editoriale

Ciò che più manca e più sarebbe necessario è la speranza

01 marzo 2026

Cuneo

Johnny Dotti insieme a Chiara Genisio, vicepresidente nazionale della Fisc Johnny Dotti insieme a Chiara Genisio, vicepresidente nazionale della Fisc Oggi si misura tutto in termini di costi, ricavi e patrimonio ma ciò che più manca e più sarebbe necessario è la speranza. Un valore che sfugge alle regole del mercato, alla mercificazione, alla compravendita, alle regole dei like e dei followers. Eppure la speranza dovrebbe porsi alla base dell’esperienza esistenziale di ogni persona e di ogni comunità, dal Paese alla singola Città. La speranza di aprirsi al cambiamento, al dialogo, al confronto, alla fiducia nel futuro e per questo sentire il bisogno di progettarlo insieme per sé e per gli altri. E vale anche per chi, come noi, la Città la racconta. Quali sono sfide per chi si occupa di informazione e di informazione locale come i settimanali cattolici del territorio? Ne ha parlato Johnny Dotti, pedagogista, imprenditore sociale e formatore, all’incontro dei direttori della Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici ospitati a Fossano, nella nuova sede de La Fedeltà. Dotti parla a partire dalla sua esperienza di amministratore delegato di ON impresa sociale, presidente di “È-one abitare ge­nerativo”. Di presidente di Cgm (il Consorzio Gino Matterelli, la più grande rete italiana della cooperazione sociale) e di Welfare Italia ser­vizi. È tra i fon­datori di Comm.On!, associazione che sviluppa iniziative e progetti di economia generativa e in Università Cattolica dirige il Laboratorio Analisi e gestione di fenomeni sociali complessi presso la cattedra di Sociologia. “Le esperienze di pensiero, che noi chiamiamo generatività - spiega -, cioè modalità per separare produzione e consumo, oggi sono incastrate in un meccanismo che tende a concepire la realtà soltanto in termini di costi, ricavi e patrimonio attivo e passivo. Ma non ci si può fermare lì. Ciò che è più necessario in questo periodo è la speranza. Io credo che se voi - settimanali cattolici locali - continuate a vivere, e non solo a sopravvivere, e a essere voce di tanti, potete farlo nel nome della speranza, che oggi è una virtù sconosciuta alla società dei prodotti e della produzione”. Cosa veicolano i nostri giornali? Che speranza trasmettono a chi li legge? Il capitalismo di oggi Per il capitalismo le forme non muoiono. Per noi cristiani, invece, muoiono ma risuscitano. E qual è la provocazione? Che noi stiamo dentro a un flusso molto accelerato, in cui è scontato che la salvezza capitalista significhi vivere biologicamente più a lungo nel massimo del confort. Questo mito è entrato in maniera potentissima nella vita quotidiana di tutti. Con l’Università di Bergamo abbiamo fatto una piccola ricerca nelle scuole superiori includendo 10 mila ragazzi tra i 14 e i 20 anni. Al primo posto di ciò che vale nella vita, per il 64% di loro ci sono i soldi. Perché la condizione che permette di vivere a lungo e senza troppi problemi è avere tanti soldi. E questo nella cattolicissima Bergamo. E sono le risposte di chi va a scuola ma c’è tutta un’altra parte che non va a scuola, e forse lì la percentuale si alza ancora. Ma cosa raccontiamo a questi figlioli? Perché l’esperienza quotidiana è esattamente una società che invecchia molto rapidamente e non si rigenera dal punto di vista etologico. Non lo dico come una “maledizione”, la intendo come condizione di contesto socio-antropologico che dovrebbe farci porre delle domande. La demografia Nel 2024, il numero di ottantenni ha superato il numero di bambini under 10 anni. Vuol dire immaginarsi tutte le classi, dall’asilo nido alla quinta elementare, occupate da ultraottantenni. Noi siamo la prima generazione che ha prodotto questa forma sociale. La domanda è: cosa raccontiamo noi di questa cosa? Che uomo è? Che vita è? Guardate che questo assetto demografico non cambierà nei prossimi 30 anni, a meno che ci sia una guerra, che oggi purtroppo è una probabilità alta. Come sta in piedi una società così? A breve gli over 65 supereranno gli under 25, è questione di 3 o 4 anni. Proviamo a immaginarla questa situazione. I matrimoni Guardiamo i matrimoni. Sono otto anni che, mettendo insieme i matrimoni civili e religiosi, non si raggiunge il numero di matrimoni del 1943, in piena seconda guerra mondiale, e c’erano i bombardamenti. Eppure il matrimonio nella nostra storia, non solo quella cattolica ma anche della costituzione civile, è il luogo in cui l’amore diventa pubblico, non è soltanto uno scambio affettivo ed emotivo tra due individui ma è riconoscimento di un valore più grande. Tanto è vero che tutta la ritualità è costruita come una forma comunitaria: ci si sposa in un luogo comunitario, che sia la chiesa, il comune o un parco. Il matrimonio non è solo una cosa di due, non è cosa privata, è di tutti, è una condizione rigenerativa della comunità. Capite come la divisione capitalista nella concezione del matrimonio come atto privato ci ha intriso? Un matrimonio sta su perché un Io e un Tu si soddisfano. Capite com’è penetrato il mito? Antropologicamente, per il capitalismo, l’uomo è un individuo. Per un cattolico non è cosi, è una persona. Una persona che ha un’individualità, ma non è un individuo.  