Un po’ tutti stanno facendo i conti con l’intelligenza artificiale e, tra buoni auspici e perplessità, una delle domande che ruotano intorno alla transizione che stiamo vivendo verte sulla fine che farà l’apporto umano in numerose professioni e attività. Inutile dire che negare la realtà o fingere di non essere nel bel mezzo di un cambia- mento importante non serve a nulla.
Madison Mohns, docente presso la Columbia School of Professional Studies, da tempo sottolinea l’importanza della gestione dei processi nell’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle realtà aziendali, piccole o grandi che siano.
La Mohns sostiene, in particolare, che l’ingresso nei processi aziendali di strumenti che prevedono l’utilizzo dell’intelligenza artificiale debba essere governato da tre principi fondamentali, cioè: la trasparenza nei confronti dei lavoratori e dell’organizzazione, il potenziamento dell’intelligenza artificiale con modalità collaborative e, infine, l’aggiornamento professionale dei lavoratori coinvolti nella riorganizzazione. Tutto questo, per realizzare il massimo del potenziale produttivo.
Si tratta, a ben vedere, di indicazioni di buon senso, sulle quali è opportuno riflettere.
Innanzitutto, la trasparenza. L’impatto di riorganizzazioni di questa importanza implica che il rispetto del- la dignità dei lavoratori debba essere garantito, innanzitutto, attraverso la massima trasparenza. Ovviamente, i processi spiegati e, possibil- mente, condivisi con chi ne è coinvolto, hanno molte più possibilità di avere successo. Certamente, la cultura della trasparenza non può essere improvvisata e neppure par- ziale; al contrario, dovrebbe essere una prassi manageria- le comunemente praticata. I nuovi scenari che si aprono potrebbero indirizzare le or- ganizzazioni in questa dire- zione, e questa sarebbe una buona notizia.
Le modalità collaborative di potenziamento, suggerisce Mohns, sono quelle che prevedono la sostituzione, con l’intelligenza artificiale, innanzitutto, di quelle attività che i lavoratori non amano svolgere. Se l’intelligenza artificiale viene utilizzata per le mansioni puramente esecutive o ripetitive o, anche, pericolose (e se i lavoratori co- sì sostituiti vengono opportunamente riqualificati e ricollocati), allora la relazione con gli esseri umani non è di tipo competitivo, ma collaborativo. Tutto ciò, inoltre, libera tempo, risorse ed energie per le attività a maggior valore aggiunto, vale a dire quelle, tipicamente umane, che richiedono creatività, immaginazione, passione e intelligenza emotiva e sociale.
Infine, l’aggiornamento professionale. È interesse di tutti i membri dell’organizzazione che il patrimonio di competenze professionali cresca. La sostituzione degli uomini con le macchine in alcune mansioni comporta la necessità, ma anche l’opportunità, della crescita professionale di chi dovrà essere anche parte attiva in una nuova dimensione lavorativa.
Se si mettono insieme questi tre “principi”, si ha l’impressione di essere di fronte a uno snodo dal quale usciranno bene le persone e le realtà imprenditoriali e professionali che sapranno valorizzare le dimensioni più propriamente umane e relazionali delle realtà lavorative. Al contrario, rischierà di essere rimpiazzato dalle macchine chi affronta la propria attività lavorativa ... come una macchina.
Tutto quello che è semplice chiusura al cambiamento o incapacità di costruire dimensioni relazionali feconde è destinato a soccombere perché le macchine, su terreni come questi, sono e saranno imbattibili. Paradossalmente, dunque, l’avanzare dell’automazione e dell’intelligenza artificiale potrebbe stimolare la riscoperta di ciò che è autenticamente umano. Per certi aspetti, sarebbe il ritorno all’umanesimo o, forse, la nascita di un nuovo umanesimo che, per essere tale, deve, però, nutrirsi di particolare attenzione verso chi rischia di rimanere ai margini.
Le brillanti analisi dei consulenti, infatti, rischiano di non prendere in considerazione chi è già stato espulso dai circuiti produttivi e professionali, o chi non ha le risorse per comprendere la realtà che cambia o aggiornare la propria professionalità. Qualcuno, e non sono pochi, potrebbe essere troppo debole per non soccombere al cambiamento. La vera sfida del “nuovo umanesimo” potrebbe essere proprio questa: ridare dignità a chi la sta già perdendo. Sarebbe quanto di più avveduto si possa fare per rimanere davvero umani e non diventare, a nostra volta, troppo simili alle macchine.