editoriale

L’antica abitudine degli Stati Uniti di “comprare” stati e territori

25 gennaio 2026

Cuneo

groenlandia-capitale-nuuk-aermitsiaq-63f8bb9b5e04c930452968 Il vortice degli avvenimenti internazionali di questi ultimi mesi è simile (parlando dell’America) ad un tornado che tutto distrugge al suo passaggio, spostandosi in modo  imprevedibile. Frastornati e incapaci di trovare una coerente chiave di lettura, cerchiamo analogie con il passato. La pretesa di acquistare la Groenlandia avanzata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump - un argomento a caso - non è priva di precedenti. Nel 1867 gli Stati Uniti acquistarono l’Alaska dalla Russia, senza minacciare dazi o bombardamenti, ma mettendo sotto il naso dello zar la bella cifra di 7.200.000 dollari. I russi, che non sapevano ancora dell’esistenza di filoni d’oro ai confini del Klondike, si sfregarono le mani. Per la verità, il Senato americano non dimostrò quell’entusiasmo che aveva espresso sessantaquattro anni prima, quando acquistò la Louisiana dalla Francia di Napoleone Buonaparte. L’Alaska venne denominata “la ghiacciaia di Seward”, dal nome del segretario di stato William H. Seward, che aveva sostenuto l’iniziativa. Si comprenderà perché il povero segretario di stato, quando propose di aggiungere al “pacchetto” anche la Groenlandia, ottenne dai senatori un’accoglienza che è appropriato definire gelida. Nel successivo XX secolo, con la velocizzazione delle rotte, le coste della Groenlandia assunsero rilievo da un punto di vista strategico, prova ne sia che - durante la Seconda guerra mondiale - gli Stati Uniti si affrettarono a presidiarle, prima che se ne appropriassero i tedeschi.  Al termine della guerra e prima di ritirare i suoi soldati, il presidente americano Harry Truman, propose alla Danimarca, la nazione sovrana, di vendergli la Groenlandia per il prezzo di 100 milioni di dollari in lingotti d’oro. La Danimarca non accettò, ma, in contropartita,  sottoscrisse l’accordo di difesa Danimarca-Stati Uniti, tuttora vigente, che concede agli americani ampio margine di manovra strategica. Oggi, novità non da poco, la pretesa d’acquisto è avanzata con toni assertivi da un Presidente americano, immobiliarista di mestiere, che, però, non quantifica un  prezzo. Ha valutato, infatti, che costa meno comperare gli abitanti che le aree. Ai 56.000 abitanti dell’Alaska ha avanzato un’offerta pro capite oscillante tra 10.000 e 100.00 dollari (un “range” da imbonitore) a condizione che sostengano la separazione dalla Danimarca. Da tempo la popolazione, prevalentemente di etnia inuit, tende alla propria indipendenza, pur già godendo di un’autonomia molto ampia, ma non in materia di finanze, politica estera e difesa. Circa la spiccata sensibilità degli Stati Uniti per l’autonomia dei piccoli popoli, in coincidenza con qualche importante affare, vi sono dei precedenti. Nel 1901 gli Stati Uniti del presidente Theodore Roosevelt (una specie di Trump dalle idee chiare) progettarono il taglio del canale di Panama e richiesero alla Bolivia l’autorizzazione a costruirlo e gestirlo per cento anni in condizioni di extraterritorialità. Non appena il parlamento boliviano si oppose all’accettazione di tali clausole, la popolazione che abitava i territori  interessati dai lavori del canale si scoprì autonomista e, con il dovuto aiuto liberatorio degli Stati Uniti d’America, conquistarono l’indipendenza della Repubblica di Panama. La gratitudine dello stato neo costituito si espresse immediatamente nei riguardi dei liberatori, sottoscrivendo un trattato che prevedeva la perpetuità della gestione del canale e l’affitto illimitato di una fascia di rispetto di dieci chilometri per lato. Utile insegnamento per gli inuit di Groenlandia, al momento in sintonia con la Danimarca contro le pretese e le minacce degli Stati Uniti di Donald Trump.
Alessio brondino Stati Uniti Danimarca Groenlandia Fiume gesso inuit Louisiana alaska

Leggi anche

Acqua Sant’Anna celebra 30 anni di attività

Per l'occasione è stata lanciata un'edizione speciale della bottiglia in Tetra Pak