Quale speranza Cos’è oggi la speranza? Nel vissuto quotidiano di tanti è giocare e vincere tanti soldi così che la vita possa cambiare nel futuro. Ma avete visto i dati sul gioco d’azzardo? (Il dato ultimo sul Piemonte riporta che nel 2024 si sono bruciati oltre 9 miliardi e mezzo nell’azzardo. In media ogni piemontese, considerando anche i minori per i quali l’azzardo è vietato, ha speso 2.232 euro nel gioco fisico o on line, ndr). Non è un problema di malattia, è un problema di costituzione di che cosa è  per noi la speranza. I due gruppi che giocano di più sono gli under 25 e gli over 65, esattamente i due punti di polarizzazione a cui la demografia ci sta portando. Tutti i videogiochi dei bambini sono costruiti esattamente per preparare i precetti del gioco d’azzardo: tutti hanno l’idea della progressione e del fatto che se arrivi a un certo punto, vinci con l’idea dell’infinito, cioè di dover vincere senza e smettere mai. Ma quale speranza è? Siamo tra le nazioni che usano più psicofarmaci al mondo, dagli ansiolitici agli antidepressivi. Non li usano soltanto gli anziani che hanno appena perso il marito o la moglie e che quindi devono supportare l’elaborazione del lutto. Negli ultimi anni mi è capitato di seguire delle comunità neuropsichiatrice nelle quali ho visto casi di depressioni maggiori a 9-10 anni, prima della maturazione sessuale. Il Covid È stata solo una parentesi il Covid? Se la leggiamo da cristiani per me non può essere così. È stata un’apocalisse, una rivelazione di chi siamo. Eppure noi ci siamo divisi tra vax e no-vax. Non possiamo tornare come prima. È venuta la morte a trovarci, eppure oramai è considerata solo più una parentesi, per cui l’unico obiettivo è ritornare ai fatturati di prima. Ma il Covid non può essere solo quello. Ha messo, per esempio, in discussione tutta la questione della libertà. Siamo stati capaci noi, da cristiani, di dire che la libertà non è una questione individuale? La mia libertà è la libertà dell’altro? Un cristiano non crede alla libertà individuale: crede alla libertà personale, di tutti i sei pronomi messi assieme, non alla libertà dell’io. La vocazione Dal punto di vista antropologico, l’uomo non può vivere senza una vocazione. E la vocazione è vivere: non si può vivere senza una vocazione a vivere, cioè non si può vivere senza un senso. La salvezza capitalista il senso non lo prevede. Prevede il puro funzionamento: una cosa vale, è importante se funziona. Se non funziona, non vale. Giornali ed educazione I giornali sono strumenti di educazione e della questione del senso che deve emergere. Educano, ad esempio, al senso della parola. Le parole nel sistema digitale binario gnostico e manicheo, che usano i social, non esistono più. Invece la parola per noi è sacra, La nostra è la religione della Parola. Il sistema binario vede solo i termini e non le parole. Con le nostre parole dobbiamo essere capaci di provocare, raccontare e raccogliere la realtà che ci sollecita. E raccontare è anche creare dialettica e conflitto. Non c’è pace senza conflitto. Il conflitto è necessario nella relazione ma bisogna attraversarlo, e così diventa dialogo, scoperta, ascolto. Non possiamo essere neutri, è impossibile educare senza conflfitto. L’Italia di oggi Se dovessi fare un titolo di giornale, con poche parole, descriverei l’Italia d’oggi come: “Ci sono molte braccia ma non c’è più la legna”. La legna per me sono le forme istituzionali: non ci sono forme istituzionali in grado di alimentare quelle braccia, e il vertice è lontano. Le forme dello scorso millennio scompariranno alla velocità della luce sia dal punto di vista religioso (dalla controriforma in poi) che dal punto di vista politico (dall’illuminismo in avanti). Il digitale usa i nostri linguaggi stravolgendoli: per noi, che viviamo di piccole comunità, il linguaggio non è nient’altro che l’espressione dell’alleanza della comunità; il digitale invece fa un’operazione di grandissima verticalizzazione e di costruzione di immaginari. La parola comunità è fondamentale nel cristianesimo, i social se ne sono impossessati ma con altri significati. Il futuro? Bisogna avere delle visioni, dei paradigmi che vanno oltre: se si difende solo una forma che viene dal passato, è finita. Stiamo riformando davvero la nostra società? No. Stiamo riformando la Chiesa? No. Il rispetto della tradizione, che è una delle vie della fede, non è l’antiquariato. La tradizione è “tradere”, cioè trasmettere e consegnare. Quindi la tradizione si trasforma per sua natura, sennò non è una tradizione. Bisogna consegnare il valore ad un’altra generazione, che è altra, dobbiamo ricordarcelo, e questo non si può fare partendo dal presupposto “quello che ho fatto io è giusto, ora tocca a te”. Bisogna trovare un modo nuovo anche dove c’è tensione e polarizzazione. Al momento c’è una grande confusione per cui ci stiamo riempiendo di fondamentalismo e tradizionalismo e di movimenti identitari, sia nella Chiesa che nella società: è il meccanismo per cui le comunità che si sentono violentate dall’individualismo si difendono. Ma fondamentalismo e individualismo sono la faccia della stessa medaglia. I direttori all'incontro della Fisc a Fossano I direttori che hanno preso parter all'incontro della Fisc a Fossano
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