Una ridente cittadina nelle Alpi Svizzere, nei giorni scorsi, è diventata l’ennesimo teatro dei movimenti tellurici globali. Le scosse geopolitiche avvertite a Davos si inseriscono in quella catena di sconquassi alla quale si fatica ad abituarsi.
I fatti sono noti: il Presidente Trump è stato ben poco garbato con l’Europa e i suoi Stati, gli europei presenti non l’hanno presa bene,in una cena qualcuno della delegazione americana non è stato particolarmente gentile, qualcun altro si è alzato da tavola e ha abbandonato il desco, altri ancora sono rimasti. La Groenlandia è rimasta danese, per ora. In tutto questo, ha riscosso un certo successo il Primo ministro del Canada Mark Carney che, nel suo discorso al World Economic Forum, ha detto che, nell’attuale ordine mondiale, “Se non sei al tavolo, sei nel menu”. Secondo Carney, nel nuovo assetto internazionale, che rappresenta una rottura e non una semplice evoluzione rispetto a quello precedente, le “potenze intermedie” non possono permettersi di trattare individualmente con quelle egemoni, perché questo non sarebbe un esercizio della sovranità ma, semplicemente, espressione di subordinazione.
Sebbene non interamente condivisibile, si tratta di un discorso interessante, sul quale varrebbe la pena riflettere quanto meno perché tra i pochi contenuti della conferenza in linea con la natura e con l’identità del World Economic Forum, il cui meeting annuale, a Davos, ha fatto da cornice agli eventi che hanno occupato le prime pagine dei giornali.
Il World Economic Forum, infatti, è stato fondato nel 1971 dall’economista tedesco Klaus Shwab con il nome di “European Management Forum” (cambiato, in quello attuale, nel 1987). I primi anni Settanta sono stati complicati dal punto di vista economico, monetario e geopolitico. Proprio nel 1971, gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Nixon, hanno deciso di abbandonare il sistema monetario, varato sul finire della Seconda guerra mondiale nella conferenza di Bretton Woods, che prevedeva la convertibilità del dollaro in oro e un sistema di cambi fissi con il dollaro delle altre monete nazionali. Nasceva l’era dei cambi flessibili e un decennio di instabilità monetaria ed economica globale, anche a causa della crisi petrolifera, che di lì a poco sarebbe esplosa. L’odierno World Economic Forum è una organizzazione che si è allontanata dalle intenzioni del suo fondatore, che voleva fosse uno strumento di dialogo tra i leader del mondo occidentale. Non a torto, da alcuni è vista come espressione dell’élite finanziaria mondiale. Oggi, si tratta di una realtà presieduta dal Presidente di BlackRock (una delle più grandi società di investimento al mondo), con entrate annue intorno ai 500 milioni di euro e con esclusivissimi eventi a inviti. A detta di alcuni, sarebbe diventata una organizzazione che difficilmente può essere coerente con il proprio, dichiarato, scopo di “migliorare lo stato del mondo” se, per esempio, come accaduto nel 2022, per discutere di emergenza climatica, un ospite su dieci è arrivato con il proprio jet privato.
In uno dei passaggi più significativi del suo discorso, Carney ha detto: “Vorrei sottolineare che gli altri Paesi , specialmente le potenze intermedie come il Canada, non sono senza potere. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che comprende i nostri valori, come il rispetto per i diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale dei vari Stati. Il potere di chi ha meno potere comincia con l’onestà”.
Proprio il World Economic Forum, in una recente e interessante pubblicazione del dicembre 2025, nella quale vengono presentati quattro possibili scenari per il futuro globale di qui al 2030, sottolinea come il tratto comune dei sistemi che produrranno sviluppo, in un mondo frammentato e fortemente connotato dall’evoluzione tecnologica, sarà la capacità di sostenere le proprie reti di cura. I sistemi più resilienti, si legge nella ricerca, saranno quelli che sapranno promuovere l’aggiornamento professionale, coltivare i propri talenti e sostenere e promuovere le professioni al servizio delle persone.
Onestà nei rapporti internazionali, valorizzazione dei giovani e promozione della cura delle persone non sono più, “semplicemente”, lodevoli indicazioni di tipo etico; anche a Davos e negli studi delle organizzazioni elitarie si sono accorti che si tratta di autentici motori di sviluppo.
editoriale
Una ridente cittadina nelle Alpi Svizzere, nei giorni scorsi, è diventata l’ennesimo teatro dei movimenti tellurici globali. Le scosse geopolitiche avvertite a Davos si inseriscono in quella catena di sconquassi alla quale si fatica ad abituarsi.
