editoriale

Quando quasi tutto era un “dono del popolo americano”

08 febbraio 2026

Cuneo

Evito gli album delle fotografie, perché non mi piace guardare all’indietro. Non temo la nostalgia per le cose passate, bensì la disillusione nel rivedere persone ed avvenimenti che la memoria, col tempo, ha levigato ed abbellito. Eppure, quando il presente precipita e vengono improvvisamente meno i punti di riferimento, restano soltanto le  fotografie ed i fotogrammi per assicurarci che fino a ieri non abbiamo sognato. Ed è alle immagini d’epoca che mi rivolgo per convincermi che l’America, che da bambino ho spontaneamente amato, è esistita davvero. La prima fotografia di un album immaginario rappresenta la nave americana “Gripsholm” nel porto di Napoli, dalla quale vengono scaricati sacchi di grano, tutti marchiati con la bandiera degli Stati Uniti. È grano coltivato nelle pianure americane e canadesi, di un tipo molto proteico: ancora oggi si commercia la farina “Manitoba”.  Nel 1945/46 l’Italia correva il rischio della carestia, come dopo le guerre medievali, e del freddo invernale per mancanza di combustibili, il tutto aggravato dalla paralisi dei trasporti. Le navi americane scaricarono anche carbone e carburante. Inserisco, per inciso, una mia fotografia del 1955 nella colonia marina di Oneglia, gestita dalla Pontificia Opera d’Assistenza: nella cucina da campo, attrezzata nel cortile di una scuola, i pacchi del latte in polvere recavano ancora la scritta “dono del popolo americano” ed il formaggio veniva ritagliato da contenitori circolari inconfondibilmente (anche per il gusto atroce) USA. La fotografia del generale George Catlett Marshall (espressione pacata, ma ferma, da onesto dirigente di banca) lo cataloga inequivocabilmente tra i militari da strategia, all’opposto dei generali cow boy, quali Patton e Mac Arthur. La sua strategia, come capo di stato maggiore americano, portò alla vittoria in Europa e nel Pacifico. E la esercitò ancora con successo nel primo dopo guerra, quale segretario di stato del Presidente Harry Truman, ideando il piano che prese il suo nome. Si trattò di un massiccio intervento di aiuti economici e finanziari, per un totale di 13 miliardi di dollari (valuta dell’epoca), per risollevare le nazioni europee dalle loro macerie. Nei quattro anni di durata del piano (48-52), l’Italia fruì di 1,5 miliardi di dollari, utilizzati nei primi anni per importazioni di grano, petrolio, carbone e, in seguito, per la riattivazione di strade, ferrovie, porti, reti e per la ricostruzione e modernizzazione delle aziende. Il tutto senza una contropartita finanziaria. O meglio: passiamo alla fotografia di un manifesto diffuso capillarmente in  occasione delle cruciali elezioni del 1948. Al centro, una cassaforte aperta dalla quale escono i miliardi dell’America indirizzati in tutti i settori della vita di allora. Una cassaforte, era ben chiaro, che si sarebbe chiusa se le urne avessero premiato lo schieramento social comunista. L’Italia alacre di quei tempi  fece buon uso di quei soldi, dando avvio, dopo il 1952, al “miracolo italiano”, fedelmente allineata, in contropartita, nel campo occidentale e nella NATO. Contropartita anticomunista che l’ambasciatrice americana Clara Boothe Luce, vedi foto con pelliccia, mazzo di fiori tra le braccia e secondo marito al seguito, dal fortilizio di via Veneto non mancava di ricordare energicamente a partiti, sindacati, industriali. Ma per me, bambino degli anni Cinquanta, ancora ignaro degli inesorabili “do ut des” della vita, l’America era un mito. Ricavo una fotografia del 1953 dalla Gazzetta del popolo, che rappresenta una macchina americana Studebacker, parcheggiata in corso Nizza, di fronte al palazzo dell’INPS. Modello iconico con l’inconfondibile “muso a proiettile”, motore a sei cilindri, dimensioni…americane. Era di fronte all’ufficio di mio padre, che la vide e, giunto a casa, la descrisse. “Ogni famiglia americana ha un’automobile” concluse ed io vi credetti solo perché l’aveva detto mio padre. Il mito hollywoodiano lo riscopro nelle raccolte delle locandine dei film dell’epoca, quelle che venivano affisse anche nella bacheca del salone cinematografico dell’oratorio salesiano. Il genere è immancabilmente western ed i protagonisti sono John Wayne e Gary Cooper, ma anche James Stewart e Kirk Douglas. Trovo ancora, e lo ricordo, l’ultimo Tom Mix, quello in versione sonora. Spavaldi, coraggiosi, leali, vittoriosi contro i cattivi (banditi e indiani in versione convenzionale):  questi erano per noi gli americani e li imitavamo nei nostri giochi.
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