(foto Ansa/Sir)
“In politica, la verità non basta: bisogna anche che sia credibile.”
Non si conosce l’autore di questa affermazione ma essa individua la cinghia di trasmissione che può rendere vitale e costruttivo il rapporto tra i cittadini e chi li governa: la credibilità. Nessuno vota leader o partiti ai quali non è disposto a concedere una quota importante di fiducia. Ma su cosa si fonda questa fiducia?
La logica direbbe sulla credibilità del politico come persona e sul realismo rispettoso della verità dei suoi programmi. Nelle dinamiche politiche di oggi, tuttavia, le cose sembrano procedere diversamente. Spesso le motivazioni del consenso sono altre: un reddito di cittadinanza anche senza lavoro, l’abbassamento dell’età pensionabile, l’eliminazione dell’accisa sui carburanti o delle liste di attesa nella sanità e così via. Promesse - ne sentiamo ogni giorno - non mantenute perché incompatibili con lo stato reale dei conti pubblici, come ben sapevano le stesse forze politiche che le hanno cavalcate. Eppure, se il 50% degli elettori disillusi a votare non ci va più, milioni di altri ci hanno creduto. Accade da sempre in ogni paese. In Italia, forse, un po’ di più.
Chi fa politica sa che non dovrebbe mentire, ma a volte usa la menzogna come strumento per ‘orientare’ le scelte a proprio vantaggio. Non si tratta per forza di bugie plateali, più spesso di mezze verità, silenzi strategici, promesse vaghe, slogan che semplificano fino a deformare. E il sistema di oggi, con la complicità dei social e di una informazione pilotata, premia chi semplifica e promette, non chi spiega e avverte.
Accade perché la verità nuda e cruda risulta poco “vendibile” per ottenere il consenso e il voto. O a causa della complessità di problemi enormi che vengono semplificati o ridotti a contrapposizioni tra tifoserie. Come per le gravi crisi internazionali di questo momento storico o per questioni nazionali, come il prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati o la modifica in cantiere della legge elettorale.
L’azione politica, che dovrebbe mirare alla ricerca di intese nell’interesse di tutti i cittadini, non solo di una parte, per chi governa spesso diventa scorciatoia per imporre se stesso, il proprio potere e il proprio progetto. Non che i politici siano tutti menzogneri: ci sono anche quelli che hanno il coraggio di dire cose impopolari ma vere, di cambiare idea spiegando perché, di accettare il costo della trasparenza. Ma non è un fenomeno molto diffuso.
Perché non paga e perché anche noi cittadini siamo diventati meno disposti ad accettare la verità quando è scomoda, non conforme alle nostre aspettative.
Oggi però sembra esserci un salto ulteriore nel distacco tra la politica e la verità. Ne è campione Donald Trump, che agisce brutalmente con metodi e obiettivi che calpestano i principi stessi della democrazia. Ma non mancano in Europa e in Italia quelli che simpatizzano per lui e per i suoi metodi.
La novità è un agire politico totalmente indifferente alla verità, alla realtà delle persone in carne e ossa. Segue un progetto (se c’è) che prescinde da qualsiasi confronto con scelte, storie e diritti dei cittadini reali. Che sono tutti i cittadini nelle loro enormi e anche complesse diversità culturali, sociali, religiose, etniche. È un agire politico tipico delle autocrazie e delle dittature, che tendono a eliminare tutto ciò che si contrappone all’affermazione di un potere unico, che non tollera bilanciamenti, contrappesi, autonomie di altri poteri come la magistratura e l’informazione. Che per affermarsi riduce senza scrupoli gli spazi di libertà: di dissentire, di protestare, di informare e informarsi, di esprimere critiche, di essere “diversi”.
È anche alla luce di questo piano inclinato verso cui sembra scivolare la democrazia americana e dove sono già precipitati altri grandi paesi (Russia, Cina su tutte) che bisogna saper valutare qui, in Italia, non soltanto le vicinanze e le affinità con questo mondo, ma anche le piccole, singole scelte sulle nostre politiche nazionali ed europee.
editoriale
(foto Ansa/Sir)
“In politica, la verità non basta: bisogna anche che sia credibile.”