I fatti sono noti: il Presidente Trump è stato ben poco garbato con l’Europa e i suoi Stati, gli europei presenti non l’hanno presa bene,in una cena qualcuno della delegazione americana non è stato particolarmente gentile, qualcun altro si è alzato da tavola e ha abbandonato il desco, altri ancora sono rimasti. La Groenlandia è rimasta danese, per ora. In tutto questo, ha riscosso un certo successo il Primo ministro del Canada Mark Carney che, nel suo discorso al World Economic Forum, ha detto che, nell’attuale ordine mondiale, “Se non sei al tavolo, sei nel menu”. Secondo Carney, nel nuovo assetto internazionale, che rappresenta una rottura e non una semplice evoluzione rispetto a quello precedente, le “potenze intermedie” non possono permettersi di trattare individualmente con quelle egemoni, perché questo non sarebbe un esercizio della sovranità ma, semplicemente, espressione di subordinazione.
Sebbene non interamente condivisibile, si tratta di un discorso interessante, sul quale varrebbe la pena riflettere quanto meno perché tra i pochi contenuti della conferenza in linea con la natura e con l’identità del World Economic Forum, il cui meeting annuale, a Davos, ha fatto da cornice agli eventi che hanno occupato le prime pagine dei giornali.
Il World Economic Forum, infatti, è stato fondato nel 1971 dall’economista tedesco Klaus Shwab con il nome di “European Management Forum” (cambiato, in quello attuale, nel 1987). I primi anni Settanta sono stati complicati dal punto di vista economico, monetario e geopolitico. Proprio nel 1971, gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Nixon, hanno deciso di abbandonare il sistema monetario, varato sul finire della Seconda guerra mondiale nella conferenza di Bretton Woods, che prevedeva la convertibilità del dollaro in oro e un sistema di cambi fissi con il dollaro delle altre monete nazionali. Nasceva l’era dei cambi flessibili e un decennio di instabilità monetaria ed economica globale, anche a causa della crisi petrolifera, che di lì a poco sarebbe esplosa. L’odierno World Economic Forum è una organizzazione che si è allontanata dalle intenzioni del suo fondatore, che voleva fosse uno strumento di dialogo tra i leader del mondo occidentale. Non a torto, da alcuni è vista come espressione dell’élite finanziaria mondiale. Oggi, si tratta di una realtà presieduta dal Presidente di BlackRock (una delle più grandi società di investimento al mondo), con entrate annue intorno ai 500 milioni di euro e con esclusivissimi eventi a inviti. A detta di alcuni, sarebbe diventata una organizzazione che difficilmente può essere coerente con il proprio, dichiarato, scopo di “migliorare lo stato del mondo” se, per esempio, come accaduto nel 2022, per discutere di emergenza climatica, un ospite su dieci è arrivato con il proprio jet privato.
In uno dei passaggi più significativi del suo discorso, Carney ha detto: “Vorrei sottolineare che gli altri Paesi , specialmente le potenze intermedie come il Canada, non sono senza potere. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che comprende i nostri valori, come il rispetto per i diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale dei vari Stati. Il potere di chi ha meno potere comincia con l’onestà”.
Proprio il World Economic Forum, in una recente e interessante pubblicazione del dicembre 2025, nella quale vengono presentati quattro possibili scenari per il futuro globale di qui al 2030, sottolinea come il tratto comune dei sistemi che produrranno sviluppo, in un mondo frammentato e fortemente connotato dall’evoluzione tecnologica, sarà la capacità di sostenere le proprie reti di cura. I sistemi più resilienti, si legge nella ricerca, saranno quelli che sapranno promuovere l’aggiornamento professionale, coltivare i propri talenti e sostenere e promuovere le professioni al servizio delle persone.
Onestà nei rapporti internazionali, valorizzazione dei giovani e promozione della cura delle persone non sono più, “semplicemente”, lodevoli indicazioni di tipo etico; anche a Davos e negli studi delle organizzazioni elitarie si sono accorti che si tratta di autentici motori di sviluppo.
