editoriale

La lezione dell’autenticamente umano dei giochi olimpici e il sogno di Dio

15 febbraio 2026

Cuneo

Logo Olimpiadi Milano Cortina 2026 Qualcuno si è accorto che sono in corso le Olimpiadi invernali, per giunta in Italia? Quanti di noi si trovano a sbirciare notizie o filmati sulle gare, magari appassionandosi a sport che non sapevamo esistessero? È un rito che si ripete ogni due anni, ormai (alternando Olimpiadi estive e invernali) e su cui, come in ogni rito, come in ogni evento, c’è chi riesce a muovere obiezioni: si spende troppo, si disturba il ritmo ordinario delle città che ospitano, ci sono abusi... ma non sono mancate neppure obiezioni più “religiose”, perché ci si concentra sulle prestazioni fisiche e atletiche e questo può sembrarci poco spirituale, poco attento alla profondità dell’essere umano. L’attenzione mediatica, a sua volta, ci aiuta ancora di più a farci attirare da giudizi severi. D’altronde è vero che la tradizione olimpica ci viene dalla cultura greca e non da quella biblica o semitica. Alcune pagine già del Primo Testamento, tuttavia, ci aiutano a impostare in altro modo la questione. Ci si mette già il testo della creazione dell’uomo, «a immagine e secondo la somiglianza di Dio» (Gen 1,26-27: lo abbiamo citato già la settimana scorsa). Si tratta di una pagina molto meditata, che va contro le attese culturali dentro alle quali è nata, e quindi ancora più preziosa. È il riconoscimento che tutto ciò che è autenticamente umano ha valore, è prezioso, è all’altezza di Dio. E poi ci sono un paio di passi nei salmi che confermano quella valutazione. Nel primo caso siamo chiamati a interpretare con attenzione il passo, che sostiene che Dio non tiene conto del vigore del cavallo e dell’eleganza della corsa dell’uomo (Sal 146,10): nel dire questo, ovviamente, chi scrive ammette il vigore equino e l’agilità umana, che il Signore può addirittura trascurare ma che non svaluta. Ma poi c’è il salmo 8, che per esaltare Dio parla dell’essere umano, del suo ruolo nel mondo al di sopra delle altre creature, al punto di dire che «l’hai fatto poco diverso da Dio» (Sal 8,6): la traduzione a cui siamo abituati ci diceva “poco inferiore”, ed è sicuramente una traduzione possibile e grammaticalmente corretta, ma il senso è semplicemente di differenza, di distanza. Un po’ diverso da Dio, non molto, quasi come lui. E in questa valutazione non si distingue l’uomo quando è impegnato e concentrato, quando si dedica ad attività intellettuali superiori, perché si è appena detto che questa lode viene addirittura dai lattanti. È l’essere umano in quanto tale a essere interessante, il suo mostrarsi per ciò che è. E allora viene da pensare anche a un passaggio del Nuovo Testamento, là dove Paolo elenca i frutti degni dello Spirito divino, contro i quali non è ipotizzabile alcuna legge divina: «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Se ci sono questi elementi, sono ciò che Dio vuole, sono il meglio per l’umanità e per la sua relazione con il creatore. È esattamente quello che notiamo quasi sempre in questi giochi olimpici in cui vediamo sportivi felici di aver partecipato arrivando ultimi, preoccupati per gli incidenti occorsi ai loro avversari, pronti a complimentarsi con chi li ha battuti... in cui vediamo persone gareggiare sotto le insegne delle proprie nazioni, di cui sono orgogliosi di portare i colori, e insieme abbracciarsi con i competitori di altri stati. Non mancano le ombre e le macchie, anche in questi contesti, ma sono infinitamente inferiori ai motivi di gioia e pace. Non c’è apparentemente nulla di spirituale o divino, nei giochi olimpici, e ci sono anche alcuni particolari discutibili. Eppure c’è moltissimo di autenticamente umano, che parla di armonia e competizione sana, per migliorarsi e giungere alla versione più autentica di se stessi più che per sovrastare gli altri. E questo è in sintonia con lo Spirito di Dio, con l’intenzione divina sull’umano, che gli esseri umani ne siano consapevoli o no. Perché sogno di Dio, ci dice la Bibbia, non è di essere onorato o servito, ma che l’umano sia autenticamente e felicemente se stesso... come chiunque ama davvero.
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