione
01 marzo 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Il 21 febbraio è morto Domenico, un bambino di due anni e mezzo a cui era stato trapiantato un cuore gestito male e danneggiato.
Soprattutto il caso dei bambini che soffrono e muoiono (per malattie, per incidenti; nel peggiore dei casi per violenze) ci mette in crisi, perché noi abbiamo il nostro meccanismo di difesa dalle provocazioni, che passa soprattutto dal più potente degli alibi, quello di dirci che comunque se l’era meritato (qualunque sia il male e chiunque lo riceva), così da ricavarne implicitamente la conclusione che a noi non avrebbe potuto capitare.
Il male subìto, la morte, da parte di bambini soprattutto se piccolissimi, manda però in crisi questo nostro alibi: quale male avevano fatto in tempo a meritarsi? In questo senso la sofferenza e la morte dei bambini ci costringe ad ammettere che in realtà è la sofferenza e la morte stessa a essere ingiusta, immeritata, ciò che non desideriamo a meno che la vita si sia fatta persino più intollerabile della morte. È una delle vie per cui giungiamo a chiederci quale sorte possa aspettarci oltre quel passaggio a cui preferiamo non pensare ma che sappiamo aspettarci tutti e tutte.
Su questo la proposta cristiana ha una promessa sorprendente persino oggi. Non la sopravvivenza della memoria, che ha qualcosa di naturale e comunitario ed è semplice da motivare. Non l’immortalità dell’anima che è via percorsa da molte proposte umane e che ci sembra più accettabile solo perché cogliamo di non essere solo biologia e allora immaginiamo un’anima di cui però non abbiamo prove né tangibilità; e non essendo tangibile, possiamo serenamente sperare che sopravviva. Al contrario, il cristianesimo promette una risurrezione della carne, del corpo, che ci può sembrare ancora oggi assolutamente inverosimile, pur prendendo sul serio quella unità di tutto il nostro essere (che lo chiamiamo anima e corpo, oppure spirito, anima e carne, o in altri modi ancora) che oggi ci pare di nuovo, grazie anche alla scienza, particolarmente importante da mantenere.
Ma anche su questa “risurrezione” (che resta un’immagine, un modo di esprimere qualcosa di cui non abbiamo esperienza, nell’idea dell’alzarsi di nuovo dal letto di morte dove eravamo) la promessa cristiana non dice nulla di molto preciso: come è possibile? Come accadrà? Quando? Non ci sono risposte, c’è il nostro provare a pensarci senza alcuna indicazione chiara. Un po’ come facciamo noi adulti di fronte ad alcune domande dei bambini (“come faccio a scoprire chi sarà mio marito/mia moglie?”) a cui rispondiamo, in fondo in modo preciso: “Lo capirai”.
I vangeli su quel passaggio ci svelano pochissimo, solo ciò che Gesù risorto ci lascia intuire dai suoi comportamenti. Sostanzialmente tre cose. Intanto, che a risorgere è il suo corpo, con la sua storia. Il Gesù risorto ha i segni della croce, della sua vicenda, della sua sofferenza. Che non portano però più la morte, ma dicono chi è lui. In fondo è vero che noi ci riconosciamo nella nostra storia, forse soprattutto nelle nostre sofferenze, che sono quelle che raccontiamo a chi ci vuole conoscere, prima ancora dei nostri successi o sogni o progetti.
Poi, il corpo di Gesù è autentico (mangia, si fa toccare) ma non è più un limite (passa dalle porte chiuse a chiave). I nostri corpi sono il nostro tramite indispensabile alla vita, al mondo, agli altri, ma sono un tramite “spesso”, “opaco”, sovente appesantito, limitato. Non possiamo essere ovunque vorremmo, con chiunque vorremmo, a volte ci basta un mal di testa per limitare il nostro desiderio di donarci e di amare, quante volte il limite corporeo è quello che fa fraintendere anche i nostri desideri più puri. In Gesù vediamo un corpo diventato tramite puro, trasparente, solo positivo.
E poi, forse soprattutto, Gesù torna dai suoi amici. Non va a riprendere la predicazione, non si mostra al sinedrio per svergognarli e dir loro che si erano sbagliati e hanno perso. Va dai suoi, e li saluta augurando loro la pace (avrebbe anche potuto rimproverarli un po’, per averlo abbandonato: non lo fa). La risurrezione innanzi tutto come ripresa di relazioni personali. Nella risurrezione, ci viene da pensare, la prima cosa che Domenico recupererà sarà l’abbraccio di sua mamma...
Certo, è una promessa, senza prove. Come quella dell’affetto, dell’amicizia, dell’amore... Potrebbe essere un’illusione. Ma ci sono promesse in grado di trasformare la vita.