Il 9 dicembre 1965, in vista del Natale, vedeva la luce il primo film d’animazione con protagonisti i Peanuts, i celebri personaggi dei fumetti di Charles Schulz. Quello che poi divenne un classico nacque, in realtà, tra molti dubbi e perplessità.
La scelta, infatti, fu quella di proporre una animazione essenziale, quasi minimalista, in sé coerente con la trama, che ruota attorno al desiderio di Charlie Brown di riscoprire il vero significato del Natale,non trovandolo nell’atmosfera che lo circonda, lieta ma fortemente condizionata dal consumismo.
Il contesto culturale e la direzione che stava prendendo l’industria cinematografica, soprattutto nel mondo dell’animazione, non sembravano delle più propizie per un approccio del genere. Nell’anno precedente, il 1964, Mary Poppins aveva riscosso un successo travolgente.
Le interpretazioni di Julie Andrews e Dick Van Dyke, le musiche e, soprattutto, gli spettacolari effetti speciali, che combinavano sullo schermo la presenza di esseri umani e di cartoni animati, avevano stupito e affascinato. Il lungometraggio della Disney era stato grande protagonista agli Oscar del 1965 con ben tredici candidature, aggiudicandosi cinque statuette (tra le quali, ovviamente, quella per i migliori effetti speciali).
Erano gli anni nei quali, negli Stati Uniti e nel mondo occidentale, il benessere diffuso degli anni Cinquanta aveva fatto decollare la domanda di beni e servizi da parte delle famiglie.
Stava nascendo il consumismo e si stava diffondendo il credito al consumo, soprattutto negli Stati Uniti. La prima carta di credito è del 1950, la prima carta revolving (con rimborso a rate delle somme spese), del 1958. L’America aveva voglia di spendere… e spendeva. Sul fronte della politica internazionale, il biennio 1964/1965 fu quello dell’avvio dell’impegno diretto degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam, con l’ingente invio di truppe e con i bombardamenti sistematici.
In questa storia “maggiore”, con gli Stati Uniti sempre più ricchi ma indebitati, potenza egemone ma incapace di gestire la crisi vietnamita, che aveva perso il suo Presidente più amato e dove la violenza, di lì a poco, avrebbe portato via sia Martin Luther King, sia Robert Kennedy, questo cartone animato semplice, con una trama, uno stile narrativo e dei contenuti in aperta dissonanza con l’euforia consumistica e le ambizioni di dominio, rappresentò davvero una scommessa.
Fu un successo che andò anche oltre le aspettative dei produttori e dello stesso Shulz. In una delle scene centrali della narrazione, Charlie Brown si reca a comprare l’albero di Natale. Anziché prenderne uno in metallo e dai colori accattivanti, ne sceglie uno naturale, ma piccolo, con pochi rami e decisamente poco attraente che però, secondo lui, era il più adatto a rappresentare lo “spirito del Natale”.
Quando gli amici lo vengono a sapere, prima lo rimproverano, perché avrebbero preferito uno in metallo, poi lo deridono ma, alla fine, decidono di addobbarlo e scoprono che la scelta non era stata poi così sbagliata.
Sarebbe una forzatura caricare di eccessivi significati quello che è e rimane un cartone animato, sebbene raffinatissimo e con una colonna sonora minimale ma memorabile. Eppure, le storie animate di questi bambini alla ricerca del vero senso del Natale in un mondo che, allora come oggi, pare averlo smarrito, possono dire qualcosa di importante.
Comunque la si pensi su quel Bambino del quale si ricorda e si celebra la nascita, infatti, pare inevitabile constatare che il bisogno di senso, di semplicità, di essenzialità e di pace sono profondamente radicati, anche quando tutto farebbe credere il contrario.
Materialismo, consumismo e prepotenza, purtroppo, non sono passati di moda nei sessant’anni trascorsi dal 1965 ma se, nonostante tutto, continuiamo a desiderare ben altro, allora questo significa che non sono adeguate le risposte economiche, politiche e culturali che ignorano queste aspirazioni.
A distanza di sessant’anni dalla nascita di “Buon Natale, Charlie Brown!”, rimane la sensazione che la storia “minore” conservi una ricchezza che il cinismo dei grandi scacchieri politici, economici e militari internazionali hanno smarrito o che, probabilmente, non hanno mai avuto. Serve coraggio per dire, sottovoce, qualcosa di diverso. Serve coraggio per scegliere l’essenziale.
editoriale
Il 9 dicembre 1965, in vista del Natale, vedeva la luce il primo film d’animazione con protagonisti i Peanuts, i celebri personaggi dei fumetti di Charles Schulz. Quello che poi divenne un classico nacque, in realtà, tra molti dubbi e perplessità.