Non si conosce l’autore di questa affermazione ma essa individua la cinghia di trasmissione che può rendere vitale e costruttivo il rapporto tra i cittadini e chi li governa: la credibilità. Nessuno vota leader o partiti ai quali non è disposto a concedere una quota importante di fiducia. Ma su cosa si fonda questa fiducia?
La logica direbbe sulla credibilità del politico come persona e sul realismo rispettoso della verità dei suoi programmi. Nelle dinamiche politiche di oggi, tuttavia, le cose sembrano procedere diversamente. Spesso le motivazioni del consenso sono altre: un reddito di cittadinanza anche senza lavoro, l’abbassamento dell’età pensionabile, l’eliminazione dell’accisa sui carburanti o delle liste di attesa nella sanità e così via. Promesse - ne sentiamo ogni giorno - non mantenute perché incompatibili con lo stato reale dei conti pubblici, come ben sapevano le stesse forze politiche che le hanno cavalcate. Eppure, se il 50% degli elettori disillusi a votare non ci va più, milioni di altri ci hanno creduto. Accade da sempre in ogni paese. In Italia, forse, un po’ di più.
Chi fa politica sa che non dovrebbe mentire, ma a volte usa la menzogna come strumento per ‘orientare’ le scelte a proprio vantaggio. Non si tratta per forza di bugie plateali, più spesso di mezze verità, silenzi strategici, promesse vaghe, slogan che semplificano fino a deformare. E il sistema di oggi, con la complicità dei social e di una informazione pilotata, premia chi semplifica e promette, non chi spiega e avverte.
Accade perché la verità nuda e cruda risulta poco “vendibile” per ottenere il consenso e il voto. O a causa della complessità di problemi enormi che vengono semplificati o ridotti a contrapposizioni tra tifoserie. Come per le gravi crisi internazionali di questo momento storico o per questioni nazionali, come il prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati o la modifica in cantiere della legge elettorale.
L’azione politica, che dovrebbe mirare alla ricerca di intese nell’interesse di tutti i cittadini, non solo di una parte, per chi governa spesso diventa scorciatoia per imporre se stesso, il proprio potere e il proprio progetto. Non che i politici siano tutti menzogneri: ci sono anche quelli che hanno il coraggio di dire cose impopolari ma vere, di cambiare idea spiegando perché, di accettare il costo della trasparenza. Ma non è un fenomeno molto diffuso.
Perché non paga e perché anche noi cittadini siamo diventati meno disposti ad accettare la verità quando è scomoda, non conforme alle nostre aspettative.
Oggi però sembra esserci un salto ulteriore nel distacco tra la politica e la verità. Ne è campione Donald Trump, che agisce brutalmente con metodi e obiettivi che calpestano i principi stessi della democrazia. Ma non mancano in Europa e in Italia quelli che simpatizzano per lui e per i suoi metodi.
La novità è un agire politico totalmente indifferente alla verità, alla realtà delle persone in carne e ossa. Segue un progetto (se c’è) che prescinde da qualsiasi confronto con scelte, storie e diritti dei cittadini reali. Che sono tutti i cittadini nelle loro enormi e anche complesse diversità culturali, sociali, religiose, etniche. È un agire politico tipico delle autocrazie e delle dittature, che tendono a eliminare tutto ciò che si contrappone all’affermazione di un potere unico, che non tollera bilanciamenti, contrappesi, autonomie di altri poteri come la magistratura e l’informazione. Che per affermarsi riduce senza scrupoli gli spazi di libertà: di dissentire, di protestare, di informare e informarsi, di esprimere critiche, di essere “diversi”.
È anche alla luce di questo piano inclinato verso cui sembra scivolare la democrazia americana e dove sono già precipitati altri grandi paesi (Russia, Cina su tutte) che bisogna saper valutare qui, in Italia, non soltanto le vicinanze e le affinità con questo mondo, ma anche le piccole, singole scelte sulle nostre politiche nazionali ed europee.
