(foto Pixabay)
Il 19 gennaio, Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni non governative attiva nella lotta alla povertà), ha pubblicato uno studio dal titolo “Resisting the rule of the rich – Protecting freedom from billionaire power” (più o meno “Resistere alla legge del più ricco - Proteggere la libertà dal potere dei miliardari”).
Il dato di partenza delle 69 pagine del rapporto è che, nel 2025, la ricchezza dei miliardari in tutto il mondo è cresciuta tre volte più velocemente rispetto a quanto accaduto nei cinque anni precedenti. La frammentazione globale, scatenata dalle politiche economiche e tariffarie del Presidente Trump, ha avuto l’effetto di indebolire le catene internazionali della produzione del valore, ma, allo stesso tempo, ha favorito un nuovo salto nel processo di accumulazione della ricchezza nelle mani di pochissimi. A livello globale, l’ammontare della ricchezza guadagnata dai miliardari del pianeta nello scorso anno sarebbe sufficiente a coprire una donazione di 250 dollari a ogni abitante della terra e, nonostante questo, lasciare intatto un incremento di ricchezza di 500 miliardi di dollari per ciascuno dei super-paperoni del globo. I 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono più ricchezza di metà degli abitanti della terra.
Lasciando da parte l’analisi e il commento su questi dati, suscita un certo interesse quanto si legge nel rapporto sugli effetti della disuguaglianza economica sui processi democratici. Secondo gli studiosi che hanno elaborato la ricerca, infatti, c’è un legame preciso tra le disuguaglianze economiche e quelle che chiamano “disuguaglianze politiche”, fino ad affermare che esiste una relazione documentata e diretta tra l’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi e l’erosione dei tessuti democratici. Risulta, infatti, che per un miliardario sia 4.000 volte più probabile ricoprire un incarico pubblico rispetto a una persona con redditi ordinari. La disuguaglianza economica è, inoltre, uno dei principali indicatori predittivi di un collasso democratico. Nei Paesi dove le disuguaglianze sono maggiori, le probabilità che abbia effettivamente luogo una erosione dei sistemi democratici sono sette volte maggiori rispetto agli altri Stati. Gli autoritarismi, in contesti di disuguaglianza, si affermano in vari modi, come l’indebolimento dei sistemi e degli organi di controllo o che garantiscono un bilanciamento dei poteri, la manipolazione delle elezioni, la restrizione delle libertà civili, oppure la normalizzazione di pratiche autoritarie come la concentrazione del potere nelle mani del leader politico di turno.
Tutto questo, evidentemente, è più semplice che accada in un tessuto economico, sociale e culturale indebolito da varie forme di povertà, a loro volta innescate o alimentate dalle disuguaglianze.
Una ristretta cerchia di persone, inoltre, ha assunto il controllo di mezzi di informazione, social e tecnologie strategiche. Secondo quanto scrive Oxfam, i super-ricchi del nostro pianeta possiedono oltre la metà dei maggiori mass-media. Nove dei maggiori dieci social media nel mondo sono di proprietà di soli sei miliardari; otto delle dieci maggiori società nell’ambito dell’intelligenza artificiale sono nelle mani di miliardari e solamente tre di loro controllano il 90% nel mercato dei “chatbot” basati su applicativi di intelligenza artificiale generativa (semplificando, quegli strumenti di intelligenza artificiale in grado di “dialogare” con un interlocutore e di generare contenuti anche attraverso sistemi di apprendimento automatico).
Come da tempo segnala il Professor Stefano Zamagni, il capitalismo non ha più bisogno della democrazia per realizzare profitti. È finita l’epoca nella quale tra libertà di iniziativa economica e democrazia pareva esserci un legame indissolubile. Oggi, i nuovi padroni del mondo vedono i processi democratici come costosi e inefficienti.
Ci sarebbe più di un buon motivo per scoraggiarsi, ma non possiamo permettercelo. La strada da percorrere è esattamente inversa rispetto a quella battuta fino ad oggi. Ripartire dagli ultimi, da chi è ai margini di questo sistema ingiusto, è la premessa non solo per ridare dignità al nostro sistema economico e sociale, ma per sostenere la democrazia e proteggere la nostra stessa libertà.
editoriale
(foto Pixabay)
Il 19 gennaio, Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni non governative attiva nella lotta alla povertà), ha pubblicato uno studio dal titolo “Resisting the rule of the rich – Protecting freedom from billionaire power” (più o meno “Resistere alla legge del più ricco - Proteggere la libertà dal potere dei miliardari”).
