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Walter Cesana e la vita di ieri a Borgo San Dalmazzo

24 gennaio 2026

Cuneo

Walter Cesana (foto Claudia Cucco 2026) Walter Cesana è nato a Gaiola in Valle Stura nel 1952, ma dall’età di tre anni vive a Borgo San Dalmazzo, dove è apprezzato e conosciuto, anche per aver insegnato per circa vent’anni alla scuola elementare. Laureato in Storia e specializzato in Strumenti e Metodi della Ricerca Storica, ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca (Ph.D.) in Storia presso l’Università degli Studi di Genova. Già insegnante di area antropologica, è stato supervisore alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Torino e cultore della stessa materia con cattedra di Storia Contemporanea all’Università degli Studi di Genova. Sono numerosi gli incarichi ricoperti in ambito professionale, dal coordinatore di team insegnanti, referente di vari organismi e dirigente scolastico, parallelamente ai quali ha portato avanti incessantemente la pubblicazione di libri di storia locale e su personalità di spicco delle nostre zone, molti dei quali editi da Primalpe. L’attività di studio e di ricerca che svolge è principalmente dedicata alla valorizzazione del patrimonio storico e socio-culturale del territorio cuneese, particolarmente delle zone di montagna, con numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative concernenti temi della civiltà alpina tra XIX e XX secolo. Narra la sua esperienza con la semplicità e la modestia di chi ha imparato scoprendo, grazie alla curiosità e alla sete di sapere. Walter Cesana mette a disposizione i suoi ricordi per rievocare un Borgo del secolo scorso, ricco di tradizioni e personaggi: “Mio padre era originario di Rittana, dove la famiglia era nota a tutti come ‘Quei dla Posta’, epiteto conseguente al fatto che sua madre, Margherita Allietta, nonna Meme, aveva aperto nel 1913 l’Ufficio Postale, dopo aver imparato il mestiere alla sede di Moiola. Conservo uno splendido ricordo di questa donna coraggiosa, che nonostante vedesse da un solo occhio, era un’efficiente e instancabile impiegata: non esitava a prodigarsi per la gente del paese, in buona parte ancora analfabeta e per le beghe burocratiche poteva contare sulla solida  amicizia con il prete di Sant’Anna di Valdieri, che all’occorrenza si interfacciava direttamente con la Regina. Suo marito Pietro, per tutti Pet ed la Posta, era un abile commerciante di patate, castagne, animali e generi vari. Mia madre, invece, era di Roccasparvera, originaria di una famiglia contadina e di montanari, il cui padre Giuseppe, detto Notu, era un bravo suonatore di semitoun, una sorta di fisarmonica, con cui allietava matrimoni e feste. Aveva combattuto nella Grande Guerra ed era reduce da Caporetto, esperienza che aveva narrato a Nuto Revelli in un’intervista. Sua moglie Caterina era nonna Talinin, come lui dedita alla vita agricola. 01-W Cesana 1973 futuro Largo Argentera Cucco 2026 Il futuro Largo Argentera Cucco 2026 nel 1973   Vacanze fuori porta Le estati della mia infanzia erano tripartite: una parte dai nonni paterni a Rittana, dove mia nonna, dolcissima, mi raccontava storie di masche; poi mi trasferivo dagli altri nonni a Tetto Ciapin, dove trascorrevo vacanze da Heidi a contatto con la natura: dall’oblò della camera in cui dormivo vedevo la luna e il bacias, il laghetto della fontana davanti a casa. Ovviamente davo una mano nella cura degli animali e nella fienagione. Infine, l’estate terminava con i miei amici a Borgo San Dalmazzo, dove avevamo a disposizione la spiaggia sotto il ponte di Roccavione o quella dei Camorei. Le raggiungevamo in bicicletta e, senza corsi di nuoto, abbiamo imparato a galleggiare! Uno di quegli anni successe una disgrazia: ai Camorei annegò un ragazzino. Ci venne, quindi, vietato dai genitori quella meta, poiché Stura era effettivamente più pericolosa. Conservo ricordi bellissimi dei miei nonni e di quelle estati, che hanno fortemente contribuito a rinsaldare il mio legame con il territorio e le tradizioni. 