Esiste un “Premio mondiale dei sindaci” (World Mayor Prize), che ogni due anni viene assegnato a uno o più sindaci che si siano distinti per l’impegno su una specifica questione sociale, con l’obbiettivo di migliorare la vita dei propri cittadini e la vivibilità della città.
Nell’ultima edizione, il tema era la povertà. E per la prima volta, il riconoscimento non è stato assegnato. La motivazione è semplice e durissima: non si è trovato, in nessuna parte del mondo, un primo cittadino che possa essere indicato come esempio di attenzione primaria e sistematica verso gli ultimi. Non si tratta di un fatto puramente tecnico, è un allarmante segnale politico. E riguarda anche le nostre realtà locali, dove ci sono enti pubblici come il Consorzio socio-assistenziale o di ambito ecclesiale, come la Caritas e la San Vincenzo, che si occupano dei più poveri. Ma agiscono su delega dei Comuni nel primo caso e su spinta religiosa nel secondo.
Le città e i paesi sono i luoghi in cui le disuguaglianze si fanno sempre più visibili. Ma non per la politica che continua a inseguire una sicurezza declinata quasi esclusivamente come imposizione di ordine, controllo e repressione. Una risposta che parla agli istinti più che alla razionalità, declinata con un linguaggio pesante e volontà dichiarata di punire, che ignora le origini e le cause profonde del disagio. E non è in grado di cambiare le situazioni critiche e di generare maggiore sicurezza.
La cronaca ce ne parla ogni giorno. Non è il caso di richiamare qui i disordini americani di Minneapolis. Lo constatiamo anche a Cuneo, con il richiamo del prefetto ai rischi della “sicurezza fai da te”, che si esprime con le ronde dei cittadini (i casi di Valgrana e di Mondovì, si leggano i servizi nelle pagine di cronaca) come risposta all’incremento dei furti nelle abitazioni, che le forze dell’ordine da sole non riescono più a tenere sotto controllo e meno che mai a debellare. O il caso del ragazzo ucciso a coltellate da un coetaneo a La Spezia: non è soltanto una tragedia individuale, è il simbolo di un vuoto educativo e sociale che non potrà essere colmato da nessun “pacchetto sicurezza”. Giusto vietare (e lo sono già!) i coltelli in tasca, ma insufficiente. Opinabile seppur comprensibile la proposta di usare i metaldetector all’ingresso delle scuole. Ma certamente insufficiente.
Il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ha richiamato a una verità elementare: “Non basta la repressione, serve educazione, serve dare ai giovani il senso e il valore della vita”. È una posizione che non minimizza la responsabilità e non contraddice le iniziative di maggiore severità nei controlli e negli interventi di pubblica sicurezza, ma respinge l’illusione che la sicurezza possa nascere soltanto dall’inasprimento delle pene.
Eppure, la linea politica oggi più seguita e applaudita, riassunta nella dichiarazione ricorrente di qualche leader politico, “più controlli e pene più severe”, va proprio in quella direzione. Uno slogan efficace, ma insufficiente a spiegare e, tanto meno, a risolvere le situazioni. Perché il coltello nello zaino di un adolescente, come le povertà che attraversano città, paesi e valli, dove i poveri non sono più soltanto gli indigenti ma intere classi sociali di persone che lavorano ma con redditi non più sufficienti per vivere dignitosamente, non nascono all’improvviso: sono il risultato di esclusione, solitudine, mancanza di prospettive, assenza della famiglia, di impoverimento delle comunità, di carenza di luoghi di accoglienza che non siano recinti di isolamento forzato.
Il premio non assegnato, le ronde, la tragedia della scuola e il confronto tra queste due visioni raccontano la stessa storia: stiamo investendo molte risorse economiche e umane nel controllo (si pensi, per esempio, alle centinaia di telecamere in ogni angolo delle nostre città) e di repressione, e troppo poco sulla cura e sulla vicinanza.
Governare a partire dalle sofferenze e dalle povertà dei più fragili, non è buonismo, è soltanto realismo. Senza scuola, cultura e politiche sociali forti, la sicurezza di tutti resta una promessa vuota. E nessuna città, nessuna comunità, anche piccola come i nostri tanti paesi, può ritenersi davvero sicura se dimentica e lascia indietro i suoi ultimi.
editoriale
Esiste un “Premio mondiale dei sindaci” (World Mayor Prize), che ogni due anni viene assegnato a uno o più sindaci che si siano distinti per l’impegno su una specifica questione sociale, con l’obbiettivo di migliorare la vita dei propri cittadini e la vivibilità della città.