Quando la politica si fa indifferente alla verità
01 febbraio 2026
Cuneo
(foto Ansa/Sir)
“In politica, la verità non basta: bisogna anche che sia credibile.”
Non si conosce l’autore di questa affermazione ma essa individua la cinghia di trasmissione che può rendere vitale e costruttivo il rapporto tra i cittadini e chi li governa: la credibilità. Nessuno vota leader o partiti ai quali non è disposto a concedere una quota importante di fiducia. Ma su cosa si fonda questa fiducia?
La logica direbbe sulla credibilità del politico come persona e sul realismo rispettoso della verità dei suoi programmi. Nelle dinamiche politiche di oggi, tuttavia, le cose sembrano procedere diversamente. Spesso le motivazioni del consenso sono altre: un reddito di cittadinanza anche senza lavoro, l’abbassamento dell’età pensionabile, l’eliminazione dell’accisa sui carburanti o delle liste di attesa nella sanità e così via. Promesse - ne sentiamo ogni giorno - non mantenute perché incompatibili con lo stato reale dei conti pubblici, come ben sapevano le stesse forze politiche che le hanno cavalcate. Eppure, se il 50% degli elettori disillusi a votare non ci va più, milioni di altri ci hanno creduto. Accade da sempre in ogni paese. In Italia, forse, un po’ di più.
Chi fa politica sa che non dovrebbe mentire, ma a volte usa la menzogna come strumento per ‘orientare’ le scelte a proprio vantaggio. Non si tratta per forza di bugie plateali, più spesso di mezze verità, silenzi strategici, promesse vaghe, slogan che semplificano fino a deformare. E il sistema di oggi, con la complicità dei social e di una informazione pilotata, premia chi semplifica e promette, non chi spiega e avverte.
Accade perché la verità nuda e cruda risulta poco “vendibile” per ottenere il consenso e il voto. O a causa della complessità di problemi enormi che vengono semplificati o ridotti a contrapposizioni tra tifoserie. Come per le gravi crisi internazionali di questo momento storico o per questioni nazionali, come il prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati o la modifica in cantiere della legge elettorale.
L’azione politica, che dovrebbe mirare alla ricerca di intese nell’interesse di tutti i cittadini, non solo di una parte, per chi governa spesso diventa scorciatoia per imporre se stesso, il proprio potere e il proprio progetto. Non che i politici siano tutti menzogneri: ci sono anche quelli che hanno il coraggio di dire cose impopolari ma vere, di cambiare idea spiegando perché, di accettare il costo della trasparenza. Ma non è un fenomeno molto diffuso.
Perché non paga e perché anche noi cittadini siamo diventati meno disposti ad accettare la verità quando è scomoda, non conforme alle nostre aspettative.
Oggi però sembra esserci un salto ulteriore nel distacco tra la politica e la verità. Ne è campione Donald Trump, che agisce brutalmente con metodi e obiettivi che calpestano i principi stessi della democrazia. Ma non mancano in Europa e in Italia quelli che simpatizzano per lui e per i suoi metodi.
La novità è un agire politico totalmente indifferente alla verità, alla realtà delle persone in carne e ossa. Segue un progetto (se c’è) che prescinde da qualsiasi confronto con scelte, storie e diritti dei cittadini reali. Che sono tutti i cittadini nelle loro enormi e anche complesse diversità culturali, sociali, religiose, etniche. È un agire politico tipico delle autocrazie e delle dittature, che tendono a eliminare tutto ciò che si contrappone all’affermazione di un potere unico, che non tollera bilanciamenti, contrappesi, autonomie di altri poteri come la magistratura e l’informazione. Che per affermarsi riduce senza scrupoli gli spazi di libertà: di dissentire, di protestare, di informare e informarsi, di esprimere critiche, di essere “diversi”.
È anche alla luce di questo piano inclinato verso cui sembra scivolare la democrazia americana e dove sono già precipitati altri grandi paesi (Russia, Cina su tutte) che bisogna saper valutare qui, in Italia, non soltanto le vicinanze e le affinità con questo mondo, ma anche le piccole, singole scelte sulle nostre politiche nazionali ed europee.