Il dato di partenza delle 69 pagine del rapporto è che, nel 2025, la ricchezza dei miliardari in tutto il mondo è cresciuta tre volte più velocemente rispetto a quanto accaduto nei cinque anni precedenti. La frammentazione globale, scatenata dalle politiche economiche e tariffarie del Presidente Trump, ha avuto l’effetto di indebolire le catene internazionali della produzione del valore, ma, allo stesso tempo, ha favorito un nuovo salto nel processo di accumulazione della ricchezza nelle mani di pochissimi. A livello globale, l’ammontare della ricchezza guadagnata dai miliardari del pianeta nello scorso anno sarebbe sufficiente a coprire una donazione di 250 dollari a ogni abitante della terra e, nonostante questo, lasciare intatto un incremento di ricchezza di 500 miliardi di dollari per ciascuno dei super-paperoni del globo. I 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono più ricchezza di metà degli abitanti della terra.
Lasciando da parte l’analisi e il commento su questi dati, suscita un certo interesse quanto si legge nel rapporto sugli effetti della disuguaglianza economica sui processi democratici. Secondo gli studiosi che hanno elaborato la ricerca, infatti, c’è un legame preciso tra le disuguaglianze economiche e quelle che chiamano “disuguaglianze politiche”, fino ad affermare che esiste una relazione documentata e diretta tra l’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi e l’erosione dei tessuti democratici. Risulta, infatti, che per un miliardario sia 4.000 volte più probabile ricoprire un incarico pubblico rispetto a una persona con redditi ordinari. La disuguaglianza economica è, inoltre, uno dei principali indicatori predittivi di un collasso democratico. Nei Paesi dove le disuguaglianze sono maggiori, le probabilità che abbia effettivamente luogo una erosione dei sistemi democratici sono sette volte maggiori rispetto agli altri Stati. Gli autoritarismi, in contesti di disuguaglianza, si affermano in vari modi, come l’indebolimento dei sistemi e degli organi di controllo o che garantiscono un bilanciamento dei poteri, la manipolazione delle elezioni, la restrizione delle libertà civili, oppure la normalizzazione di pratiche autoritarie come la concentrazione del potere nelle mani del leader politico di turno.
Tutto questo, evidentemente, è più semplice che accada in un tessuto economico, sociale e culturale indebolito da varie forme di povertà, a loro volta innescate o alimentate dalle disuguaglianze.
Una ristretta cerchia di persone, inoltre, ha assunto il controllo di mezzi di informazione, social e tecnologie strategiche. Secondo quanto scrive Oxfam, i super-ricchi del nostro pianeta possiedono oltre la metà dei maggiori mass-media. Nove dei maggiori dieci social media nel mondo sono di proprietà di soli sei miliardari; otto delle dieci maggiori società nell’ambito dell’intelligenza artificiale sono nelle mani di miliardari e solamente tre di loro controllano il 90% nel mercato dei “chatbot” basati su applicativi di intelligenza artificiale generativa (semplificando, quegli strumenti di intelligenza artificiale in grado di “dialogare” con un interlocutore e di generare contenuti anche attraverso sistemi di apprendimento automatico).
Come da tempo segnala il Professor Stefano Zamagni, il capitalismo non ha più bisogno della democrazia per realizzare profitti. È finita l’epoca nella quale tra libertà di iniziativa economica e democrazia pareva esserci un legame indissolubile. Oggi, i nuovi padroni del mondo vedono i processi democratici come costosi e inefficienti.
Ci sarebbe più di un buon motivo per scoraggiarsi, ma non possiamo permettercelo. La strada da percorrere è esattamente inversa rispetto a quella battuta fino ad oggi. Ripartire dagli ultimi, da chi è ai margini di questo sistema ingiusto, è la premessa non solo per ridare dignità al nostro sistema economico e sociale, ma per sostenere la democrazia e proteggere la nostra stessa libertà.
Disuguaglianza economica e autoritarismi: è possibile resistere alla legge del più ricco?
