editoriale

L’andamento dell’economia reale preoccupa gli americani più dell’autoritarismo di Trump

25 gennaio 2026

Cuneo

Donald Trump (Foto Agensir) Donald Trump (Foto Agensir) Secondo gli immancabili esperti, le elezioni di medio termine negli Stati Uniti, in programma nel novembre di quest’anno, vedranno una sconfitta dei Repubblicani, il Partito del Presidente Trump. A due anni di distanza dalle elezioni del novembre 2024, tenute contestualmente a quelle presidenziali, gli elettori americani saranno chiamati ai seggi per rinnovare l’intera Camera dei Rappresentanti e, più o meno, un terzo del Senato. Tradizionalmente, le elezioni di “metà mandato” (il Presidente, negli Stati Uniti, rimane in carica per quattro anni) rappresentano anche un test sugli umori dell’elettorato rispetto all’operato del Presidente. Secondo alcuni analisti, gli elettori americani non sarebbero contenti di quanto sta facendo Trump. A generare insoddisfazione non sarebbe la politica estera del Presidente, estremamente aggressiva, o i rimpatri forzati e la gestione dell’immigrazione e, neppure, nella politica interna, il discutibilissimo modo di interpretare il proprio ruolo. Il mancato rispetto dei diritti altrui o l’uso di quella sorta di milizia privata (l’I.C.E., Immigration and Customs Enforcement), al quale appartiene l’agente che ha ucciso, a Minneapolis, l’inerme Renee Nicole Good, non inciderebbero più di tanto sul consenso di chi ha votato l’attuale Presidente. Quello che preoccupa una parte non irrilevante dell’elettorato americano sarebbe, infatti, l’andamento dell’economia reale. Non quello degli indici, che continuano a essere presentati come positivi, ma quello della spesa di tutti i giorni che, per chi lavora, starebbe diventando sempre più cara. Secondo alcuni, si tratterebbe di una semplice percezione errata del reale stato delle cose; questo, però, sposta solo in parte il problema, perché l’economia e la politica sono anche fatte di percezioni e il malcontento dell’americano che lavora, nel seggio, può tradursi in voti per i democratici. Ovviamente, si tratta di ipotesi che, soprattutto con le elezioni ancora così lontane, non hanno nulla di certo. È curioso, però, che proprio il mondo economico, quello che dovrebbe essere maggiormente familiare al Presidente Trump, possa rivelarsi insidioso. La “pancia piena”, infatti, aiuta ad anestetizzare le coscienze e tende a rendere “distratti” sul resto che non va. Non si tratta, solo, di assenza di volontà di contestare chi viene visto come funzionale al benessere economico. La sensazione è che nell’individualismo dilagante di una certa subcultura sempre più diffusa, qualcuno (e non pochi) abbiano pensato di barattare il proprio benessere con i diritti altrui e, tutto sommato, anche con i propri. L’attaccamento ai valori democratici, del resto, sembra vacillare non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa: secondo un sondaggio di YouGov della scorsa estate, quasi la metà dei giovani (ai quali il sondaggio era rivolto) ritiene la democrazia “sopravvalutata” e la percentuale di persone intervistate che non si mostra negativa per una forma di governo “autoritaria” è decisamente preoccupante (il 24% dei giovani italiani intervistati, ad esempio, secondo quanto si legge dai resoconti). La disaffezione ai processi democratici, d’altra parte, si manifesta anche nel crescente astensionismo, trasversale rispetto alle fasce di età. Eppure, evidentemente, tutto questo apparente disinteresse per la democrazia, per lo meno negli Stati Uniti, richiede un benessere diffuso. Questo aspetto potrebbe rivelarsi un ostacolo nella marcia della deriva trumpiana, vigorosamente sostenuta da alcuni potentissimi magnati della finanza e dell’industria d’oltreoceano. Gli analisti sanno perfettamente che, negli Stati Uniti stanno prosperando le persone e i gruppi di interesse che possono contare su grandi rendite finanziarie. Il continuo drenaggio di risorse dal sistema in loro favore, però, non potrà continuare all’infinito senza condizionare l’economia reale e, a quel punto, potrebbe venire meno il consenso di chi ha (più o meno consapevolmente) ignorato le forzature dell’attuale amministrazione in campo nazionale e internazionale. Forse è ingenuo sperare in un autentico ravvedimento collettivo e in un ripristino di una coscienza civile e politica degna della cultura democratica statunitense, ma sperare non costa nulla. Per il momento, in ogni caso, ci si potrebbe anche accontentare di una banale e più corretta riconsiderazione degli stessi interessi di chi ha scelto un Presidente che, in realtà, sta facendo solo quelli dei suoi ricchi finanziatori.  
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