01-W Cesana 1957 allasilo infantile Cucco 2026 Walter Cesana nel 1957 all'asilo infantile L’asilo e la scuola Frequentai l’asilo, già nella sede attuale, allora gestito dalle Suore Giuseppine. Mi nominarono ‘maggiordomo e curatore del giardino’, incarico che presi molto seriamente e mi fece appassionare alla cura di piante e fiori. Le suore erano molto brave a coinvolgere i piccoli scolari, suscitando interesse e responsabilità. Le Giuseppine in Borgo avevano una piccola succursale di fronte alla chiesa, su piazza Martiri: conservo un caro ricordo di suor Carola, suor Zita, suor Casilda e suor Barbara. Alle Elementari un’altra figura chiave mi accompagnò per l’intero quinquennio: il maestro Alfredo Ghisolfi. Insegnante severo, ma buono, fu bravissimo a instillare in me l’interesse per la Storia. Era reduce di Russia e non mancava di narrarci le peripezie di quel tragico ritorno. Sempre con la bacchetta in mano, icona del sistema educativo di quel tempo, non colpiva per ferirci, ma piuttosto con il suo schiocco teneva viva l’attenzione e la concentrazione. Anche i miei compagni ancora ricordano il simpatico appellativo di ‘Grillo parlante’, che mi affibbiò per la mia caratteristica di chiosare al termine delle sue spiegazioni. In terza Media gli insegnanti avevano indicato il Liceo Classico come scuola consigliata per il proseguimento degli studi, ma la sorella di mio padre, mia madrina Rosanna, subentrata a sua madre nell’Ufficio postale e divenuta a sua volta un’istituzione in famiglia, insistette per l’Istituto Magistrale, al termine del quale avrei conseguito il diploma, a differenza del liceo. Non si poteva di certo contraddire un parere tanto autorevole e così mi iscrissi al ‘De Amicis’, dove mi diplomai nel ’70. Durante l’anno propedeutico, integrativo al quadriennio, conobbi il professor Giovanni Dotta, successivamente preside dell’intero Istituto: un vero signore, uomo di altri tempi, per primo mi fece apprezzare il fascino dei numeri, che fino a quel momento non avevo particolarmente degnato di nota. 01-W Cesana 1960 carnevale sul piazzale parrocchiale Cucco 2026 Il Carnevale sul piazzale parrocchiale nel 1960 La passione per la ricerca Devo molto ai miei precettori, che mi hanno stimolato a voler conoscere senza tregua. Tra essi annovero anche Nuto Revelli, un vero maestro, da cui ho imparato a ragionare sulla delicatezza delle fonti orali. Non posso non citare Beppe Rosso, figura di riferimento della cultura e delle valli alpine, che mi ha incessantemente esortato a interrogarmi sul perché di ogni fenomeno. Ho iniziato così ad approfondire la storia del nostro territorio e i personaggi che lo hanno caratterizzato, dando sempre una connotazione legata alla popolazione e non settoriale. Le comunità non sono piccoli recinti separati, ma vanno studiate e analizzate in modo osmotico, modalità che per me è divenuta una missione appassionante. Ho utilizzato questo metodo didattico con i miei due figli e i miei tre nipoti, oltre che ovviamente con i miei allievi. Ritengo che stimolare la curiosità e la voglia di conoscere sia il sistema più efficace per un apprendimento attivo e proficuo. Interrelazioni istituzionali Negli anni ‘50-‘80 vi era, rispetto ad oggi, una forte interrelazione tra le istituzioni di quel tempo: scuola, parrocchia e famiglia. Abitavamo vicino alla stazione, ma il mio tempo libero si imperniava attorno alla parrocchia e all’oratorio. Quasi tutte le famiglie partecipavano alle attività organizzate dai sacerdoti, che si sono succeduti: conservo ricordi bellissimi di curati come don Ruggero Massimino, don Nicolino Sarale e don Angelo Martini, che venivano in estate ad animare campeggi e le anteprime di estate ragazzi. Eravamo tantissimi chierichetti a servire le messe in paese e nelle cappelle, anche per ottenere i punti che, a fine anno, ci fruttavano regali messi a disposizione da questi brillanti sacerdoti. Talvolta ci davano una moneta da 50 lire, con cui correvamo ad acquistare il gelato da Mento in via Demonte, sede del suo laboratorio, o lo cercavamo in giro per le strade, dove si appostava con la sua bicicletta attrezzata, che tutti chiamavano la navicella. Le famiglie seguivano il modello educativo proposto dalla Chiesa con la tranquillità che i figli a scuola o in parrocchia erano ben seguiti ed educati. Ricordo, per esempio, il Carnevale: tutti partecipavano alla realizzazione di carro e costumi, oltre che alle sfilate a