editoriale

È quando non ci sentiamo perfetti che siamo più vicini a Dio

02 gennaio 2026

Cuneo

L’evangelista Luca sa scrivere bene e conosce i suoi lettori, persone che vengono dal mondo greco, affascinate dai buoni sentimenti umani più che dalla lettura dei profeti antichi, un po’ come noi, e per questo ci suona tanto interessante. Insieme, alcuni trucchi sono più chiari per i lettori antichi che per noi. All’inizio del vangelo, ad esempio, ci offre due indicazioni cronologiche interessanti ma che potrebbero sfuggirci. All’inizio del primo capitolo, infatti, mentre comincia il racconto dell’annuncio della nascita di Giovanni il Battista, inserisce come cappello l’indicazione "Al tempo di Erode, re della Giudea.... (Lc 1,5).

Si potrebbe dire che da uno storico serio ci si aspetterebbe di meglio: “Erode” era il nome di due terzi della stirpe di Erode il Grande, al quale indubbiamente si penserebbe se non lo si precisasse, anche se era stato ben più che re della sola Giudea, la zona intorno a Gerusalemme. E anche “il tempo di...” non ci specifica di preciso quando. All’inizio del capitolo 3, invece, Luca fa seriamente il lavoro di storico: segnala l’anno di impero di Tiberio (siamo nel 28 d.C.) e tutti i capi politici della zona, come si era soliti indicare le date e anzi anche con un po’ di esagerazione, perché potevano bastare meno nomi. Perché non ha fatto lo stesso per la nascita di Gesù? Ecco la prima strizzata d’occhio: Luca ci sta suggerendo che quello che scrive dal battesimo al Giordano in poi ha la pretesa di essere davvero storico, ma prima no, come fosse un’introduzione pi. sul senso della vita di Gesù che vere indicazioni biografi che precise. Sembra quasi dirci: “Se sono stato capace di segnalarti l’anno esatto, avrei potuto farlo anche prima, no? E se non l’ho fatto, un motivo ci sarà no?”. Ma poi, di fatto, non ci racconta la nascita di Gesù soltanto, bensì due annunciazioni, nascite, giovinezze. C’è quella di Giovanni. Da una coppia anziana senza figli (cliché che torna spesso nella Bibbia), entrambi di stirpe sacerdotale, la più religiosamente importante; l’angelo “appare” mentre Zaccaria è nella stanza più interna del tempio (non è facile entrarci senza farsi vedere da tutti...) a offrire un sacrificio, e appare alla destra dell’altare, nel luogo più sacro del mondo. Siccome il sacerdote chiede lumi all’angelo ("Come potrò mai conoscere questo?") viene punito con il mutismo. Più tardi, quando il bambino nascerà, ci sarà tutta la famiglia intorno a fare festa, e il nuovo miracolo sarà che entrambi i genitori indicano per il bambino lo stesso nome che non fa parte delle tradizioni familiari. E a questo punto Zaccaria recupererà miracolosamente la parola, perché Dio è severo ma buono. Quando il bambino crescerà, vivrà da eremita, vestito di pelli e mangiando locuste e miele selvatico. Sembra la perfezione sacra di una vita che entra nel mondo. Ma c’è anche un’altra serie di vicende, che vedono invece protagonista una giovane donna promessa sposa. Annunciare la nascita di un figlio a una donna che sta per sposarsi chiede meno coraggio che prevederlo per una coppia anziana sterile. Peraltro, la donna si trova in casa sua, in una città chiamata Nazaret, che non è mai citata nell’Antico Testamento. Può darsi che siamo cattive persone molto maliziose, ma chi di noi crederebbe a una diciottenne che narrasse che, mentre era da sola in casa sua, ha avuto la visione di un angelo ed è rimasta incinta? Chi potrebbe controllare la veridicità della sua versione? Tra l’altro anche i particolari sembrano inadeguati: l’angelo di Maria "entra da lei" (chissà se ha bussato...) anzichè apparire, e quando lei esprime tutti i suoi comprensibili dubbi ("Come avverrà questo?", Zaccaria si era limitato a chiedere come avrebbe potuto conoscerlo), le offre un’argomentazione teologica e poi anche la prova della gravidanza di Elisabetta. E subito Maria parte per andare a trovare la cugina, con un gesto che giustamente la tradizione ha interpretato come servizio a una donna alla fine della gravidanza, ma che dei malpensanti potrebbero anche leggere come verifica: “vado a vedere se è vero”. E il neonato viene salutato non dalla famiglia riunita, ma da pastori sconosciuti, impuri e puzzolenti. E anche quando Gesù cresce, dà dei grattacapi perdendosi al tempio, dove peraltro non risponde a Maria con il rispetto che un figlio dovrebbe riservare alla madre, ma poi "stava loro sottomesso" (Lc 2,51), come si conviene a un figlio qualunque. Non si vuole con questa presentazione sminuire la sacralità di quel racconto. Ma è Luca stesso a mostrarci da una parte una vicenda religiosamente perfetta, dall’altra tanti episodi non necessariamente indecorosi, ma comunque ambigui, che potrebbero essere interpretati anche in modo malevolo. Ebbene, Dio si trova da questa parte qui, dell’umanità vera, non al di sopra di ogni sospetto, anonima, apparentemente insignificante. L’altra umanità, quella nobile e ben protetta, non è cattiva, perché da lì nasce "il più grande fra i nati di donna" (Lc 7,28). Ma se si vuole vedere Dio, bisogna andare a sporcarsi abiti e mani in un’umanità di cui si potrebbe anche parlare male, non perfetta, non patinata, ma simile alle nostre vite un po’ squilibrate e scalcagnate. Quando non ci sentiamo perfetti, sembra dirci Luca, probabilmente siamo più vicini a Dio.

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