Nell’ultima edizione, il tema era la povertà. E per la prima volta, il riconoscimento non è stato assegnato. La motivazione è semplice e durissima: non si è trovato, in nessuna parte del mondo, un primo cittadino che possa essere indicato come esempio di attenzione primaria e sistematica verso gli ultimi. Non si tratta di un fatto puramente tecnico, è un allarmante segnale politico. E riguarda anche le nostre realtà locali, dove ci sono enti pubblici come il Consorzio socio-assistenziale o di ambito ecclesiale, come la Caritas e la San Vincenzo, che si occupano dei più poveri. Ma agiscono su delega dei Comuni nel primo caso e su spinta religiosa nel secondo.
Le città e i paesi sono i luoghi in cui le disuguaglianze si fanno sempre più visibili. Ma non per la politica che continua a inseguire una sicurezza declinata quasi esclusivamente come imposizione di ordine, controllo e repressione. Una risposta che parla agli istinti più che alla razionalità, declinata con un linguaggio pesante e volontà dichiarata di punire, che ignora le origini e le cause profonde del disagio. E non è in grado di cambiare le situazioni critiche e di generare maggiore sicurezza.
La cronaca ce ne parla ogni giorno. Non è il caso di richiamare qui i disordini americani di Minneapolis. Lo constatiamo anche a Cuneo, con il richiamo del prefetto ai rischi della “sicurezza fai da te”, che si esprime con le ronde dei cittadini (i casi di Valgrana e di Mondovì, si leggano i servizi nelle pagine di cronaca) come risposta all’incremento dei furti nelle abitazioni, che le forze dell’ordine da sole non riescono più a tenere sotto controllo e meno che mai a debellare. O il caso del ragazzo ucciso a coltellate da un coetaneo a La Spezia: non è soltanto una tragedia individuale, è il simbolo di un vuoto educativo e sociale che non potrà essere colmato da nessun “pacchetto sicurezza”. Giusto vietare (e lo sono già!) i coltelli in tasca, ma insufficiente. Opinabile seppur comprensibile la proposta di usare i metaldetector all’ingresso delle scuole. Ma certamente insufficiente.
Il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ha richiamato a una verità elementare: “Non basta la repressione, serve educazione, serve dare ai giovani il senso e il valore della vita”. È una posizione che non minimizza la responsabilità e non contraddice le iniziative di maggiore severità nei controlli e negli interventi di pubblica sicurezza, ma respinge l’illusione che la sicurezza possa nascere soltanto dall’inasprimento delle pene.
Eppure, la linea politica oggi più seguita e applaudita, riassunta nella dichiarazione ricorrente di qualche leader politico, “più controlli e pene più severe”, va proprio in quella direzione. Uno slogan efficace, ma insufficiente a spiegare e, tanto meno, a risolvere le situazioni. Perché il coltello nello zaino di un adolescente, come le povertà che attraversano città, paesi e valli, dove i poveri non sono più soltanto gli indigenti ma intere classi sociali di persone che lavorano ma con redditi non più sufficienti per vivere dignitosamente, non nascono all’improvviso: sono il risultato di esclusione, solitudine, mancanza di prospettive, assenza della famiglia, di impoverimento delle comunità, di carenza di luoghi di accoglienza che non siano recinti di isolamento forzato.
Il premio non assegnato, le ronde, la tragedia della scuola e il confronto tra queste due visioni raccontano la stessa storia: stiamo investendo molte risorse economiche e umane nel controllo (si pensi, per esempio, alle centinaia di telecamere in ogni angolo delle nostre città) e di repressione, e troppo poco sulla cura e sulla vicinanza.
Governare a partire dalle sofferenze e dalle povertà dei più fragili, non è buonismo, è soltanto realismo. Senza scuola, cultura e politiche sociali forti, la sicurezza di tutti resta una promessa vuota. E nessuna città, nessuna comunità, anche piccola come i nostri tanti paesi, può ritenersi davvero sicura se dimentica e lascia indietro i suoi ultimi.