Onestà, integrazione e cura della persona: questi sono i veri motori di sviluppo
01 febbraio 2026
Cuneo
Una ridente cittadina nelle Alpi Svizzere, nei giorni scorsi, è diventata l’ennesimo teatro dei movimenti tellurici globali. Le scosse geopolitiche avvertite a Davos si inseriscono in quella catena di sconquassi alla quale si fatica ad abituarsi.
I fatti sono noti: il Presidente Trump è stato ben poco garbato con l’Europa e i suoi Stati, gli europei presenti non l’hanno presa bene,in una cena qualcuno della delegazione americana non è stato particolarmente gentile, qualcun altro si è alzato da tavola e ha abbandonato il desco, altri ancora sono rimasti. La Groenlandia è rimasta danese, per ora. In tutto questo, ha riscosso un certo successo il Primo ministro del Canada Mark Carney che, nel suo discorso al World Economic Forum, ha detto che, nell’attuale ordine mondiale, “Se non sei al tavolo, sei nel menu”. Secondo Carney, nel nuovo assetto internazionale, che rappresenta una rottura e non una semplice evoluzione rispetto a quello precedente, le “potenze intermedie” non possono permettersi di trattare individualmente con quelle egemoni, perché questo non sarebbe un esercizio della sovranità ma, semplicemente, espressione di subordinazione.
Sebbene non interamente condivisibile, si tratta di un discorso interessante, sul quale varrebbe la pena riflettere quanto meno perché tra i pochi contenuti della conferenza in linea con la natura e con l’identità del World Economic Forum, il cui meeting annuale, a Davos, ha fatto da cornice agli eventi che hanno occupato le prime pagine dei giornali.
Il World Economic Forum, infatti, è stato fondato nel 1971 dall’economista tedesco Klaus Shwab con il nome di “European Management Forum” (cambiato, in quello attuale, nel 1987). I primi anni Settanta sono stati complicati dal punto di vista economico, monetario e geopolitico. Proprio nel 1971, gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Nixon, hanno deciso di abbandonare il sistema monetario, varato sul finire della Seconda guerra mondiale nella conferenza di Bretton Woods, che prevedeva la convertibilità del dollaro in oro e un sistema di cambi fissi con il dollaro delle altre monete nazionali. Nasceva l’era dei cambi flessibili e un decennio di instabilità monetaria ed economica globale, anche a causa della crisi petrolifera, che di lì a poco sarebbe esplosa. L’odierno World Economic Forum è una organizzazione che si è allontanata dalle intenzioni del suo fondatore, che voleva fosse uno strumento di dialogo tra i leader del mondo occidentale. Non a torto, da alcuni è vista come espressione dell’élite finanziaria mondiale. Oggi, si tratta di una realtà presieduta dal Presidente di BlackRock (una delle più grandi società di investimento al mondo), con entrate annue intorno ai 500 milioni di euro e con esclusivissimi eventi a inviti. A detta di alcuni, sarebbe diventata una organizzazione che difficilmente può essere coerente con il proprio, dichiarato, scopo di “migliorare lo stato del mondo” se, per esempio, come accaduto nel 2022, per discutere di emergenza climatica, un ospite su dieci è arrivato con il proprio jet privato.
In uno dei passaggi più significativi del suo discorso, Carney ha detto: “Vorrei sottolineare che gli altri Paesi , specialmente le potenze intermedie come il Canada, non sono senza potere. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che comprende i nostri valori, come il rispetto per i diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale dei vari Stati. Il potere di chi ha meno potere comincia con l’onestà”.
Proprio il World Economic Forum, in una recente e interessante pubblicazione del dicembre 2025, nella quale vengono presentati quattro possibili scenari per il futuro globale di qui al 2030, sottolinea come il tratto comune dei sistemi che produrranno sviluppo, in un mondo frammentato e fortemente connotato dall’evoluzione tecnologica, sarà la capacità di sostenere le proprie reti di cura. I sistemi più resilienti, si legge nella ricerca, saranno quelli che sapranno promuovere l’aggiornamento professionale, coltivare i propri talenti e sostenere e promuovere le professioni al servizio delle persone.
Onestà nei rapporti internazionali, valorizzazione dei giovani e promozione della cura delle persone non sono più, “semplicemente”, lodevoli indicazioni di tipo etico; anche a Davos e negli studi delle organizzazioni elitarie si sono accorti che si tratta di autentici motori di sviluppo.