La scelta, infatti, fu quella di proporre una animazione essenziale, quasi minimalista, in sé coerente con la trama, che ruota attorno al desiderio di Charlie Brown di riscoprire il vero significato del Natale,non trovandolo nell’atmosfera che lo circonda, lieta ma fortemente condizionata dal consumismo.
Il contesto culturale e la direzione che stava prendendo l’industria cinematografica, soprattutto nel mondo dell’animazione, non sembravano delle più propizie per un approccio del genere. Nell’anno precedente, il 1964, Mary Poppins aveva riscosso un successo travolgente.
Le interpretazioni di Julie Andrews e Dick Van Dyke, le musiche e, soprattutto, gli spettacolari effetti speciali, che combinavano sullo schermo la presenza di esseri umani e di cartoni animati, avevano stupito e affascinato. Il lungometraggio della Disney era stato grande protagonista agli Oscar del 1965 con ben tredici candidature, aggiudicandosi cinque statuette (tra le quali, ovviamente, quella per i migliori effetti speciali).
Erano gli anni nei quali, negli Stati Uniti e nel mondo occidentale, il benessere diffuso degli anni Cinquanta aveva fatto decollare la domanda di beni e servizi da parte delle famiglie.
Stava nascendo il consumismo e si stava diffondendo il credito al consumo, soprattutto negli Stati Uniti. La prima carta di credito è del 1950, la prima carta revolving (con rimborso a rate delle somme spese), del 1958. L’America aveva voglia di spendere… e spendeva. Sul fronte della politica internazionale, il biennio 1964/1965 fu quello dell’avvio dell’impegno diretto degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam, con l’ingente invio di truppe e con i bombardamenti sistematici.
In questa storia “maggiore”, con gli Stati Uniti sempre più ricchi ma indebitati, potenza egemone ma incapace di gestire la crisi vietnamita, che aveva perso il suo Presidente più amato e dove la violenza, di lì a poco, avrebbe portato via sia Martin Luther King, sia Robert Kennedy, questo cartone animato semplice, con una trama, uno stile narrativo e dei contenuti in aperta dissonanza con l’euforia consumistica e le ambizioni di dominio, rappresentò davvero una scommessa.
Fu un successo che andò anche oltre le aspettative dei produttori e dello stesso Shulz. In una delle scene centrali della narrazione, Charlie Brown si reca a comprare l’albero di Natale. Anziché prenderne uno in metallo e dai colori accattivanti, ne sceglie uno naturale, ma piccolo, con pochi rami e decisamente poco attraente che però, secondo lui, era il più adatto a rappresentare lo “spirito del Natale”.
Quando gli amici lo vengono a sapere, prima lo rimproverano, perché avrebbero preferito uno in metallo, poi lo deridono ma, alla fine, decidono di addobbarlo e scoprono che la scelta non era stata poi così sbagliata.
Sarebbe una forzatura caricare di eccessivi significati quello che è e rimane un cartone animato, sebbene raffinatissimo e con una colonna sonora minimale ma memorabile. Eppure, le storie animate di questi bambini alla ricerca del vero senso del Natale in un mondo che, allora come oggi, pare averlo smarrito, possono dire qualcosa di importante.
Comunque la si pensi su quel Bambino del quale si ricorda e si celebra la nascita, infatti, pare inevitabile constatare che il bisogno di senso, di semplicità, di essenzialità e di pace sono profondamente radicati, anche quando tutto farebbe credere il contrario.
Materialismo, consumismo e prepotenza, purtroppo, non sono passati di moda nei sessant’anni trascorsi dal 1965 ma se, nonostante tutto, continuiamo a desiderare ben altro, allora questo significa che non sono adeguate le risposte economiche, politiche e culturali che ignorano queste aspirazioni.
A distanza di sessant’anni dalla nascita di “Buon Natale, Charlie Brown!”, rimane la sensazione che la storia “minore” conservi una ricchezza che il cinismo dei grandi scacchieri politici, economici e militari internazionali hanno smarrito o che, probabilmente, non hanno mai avuto. Serve coraggio per dire, sottovoce, qualcosa di diverso. Serve coraggio per scegliere l’essenziale.
