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Scrooge e gli sfruttati di oggi

21 dicembre 2025

Cuneo

Era il 19 dicembre 1843 quando Charles Dickens pubblicò il celebre racconto “A Christmas Carol”, noto, in Italia, anche con il titolo “Canto di Natale”. Il percorso di ravvedimento di Ebenezer Scrooge nella notte di Natale divenne presto famoso.

L’opera del grande scrittore britannico, da allora, è stata regolarmene rappresentata, anche in adattamenti moderni. Non sempre i giorni ovattati e lieti delle feste rendono giustizia all’impegno sociale che animò Dickens durante tutta la sua vita e che, proprio negli anni della pubblicazione e della diffusione del racconto, vide un periodo centrale, anche con le letture pubbliche di “A Christmas Carrol” avviate dallo stesso Dickens, nel 1849.

Il Canto di Natale è stato pubblicato all’inizio di quel decennio che sarebbe stato ricordato come quello degli “Hungry Forties” (“gli affamati anni ‘40”) quando la crisi agricola diede l’avvio a un decennio di difficoltà e stenti per le classi più fragili. Dickens non è stato un rivoluzionario ma, come hanno scritto i suoi commentatori, non ha eguali quando, con la sua penna, si mette al fianco di chi stenta e, soprattutto, della gioventù più povera.

L’intento dell’autore era, infatti, quello di denunciare le condizioni di estrema povertà nella quale molti bambini e ragazzi si trovavano e scuotere l’opinione pubblica britannica, soprattutto quella che aveva tratto grandi guadagni dalla rivoluzione industriale e dallo sviluppo finanziario inglese.

Uno dei fini di Dickens, con il Canto di Natale, era anche quello di indurre i sudditi dell’Impero che dominava il mondo a ripesare alle proprie scelte e a orientarle verso una maggiore solidarietà sociale. Ovviamente, sarebbe errato trasporre tutto in termini moderni; il concetto stesso di “stato sociale” (per come lo intendiamo oggi) era lontano dalla sensibilità diffusa del tempo. Probabilmente, quello che Dickens voleva suscitare era più simile a un orientamento verso la filantropia. L’idea, infatti, era quella che non bastasse, ad esempio, l’impegno politico e civile, anche personale dello stesso Dickens, per la riforma delle “Poor Laws” (“Leggi sui poveri”) del tempo, ritenute inadeguate. Alla denuncia sociale si affiancava anche la spinta ideale alla ricostruzione di quella rete di relazioni che era saltata in seguito e per effetto della rivoluzione industriale.

Disuguaglianze, sfruttamento e avidità avevano profondamente segnato la società del tempo con una brutalità fino ad allora sconosciuta, con la negazione della dignità umana delle fasce più povere della popolazione e la disumanizzazione che era conseguita all’applicazione pratica dei principi del darwinismo sociale e alla ricerca del profitto a ogni costo. E’ difficile, se non impossibile, immaginare una riproposizione in chiave moderna dei temi del Canto di Natale.

Purtroppo, neppure oggi lo sfruttamento è scomparso e non mancano casi eclatanti e recenti, anche vicini a noi, che denotano un degrado e una povertà che offende la dignità umana. In termini generali, tuttavia, non è neppure immaginabile un confronto quantitativo e qualitativo delle disuguaglianze sociali attuali con quelle dell’Inghilterra dell’età vittoriana.

Il racconto di Dickens, però, conserva una sua attualità quanto meno dal punto di vista del richiamo sia all’attenzione ai poveri, sia alla miseria umana e relazionale delle vite votate esclusivamente al successo personale, professionale ed economico.

Purtroppo, continua a resistere la barriera che sembra separare le vite, i pensieri e le attenzioni di chi insegue il successo a tutti i costi e quelle di chi è sempre più invisibile. Non abbiamo mai avuto tanti strumenti di informazione e osservazione come capita oggi, eppure il nostro sguardo sembra essere sempre e solo irresistibilmente attratto dal luccichio delle vite (apparentemente) scintillanti di chi ostenta il proprio benessere.

Chi fatica o anche, semplicemente, conduce una vita semplice e ordinaria interessa ben poco ai social e alle cronache mondane. In questi giorni di luci, di feste e di gioia, l’augurio è che l’autenticità del Verbo che si fa carne in un bambino, in una mangiatoia, possa restituire una dimensione umana al nostro sguardo, su noi stessi e su chi ci sta accanto.

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