22 febbraio 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Il 19 gennaio, Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni non governative attiva nella lotta alla povertà), ha pubblicato uno studio dal titolo “Resisting the rule of the rich – Protecting freedom from billionaire power” (più o meno “Resistere alla legge del più ricco - Proteggere la libertà dal potere dei miliardari”).
Il dato di partenza delle 69 pagine del rapporto è che, nel 2025, la ricchezza dei miliardari in tutto il mondo è cresciuta tre volte più velocemente rispetto a quanto accaduto nei cinque anni precedenti. La frammentazione globale, scatenata dalle politiche economiche e tariffarie del Presidente Trump, ha avuto l’effetto di indebolire le catene internazionali della produzione del valore, ma, allo stesso tempo, ha favorito un nuovo salto nel processo di accumulazione della ricchezza nelle mani di pochissimi. A livello globale, l’ammontare della ricchezza guadagnata dai miliardari del pianeta nello scorso anno sarebbe sufficiente a coprire una donazione di 250 dollari a ogni abitante della terra e, nonostante questo, lasciare intatto un incremento di ricchezza di 500 miliardi di dollari per ciascuno dei super-paperoni del globo. I 12 miliardari più ricchi del mondo possiedono più ricchezza di metà degli abitanti della terra.
Lasciando da parte l’analisi e il commento su questi dati, suscita un certo interesse quanto si legge nel rapporto sugli effetti della disuguaglianza economica sui processi democratici. Secondo gli studiosi che hanno elaborato la ricerca, infatti, c’è un legame preciso tra le disuguaglianze economiche e quelle che chiamano “disuguaglianze politiche”, fino ad affermare che esiste una relazione documentata e diretta tra l’accumulazione della ricchezza nelle mani di pochi e l’erosione dei tessuti democratici. Risulta, infatti, che per un miliardario sia 4.000 volte più probabile ricoprire un incarico pubblico rispetto a una persona con redditi ordinari. La disuguaglianza economica è, inoltre, uno dei principali indicatori predittivi di un collasso democratico. Nei Paesi dove le disuguaglianze sono maggiori, le probabilità che abbia effettivamente luogo una erosione dei sistemi democratici sono sette volte maggiori rispetto agli altri Stati. Gli autoritarismi, in contesti di disuguaglianza, si affermano in vari modi, come l’indebolimento dei sistemi e degli organi di controllo o che garantiscono un bilanciamento dei poteri, la manipolazione delle elezioni, la restrizione delle libertà civili, oppure la normalizzazione di pratiche autoritarie come la concentrazione del potere nelle mani del leader politico di turno.
Tutto questo, evidentemente, è più semplice che accada in un tessuto economico, sociale e culturale indebolito da varie forme di povertà, a loro volta innescate o alimentate dalle disuguaglianze.
Una ristretta cerchia di persone, inoltre, ha assunto il controllo di mezzi di informazione, social e tecnologie strategiche. Secondo quanto scrive Oxfam, i super-ricchi del nostro pianeta possiedono oltre la metà dei maggiori mass-media. Nove dei maggiori dieci social media nel mondo sono di proprietà di soli sei miliardari; otto delle dieci maggiori società nell’ambito dell’intelligenza artificiale sono nelle mani di miliardari e solamente tre di loro controllano il 90% nel mercato dei “chatbot” basati su applicativi di intelligenza artificiale generativa (semplificando, quegli strumenti di intelligenza artificiale in grado di “dialogare” con un interlocutore e di generare contenuti anche attraverso sistemi di apprendimento automatico).
Come da tempo segnala il Professor Stefano Zamagni, il capitalismo non ha più bisogno della democrazia per realizzare profitti. È finita l’epoca nella quale tra libertà di iniziativa economica e democrazia pareva esserci un legame indissolubile. Oggi, i nuovi padroni del mondo vedono i processi democratici come costosi e inefficienti.
Ci sarebbe più di un buon motivo per scoraggiarsi, ma non possiamo permettercelo. La strada da percorrere è esattamente inversa rispetto a quella battuta fino ad oggi. Ripartire dagli ultimi, da chi è ai margini di questo sistema ingiusto, è la premessa non solo per ridare dignità al nostro sistema economico e sociale, ma per sostenere la democrazia e proteggere la nostra stessa libertà.