“Buon Natale, Charlie Brown!”: il cartone animato in tempi di guerra e consumismo
26 dicembre 2025
Cuneo
Il 9 dicembre 1965, in vista del Natale, vedeva la luce il primo film d’animazione con protagonisti i Peanuts, i celebri personaggi dei fumetti di Charles Schulz. Quello che poi divenne un classico nacque, in realtà, tra molti dubbi e perplessità.
La scelta, infatti, fu quella di proporre una animazione essenziale, quasi minimalista, in sé coerente con la trama, che ruota attorno al desiderio di Charlie Brown di riscoprire il vero significato del Natale,non trovandolo nell’atmosfera che lo circonda, lieta ma fortemente condizionata dal consumismo.
Il contesto culturale e la direzione che stava prendendo l’industria cinematografica, soprattutto nel mondo dell’animazione, non sembravano delle più propizie per un approccio del genere. Nell’anno precedente, il 1964, Mary Poppins aveva riscosso un successo travolgente.
Le interpretazioni di Julie Andrews e Dick Van Dyke, le musiche e, soprattutto, gli spettacolari effetti speciali, che combinavano sullo schermo la presenza di esseri umani e di cartoni animati, avevano stupito e affascinato. Il lungometraggio della Disney era stato grande protagonista agli Oscar del 1965 con ben tredici candidature, aggiudicandosi cinque statuette (tra le quali, ovviamente, quella per i migliori effetti speciali).
Erano gli anni nei quali, negli Stati Uniti e nel mondo occidentale, il benessere diffuso degli anni Cinquanta aveva fatto decollare la domanda di beni e servizi da parte delle famiglie.
Stava nascendo il consumismo e si stava diffondendo il credito al consumo, soprattutto negli Stati Uniti. La prima carta di credito è del 1950, la prima carta revolving (con rimborso a rate delle somme spese), del 1958. L’America aveva voglia di spendere… e spendeva. Sul fronte della politica internazionale, il biennio 1964/1965 fu quello dell’avvio dell’impegno diretto degli Stati Uniti nella Guerra del Vietnam, con l’ingente invio di truppe e con i bombardamenti sistematici.
In questa storia “maggiore”, con gli Stati Uniti sempre più ricchi ma indebitati, potenza egemone ma incapace di gestire la crisi vietnamita, che aveva perso il suo Presidente più amato e dove la violenza, di lì a poco, avrebbe portato via sia Martin Luther King, sia Robert Kennedy, questo cartone animato semplice, con una trama, uno stile narrativo e dei contenuti in aperta dissonanza con l’euforia consumistica e le ambizioni di dominio, rappresentò davvero una scommessa.
Fu un successo che andò anche oltre le aspettative dei produttori e dello stesso Shulz. In una delle scene centrali della narrazione, Charlie Brown si reca a comprare l’albero di Natale. Anziché prenderne uno in metallo e dai colori accattivanti, ne sceglie uno naturale, ma piccolo, con pochi rami e decisamente poco attraente che però, secondo lui, era il più adatto a rappresentare lo “spirito del Natale”.
Quando gli amici lo vengono a sapere, prima lo rimproverano, perché avrebbero preferito uno in metallo, poi lo deridono ma, alla fine, decidono di addobbarlo e scoprono che la scelta non era stata poi così sbagliata.
Sarebbe una forzatura caricare di eccessivi significati quello che è e rimane un cartone animato, sebbene raffinatissimo e con una colonna sonora minimale ma memorabile. Eppure, le storie animate di questi bambini alla ricerca del vero senso del Natale in un mondo che, allora come oggi, pare averlo smarrito, possono dire qualcosa di importante.
Comunque la si pensi su quel Bambino del quale si ricorda e si celebra la nascita, infatti, pare inevitabile constatare che il bisogno di senso, di semplicità, di essenzialità e di pace sono profondamente radicati, anche quando tutto farebbe credere il contrario.
Materialismo, consumismo e prepotenza, purtroppo, non sono passati di moda nei sessant’anni trascorsi dal 1965 ma se, nonostante tutto, continuiamo a desiderare ben altro, allora questo significa che non sono adeguate le risposte economiche, politiche e culturali che ignorano queste aspirazioni.
A distanza di sessant’anni dalla nascita di “Buon Natale, Charlie Brown!”, rimane la sensazione che la storia “minore” conservi una ricchezza che il cinismo dei grandi scacchieri politici, economici e militari internazionali hanno smarrito o che, probabilmente, non hanno mai avuto. Serve coraggio per dire, sottovoce, qualcosa di diverso. Serve coraggio per scegliere l’essenziale.