editoriale

Natale Carlotto e il curriculum di formazione di un politico

11 gennaio 2026

Cuneo

Natale Carlotto Di Natale Carlotto, parlamentare di lungo corso e per decenni direttore della Coldiretti provinciale, scomparso la scorsa settimana, si scrive in altre pagine di questo giornale. La sua è una biografia corposa e profondamente intrecciata con la storia amministrativa, economica (non solo agricola) e sociale della nostra provincia. La sua carriera politica è esemplare di un percorso che, ai tempi della Prima Repubblica era normale per chiunque aspirasse ad una carica politica elettiva, da semplice consigliere comunale a sindaco o parlamentare. Iniziava con l’impegno in prima persona in attività sociali, sindacali, in circoli parrocchiali, culturali e ricreativi, in associazioni laiche e cattoliche e proseguiva nella militanza attiva nei partiti e nelle loro sezioni locali. Così, passo dopo passo, si diventava figure pubbliche, si imparava a governare nel piccolo, a relazionarsi e a battagliare, a rappresentare gli interessi e la cultura di una parte confrontandosi e scontrandosi con interessi, idee, proposte e culture di altri. In una parola: si imparava l’abc della democrazia. Lungo questo percorso si veniva valutati, misurati dai responsabili ma ancor più dalla base associativa. E la scelta di chi mandare avanti e chi no, passava attraverso una selezione dura, mai indolore, ma interna alle organizzazioni di appartenenza. I piccoli o anche grandi conflitti si risolvevano dentro i partiti, senza essere immediatamente scaricati all’esterno. La candidatura era il punto di arrivo, non di partenza, e non garantiva affatto l’elezione. Grazie al sistema delle preferenze (finché non sono state proditoriamente abolite), erano gli elettori a decidere, premiando o bocciando con il candidato anche i gruppi dirigenti che lo avevano espresso. Per essere eletti bisognava superare una doppia prova: quella interna al partito e quella, decisiva, degli elettori. Un doppio esame che richiedeva impegno dimostrato sul campo, disponibilità, competenza. La fedeltà ai capi e alle correnti contava, ma da sola non era sufficiente. Senza la vasta base del mondo agricolo Coldiretti, Carlotto (come le centinaia di eletti, assessori regionali, di sindaci, parlamentari) non sarebbe mai approdato in parlamento. Ma quella base, l’organizzazione sindacale della Coldiretti, Carlotto e una schiera di dirigenti e funzionari, l’hanno costruita, fatta crescere, coltivata anno dopo anno, offrendo servizi, progetti, difesa degli interessi di categoria. Se così avveniva nella Democrazia cristiana, nella quale si riconosceva allora il mondo agricolo Coldiretti, la stessa cosa accadeva negli altri partiti cui facevano riferimento altre aree sociali, sindacali e culturali. Tra società e partiti esisteva una cinghia di trasmissione: i rappresentanti venivano scelti tra chi si sporcava le mani nei problemi reali dei cittadini. Un percorso di formazione che oggi non esiste più. Oggi i candidati li scelgono i capipartito, premiando la fedeltà personale se non la vicinanza famigliare, più di qualsiasi competenza o radicamento sociale. Le liste bloccate impediscono agli elettori perfino di esprimere una preferenza: prendere o lasciare. E una parte sempre più ampia del Paese ha già scelto di lasciare, non partecipando più al voto. Può sorprendere, ma nel curriculum di formazione di un politico della Prima Repubblica, c’è materia buona di riflessione per chi oggi si interroga su come vengono scelti i candidati e per chi si appresta a modificare nuovamente la legge elettorale.
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