L’esperienza della vita e della figura di San Francesco d’Assisi è stata e rimane rivoluzionaria nella Chiesa e nella società. L’immagine edulcorata del “giullare di Dio”, del primo poeta italiano, del pacifista tra uomini e perfino con i lupi, del predicatore che affascina le folle e trascina migliaia di discepoli, coglie solo aspetti esteriori della novità travolgente che egli ha manifestato. Uno storico del calibro di Joseph Lortz ha scritto: "Questa misteriosa figura presenta ancora delle oscurità. Francesco provoca un profondo rinnovamento della cristianità.
Egli costituì tuttavia - bisogna pur riconoscerlo – un pericolo. Dinamite significa sempre pericolo. E Francesco era appunto una dinamite. Il suo idealismo era assoluto, senza compromessi".
Egli è stato sconvolgente nei confronti della potenza di portata europea del monachesimo benedettino con le imponenti abbazie e la loro stabilità secolare. San Benedetto nel primo capitolo della sua regola indica quattro categorie di monaci: "C’è infine una quarta categoria di monaci, che sono detti girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all’altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola". Il modello proposto dal grande monachesimo era la stabilità, che comportava l’organizzazione dei grandi monasteri, con il conseguente accrescimento di ricchezza, di liti, di ingiustizie. Purtroppo proprio nei Duecento erano ormai frequenti le contese di comuni contro abati e vescovi, al pari delle lotte tra papi ed imperatori.
Francesco reagì a questa prospettiva con la scelta drastica di non avere né monasteri né proprietà e di scegliere solo lavoro come braccianti o di umiliarsi nella questua. Ovviamente questo era visto dal mondo ecclesiastico come la disgregazione della stessa vita religiosa, oltre che disdicevole per un chierico. Invece Francesco trovò la fonte della sua linea di condotta nelle indicazioni esplicite del vangelo con la missione dei settantadue discepoli inviati da Gesù ad annunciare il regno di Dio. In concreto il vangelo secondo Luca (Lc 10, 1-12) nel riferimento alla messe a cui Gesù in- via i discepoli come operai era preso alla lettera, condividendo la condizione dei lavoratori che a suo tempo stavano rimpiazzando gli schiavi dell’antichità.
La scelta della povertà come qualificante per la nuova sequela religiosa era un nervo particolarmente scoperta nel Duecento. Si stavano diffondendo vari focolai eretici fortemente critici o anche in rivolta contro la ricca gerarchia ecclesiastica, legata ai po- tenti e con ruoli politici. Catari, valdesi, umiliati erano forme più note e di- verse della contestazione pauperistica, che si appellava al vangelo ed alla chiesa primitiva. Francesco aveva ben presente il rischio di essere confuso con gli eretici; per questo egli, quando raggiunse il numero di dodici frati, andò a sottoporre al papa Innocenzo III la forma di vita intrapresa, ricevendone l’approvazione verbale su una regola, redatta da Francesco con frasi dei vangeli.
Tuttavia il rapido aumento di frati incominciò a porre problemi sia di organizzazione interna dell’Ordine sia di strutture per accoglierli e sostenerli, creando tensioni nella comunità fino alla crisi che portò Francesco ed alcuni dei sui primi compagni a trovarsi fuori di essa.
Emergeva in modo drammatico la possibilità stessa di vivere il vangelo in modo radicale in una società in pro- fondo cambiamento, dove le esperienze monastiche erano ormai estranee o addirittura ostili, e la proposta di riprendere slancio apostolico in nuove forme, pur con successo dalla base popolare, era ostacolata dagli schemi giuridici ecclesiastici.
Si comprende facilmente come uno sguardo più attento alla storia di Francesco, ad ottocento anni dalla sua morte, possa essere significativo nel tramonto di strutture e nel cambio di epoca in cui si dibatte la Chiesa oggi.