La sicurezza non sta in un “pacchetto”
25 gennaio 2026
Cuneo
Esiste un “Premio mondiale dei sindaci” (World Mayor Prize), che ogni due anni viene assegnato a uno o più sindaci che si siano distinti per l’impegno su una specifica questione sociale, con l’obbiettivo di migliorare la vita dei propri cittadini e la vivibilità della città.
Nell’ultima edizione, il tema era la povertà. E per la prima volta, il riconoscimento non è stato assegnato. La motivazione è semplice e durissima: non si è trovato, in nessuna parte del mondo, un primo cittadino che possa essere indicato come esempio di attenzione primaria e sistematica verso gli ultimi. Non si tratta di un fatto puramente tecnico, è un allarmante segnale politico. E riguarda anche le nostre realtà locali, dove ci sono enti pubblici come il Consorzio socio-assistenziale o di ambito ecclesiale, come la Caritas e la San Vincenzo, che si occupano dei più poveri. Ma agiscono su delega dei Comuni nel primo caso e su spinta religiosa nel secondo.
Le città e i paesi sono i luoghi in cui le disuguaglianze si fanno sempre più visibili. Ma non per la politica che continua a inseguire una sicurezza declinata quasi esclusivamente come imposizione di ordine, controllo e repressione. Una risposta che parla agli istinti più che alla razionalità, declinata con un linguaggio pesante e volontà dichiarata di punire, che ignora le origini e le cause profonde del disagio. E non è in grado di cambiare le situazioni critiche e di generare maggiore sicurezza.
La cronaca ce ne parla ogni giorno. Non è il caso di richiamare qui i disordini americani di Minneapolis. Lo constatiamo anche a Cuneo, con il richiamo del prefetto ai rischi della “sicurezza fai da te”, che si esprime con le ronde dei cittadini (i casi di Valgrana e di Mondovì, si leggano i servizi nelle pagine di cronaca) come risposta all’incremento dei furti nelle abitazioni, che le forze dell’ordine da sole non riescono più a tenere sotto controllo e meno che mai a debellare. O il caso del ragazzo ucciso a coltellate da un coetaneo a La Spezia: non è soltanto una tragedia individuale, è il simbolo di un vuoto educativo e sociale che non potrà essere colmato da nessun “pacchetto sicurezza”. Giusto vietare (e lo sono già!) i coltelli in tasca, ma insufficiente. Opinabile seppur comprensibile la proposta di usare i metaldetector all’ingresso delle scuole. Ma certamente insufficiente.
Il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, ha richiamato a una verità elementare: “Non basta la repressione, serve educazione, serve dare ai giovani il senso e il valore della vita”. È una posizione che non minimizza la responsabilità e non contraddice le iniziative di maggiore severità nei controlli e negli interventi di pubblica sicurezza, ma respinge l’illusione che la sicurezza possa nascere soltanto dall’inasprimento delle pene.
Eppure, la linea politica oggi più seguita e applaudita, riassunta nella dichiarazione ricorrente di qualche leader politico, “più controlli e pene più severe”, va proprio in quella direzione. Uno slogan efficace, ma insufficiente a spiegare e, tanto meno, a risolvere le situazioni. Perché il coltello nello zaino di un adolescente, come le povertà che attraversano città, paesi e valli, dove i poveri non sono più soltanto gli indigenti ma intere classi sociali di persone che lavorano ma con redditi non più sufficienti per vivere dignitosamente, non nascono all’improvviso: sono il risultato di esclusione, solitudine, mancanza di prospettive, assenza della famiglia, di impoverimento delle comunità, di carenza di luoghi di accoglienza che non siano recinti di isolamento forzato.
Il premio non assegnato, le ronde, la tragedia della scuola e il confronto tra queste due visioni raccontano la stessa storia: stiamo investendo molte risorse economiche e umane nel controllo (si pensi, per esempio, alle centinaia di telecamere in ogni angolo delle nostre città) e di repressione, e troppo poco sulla cura e sulla vicinanza.
Governare a partire dalle sofferenze e dalle povertà dei più fragili, non è buonismo, è soltanto realismo. Senza scuola, cultura e politiche sociali forti, la sicurezza di tutti resta una promessa vuota. E nessuna città, nessuna comunità, anche piccola come i nostri tanti paesi, può ritenersi davvero sicura se dimentica e lascia indietro i suoi ultimi.