Borgo e a Cuneo. I preparativi erano momenti di vera felicità e collaborazione per ogni età. Ogni anno si sceglieva un tema legato alla storia di Borgo o all’attualità. Un’edizione fu dedicata al festival di San Remo, in cui interpretai Milva, con tanto di abito e parrucca! Come molti coetanei, ho proseguito la frequentazione attiva in parrocchia durante l’adolescenza, facendo l’animatore ai bambini, in particolare a Saretto, con don Gianni Falco. Indimenticabili le gite e le iniziative proposte dall’Azione Cattolica, in cui ho percorso l’intero iter di crescita, avvicinandomi con interesse alle tematiche sociali. Conservo ancora una foto del nostro gruppo di AC, con tanto di bandiera, pubblicata su La Guida nel ’69. Don Raimondo Viale Un cenno a parte merita la figura di Don Raimondo Viale a tutti noto come giusto tra le nazioni, per la sua opera a favore degli ebrei durante l’Olocausto. Vedendomi bazzicare spesso all’oratorio o alle iniziative ecclesiastiche, mi considerava un aiuto per servire messa o partecipare ai funerali e mi ricompensava con l’ingresso gratuito al cinema parrocchiale. A Borgo San Dalmazzo c’era già anche il cinema Moderno dove, di nascosto, talvolta assistevamo alla proiezione dei film western di Sergio Leone, Maciste e Ben Hur, facendo bene attenzione a non farlo sapere a don Viale per timore di offenderlo o, peggio ancora, di fare peccato. Andavo, quindi, a confessarmi da un altro prete! Oggi fa sorridere, ma erano questi i sentimenti che vivevamo in quegli anni e che sono stati molto preziosi per la mia formazione. Amavo dialogare con don Viale, uomo colto e di sensibilità unica; era impeccabile, sempre con l’abito talare, tranne quando lo accompagnavo a celebrare la messa a Sant’Antonio di Aradolo. In tali occasioni indossava pantaloni alla zuava e zaino; nel tragitto non mancava di narrarmi e mostrarmi luoghi in cui si erano nascosti gli ebrei. In più di un’occasione l’ho visto con le lacrime agli occhi nel rievocare quei drammi. Al termine del Concilio Vaticano II avevo 14 anni ed ero ‘capo’ dei chierichetti;  insieme al mio amico Michelangelo Pepino, divenuto poi rinomato tenore, fummo individuati da don Viale come primi lettori ufficiali della messa in italiano, in considerazione delle nostre voci forti e chiare. Fiera Fredda, osterie e cantastorie La Fiera Fredda era un evento molto atteso, a cui associo ricordi belli, ma anche una vena di malinconia. Bella era l’atmosfera gioiosa di questa grande festa, i profumi e il chiacchiericcio nelle strade. A quell’epoca non esistevano i centri commerciali e la fiera era una sorta di grande supermercato, in cui si trovava ogni genere: dagli alimentari in particolar modo acciughe, lumache, trippe, all’abbigliamento, ai giocattoli, da cui rimanevo incantato. Mia madre era una donna molto pragmatica e approfittava per acquisti utili come abbigliamento, calze, guanti, cuffie e non si perdeva in fronzoli quali i giochi, cosa che mi lasciava un triste retrogusto. A differenza delle generazioni successive non eravamo sommersi di balocchi, nonostante fossero comprensibilmente nei sogni di ogni bambino. In occasione delle fiere arrivavano i cantastorie, una figura del tutto scomparsa, che distribuivano foglietti con i testi delle loro canzoni e narrazioni. Gironzolavano tutto il giorno spostandosi sulle piazze o agli angoli delle strade e i passanti li ricompensavano con un obolo. Uno di loro cantava la tragedia di Vinadio, che a quell’epoca aveva suscitato molto scalpore: Livio Giordano, un giovane di Vinadio, negli anni ‘60 uccise l’amico Giovanni Battista Armando per rapina. Quanto si cantava in quegli anni alle feste e per strada, seminando allegria diffusa! Molti ancora ricordano Tanciu, un omaccione che abitava in via Grandis e, soprattutto dopo qualche bicchiere, intonava con voce stentorea ‘La cavallina storna’. Fino agli anni Sessanta a Borgo c’erano oltre 70 osterie, frequentate da molti alpini della caserma Fiore. È impossibile citarle tutte, ma alcuni nomi sono rimasti famosi: l’osteria Belvedere in piazza Grandis, il Bras d’or in via Roma, il Cavallo rosso, la Rosa rossa vicino alla stazione, dove fecero tappa la Callas e Onassis, I tre galli nota per le scaloppine alla finanziera e il fritto