editoriale

Le tragedie di oggi e gli effetti del trauma collettivo

11 gennaio 2026

Cuneo

Tragedia di Crans Montana (Foto Ansa/Sir) (Foto Ansa/Sir) Nessuno di noi è indifferente alle immagini di guerra, che scorrono in tivù quasi ogni sera da tre anni ormai:  i cadaveri in Ucraina e lo scempio della striscia di Gaza. Altrettanto impressionanti sono le testimonianze di chi ha vissuto nei territori del conflitto o di chi lì ha prestato assistenza. Ma quando la tragedia diventa più palpabile, vicina e concreta, come è accaduto la notte di Capodanno a Crans Montana a 40 giovani, 6 nostri connazionali, non solo ne rimaniamo colpiti, ma si verifica una reazione di sgomento e dolore esteso a tutta la comunità che si configura come un trauma collettivo. Che cosa è il trauma? È un evento che supera la nostra finestra di tolleranza emozionale. Una donna in ospedale qualche tempo fa così descriveva il trauma: “è come ricevere inaspettatamente schegge gelate nel mezzo di una giornata di sole”. Il trauma è un evento di rottura, di discontinuità, è tale non solo perché è un evento negativo, ma perché ci sorprende in modo inaspettato, ed è  questa imprevedibilità che lo rende devastante e difficile da elaborare. È un assalto alla nostra integrità psichica, fa saltare le condizioni base della nostra sicurezza e interferisce con il funzionamento normale della quotidianità. Sono  varie le categorie di eventi soverchianti che si configurano come traumatici e sono accomunati dall’essere così intense da minacciare l’integrità della persona e la sua sicurezza. La psicotraumatologia affonda le sue origini nel secondo dopo guerra, ma si perfeziona negli anni ‘80 in seguito all’osservazione delle conseguenze delle vittime della guerra nel Vietnam. Da quel momento si introduce l’individuazione e la classificazione dei tipi di vittime: ne vengono identificate ben sei tipologie. A seconda di quanto sia diretto e personale l’evento traumatico varia l’intensità e la durata delle conseguenze. Sono ritenute vittime di primo tipo: la persona direttamente coinvolta, che subisce l’evento drammatico. Vittime di secondo tipo sono i familiari, gli amici e le persone cui essa è  legata. Le vittime di terzo tipo sono i soccorritori, ovvero le persone che a vario titolo hanno prestato assistenza alla vittima e che sono esposti emotivamente a lungo al dolore e alle mutilazioni della vittima. Il cerchio del trauma si allarga poi all’intera comunità di appartenenza coinvolta dall’evento catastrofico. Ed è questo il livello di traumatizzazione, seppur meno intenso e travolgente e di qualità diversa rispetto ai familiari, che ci ha coinvolti rispetto al rogo di capodanno. Il dolore in questo caso è alimentato da due considerazioni importanti. La prima è legata al fatto che rapidamente scatta un meccanismo di identificazione: quei ragazzi avrebbero potuto essere i nostri figli o nipoti e potremmo essere noi quei genitori, nonni, parenti lacerati prima dall’angoscia dell’attesa e poi dallo strazio della conferma della morte. E la seconda ragione è legata al tema della ‘indiretta’ responsabilità che una comunità si sente di fronte a ciò che è devastante. Soprattutto se è qualcosa che avrebbe potuto essere evitato. E allora si inizia a riflettere su quali misure preventive si sarebbero potute prendere e non sono state attuate e su come procedere per prevenire in futuro tragedie simili. Vi sono poi altri due tipi di vittime: chi ha una particolare storia di vulnerabilità mentale o emotiva (definite come vittime di quinto tipo) e chi ha evitato la tragedia per un evento fortuito, ad esempio chi avrebbe dovuto salire su un pullman che poi si è ribaltato ma non ha potuto esserci perché è arrivato in ritardo o perché era ammalato. Queste ultime sono definite vittime di sesto tipo e sono coloro che hanno sfiorato la tragedia ma la hanno scampata per un pelo. Nel trauma collettivo spesso, a causa del meccanismo di identificazione, ci sentiamo nella condizione del pericolo scampato, anche se nella fattispecie i nostri figli non erano in partenza per Crans Montana. La vicinanza ‘geografica’ di quanto accaduto, il coinvolgimento di molti giovani, la causa ‘futile ed evitabile’ della tragedia e l’assurdità dell’accaduto agiscono con un effetto alone a livello emozionale sull’intera collettività, seppur in modo diverso a seconda della sensibilità e degli strumenti di riflessione ed elaborazione che ognuno ha. Ma certo un esordio drammatico per qualcuno ha coperto con un alone di dolore l’incipit di questo anno per molti. Perché siamo potentemente parte di una collettività e, volente o nolente, ne condividiamo il destino.
Tragedia Comunità Crans Montana trauma collettivo

Leggi anche

Acqua Sant’Anna celebra 30 anni di attività

Per l'occasione è stata lanciata un'edizione speciale della bottiglia in Tetra Pak