misto alla piemontese e molte altre. Benché gli avventori fossero prevalentemente uomini, la vera padrona dell’osteria era sempre una donna, autorevole e rispettata dall’altro sesso. La zona in cui oggi sorge l’Asl Cn1 era detta ‘Il quartiere’, un caseggiato di alloggi popolari dedicati ai meno abbienti. Walter Cesana con la classe quinta a tempo pieno nel 1993 Walter Cesana con la classe quinta a tempo pieno nel 1993 Divertimenti  Dai 15 ai 17 anni organizzavamo regolarmente festicciole in tavernette e abitazioni private, in particolar modo in una seconda casa a Rivetta, luogo vicino, ma al contempo un po’ isolato. Mia madre venne a sapere, facendo la spesa, che suo figlio era un abile organizzatore di feste e, incuriosita, mi domandò di cosa si trattasse. In realtà il clou delle serate si riduceva alla musica e al ballo. Appena diplomato iniziai una breve esperienza lavorativa, su indicazione dell’allora sindaco, il preside Viola, con il Censimento agricolo, basato sull’autodenuncia dei capi di bestiame detenuti per ciascun nucleo familiare. Mi occupai della parte alta di Borgo. Poi dal 4 marzo 1971 cominciò la mia carriera nell’ambito dell’istruzione: il primo incarico fu sul Lago d’Iseo dove rimasi per 5 anni. Fu una splendida esperienza di apertura mentale, gravitando tra le opportunità che offrivano Brescia, Bergamo e Milano, oltre al meraviglioso contesto della Val Camonica. Nel ‘73/’74 assolsi anche l’obbligo della leva inizialmente ad Aosta, poi Ufficiale di complemento, nominato Sottotenente ed in seguito richiamato alle armi e promosso tenente e quindi Capitano della Riserva degli Alpini. Avrei fatto felice mio padre continuando la carriera militare, ma non era proprio mia indole e ripresi l’insegnamento sul lago. Tornai, quindi, nel cuneese e riallacciai amicizie riavvicinandomi alla passione per il ballo e le discoteche, che a Borgo non mancavano: il Camaco, divenuto poi Cubo, Paolina, Flash back, ma anche il Belsito di Roccavione, il Crazy a Centallo, il Top sound a Manta e il Christ a Mondovì. Ero affetto dalla febbre del sabato sera: andavamo in questi locali accecati dall’amore per il ballo; mi sono divertito tantissimo! Nell’83 conobbi Milva, che quello stesso anno divenne mia moglie: è stata la maggior fortuna della mia vita! Tutto ciò che ho realizzato è stato possibile grazie a lei, che mi è sempre stata accanto appoggiandomi e senza mai ostacolarmi. Politica costruttiva e impegno sociale Dal 1985 al ‘92 mi dedicai anche alla vita politica locale militando nella DC, come Consigliere e poi vicesindaco di Borgo. Furono anni di attivo lavoro e sono orgoglioso in particolare di un risultato: l’approvazione nel ‘91 dello Statuto della Città di Borgo San Dalmazzo. Fui presidente della commissione che lo stilò e nonostante fossero anni di fervore e conflittualità, approvammo all’unanimità lo statuto, risultato della volontà di fare politica per il bene della popolazione e della cosa pubblica. Sono fiero anche di aver ricoperto il ruolo di sindaco del comune di Rittana dal 2012 al 2017, in onore alle mie origini. Una battaglia sociale di cui fui orgoglioso protagonista fu quella, nell’87, per la difesa delle scuole di montagna. A quell’epoca ero presidente del distretto scolastico di Borgo San Dalmazzo comprendente tutte le scuole delle Valli Stura, Gesso, Vermenagna e Pesio e le città di Borgo e Boves. Raccogliemmo 10.000 firme prevalentemente all’uscita dalle messe. Grazie all’interessamento e all’intercessione dell’On. Sarti le consegnai direttamente a Roma all’allora ministro della Pubblica Istruzione, Gerardo Bianco, dopo un viaggio aereo al fianco di Francesco Cossiga. Grazie al loro intervento il decreto che stava per essere licenziato fu modificato e concesse una deroga numerica alle scuole di montagna e delle piccole isole. Negli anni di insegnamento a Borgo, ho avuto le prime classi multietniche: i primi stranieri furono una piccola comunità vietnamita, che dai primi anni ’80 trovò rifugio nella nostra città. Un decennio dopo arrivarono gli africani e le classi si aprirono al mondo, così come il paese, che è stato sempre accogliente e inclusivo”.
Borgo San Dalmazzo Walter Cesana vita di ieri

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