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L’umanità ordinaria del Natale

21 dicembre 2025

Cuneo

Giorni di Natale, di racconti evangelici che sentiamo talmente penetrati nel nostro sentire religioso da essere ormai assimilati, "nostri", ben conosciuti. E, insieme, racconti tanto ascoltati che rischiano di richiamarci più che altro a un clima consueto, bello e caldo ma già noto, che non ci scomoda. Eppure quei pochi capitoli che Matteo e Luca dedicano al Gesù bambino avrebbero ancora la capacità di sorprenderci e di parlare al nostro oggi, alla nostra Chiesa, al nostro mondo. E allora torniamo ancora su quelle pagine, con il rischio di ripetere cose già risapute, ma con la consapevolezza che anche ciò che conosciamo già ha bisogno di essere ripercorso perché non appassisca. Potremmo anzi decidere di dedicare loro ben tre appuntamenti: uno per Matteo, uno per Luca e uno, questo, per ciò su cui entrambi concordano. Marco è il primo evangelista ad aver "inventato" il genere del vangelo. È qualcosa di nuovo: non è una biografia, perché non riusciamo neanche a capire quanto Gesù sia vissuto o quanto sia durato il suo ministero, ma non è neanche un insegnamento filosofico, perché è tutto incentrato su una vita umana vissuta e non su ciò che Gesù ha detto. Eppure, Marco non sente il bisogno di raccontare l'infanzia e la formazione di Gesù. A lui bastava la vita vissuta da adulto, quella che normalmente è più significativa per ognuno di noi. Al contrario, Matteo e Luca pensano che occorra partire da più lontano. Perché si sarebbe potuto pensare un Gesù che diventa messia e Signore soltanto ad un certo punto: con il battesimo di Giovanni, forse, o alla trasfigurazione, o solo con la risurrezione. Ci sono state eresie che si sono mosse su queste piste. E le si capisce, perché anche noi pensiamo che se vogliamo imparare da grandi esseri umani, li guardiamo nel pieno della loro forza ed efficienza. In questo i vangeli ci spiazzano, perché i due evangelisti che narrano l'infanzia di Gesù insistono sulla sua divinità da subito, anzi da prima di subito, da prima della nascita. Al di là di ciò che questo significa per l'immagine di Gesù, di Dio e dell'uomo, acquisisce un senso profondo anche per noi, per la nostra vita quotidiana, nella quale rischiamo di pensarci non pienamente utili, di peso, "meno umani" quando le forze scemano e quando siamo malati o appesantiti da fatiche e dolori. Il Salvatore, il re dell'universo, è un «neonato avvolto in fasce», un bimbo con il pannolino, incapace persino di controllare i propri sfinteri. Immagine persino imbarazzante. Ma che può continuare a parlare a noi oggi. Chi in questi giorni si sentirà affaticato, incapace di sorridere sempre, appesantito dagli anni, dalle vicende della vita, dalle malattie, dalla propria stanchezza e dall'impressione di essere inadeguato... non sarà lontano dallo spirito del Natale, ma più vicino a Gesù stesso. E l'altro messaggio che entrambi gli evangelisti dell'infanzia ci lasciano è che l'umanità comune, normale, non si può saltare. Possiamo essere tentati di confidare in interventi miracolistici di Dio o dei santi o di ideologie o simili... ma il salvatore nasce invece in mezzo agli uomini, da una coppia normale, nell'umanità normale, in un modo che sarà straordinario ma da fuori non si può intuire. È vero che nella storia irrompe l'Assoluto, che però non fa notizia, non sembra diverso dal consueto, si dà nel modo apparentemente più banale e scontato. E se l'ha fatto nell'evento più significativo della vicenda cristiana, non ci sono molti motivi per cui non debba continuare a farlo ancora. Più che lasciarsi trovare nell'eccezionalità dei miracoli (che pure possono esserci...), il Dio cristiano si muove nella umanità ordinaria, qualunque, anche messa un po' peggio e più sfortunata della media. A questo entrambi gli evangelisti dell'infanzia aggiungeranno altro, ma partendo da questa centralità dell'umanità, e di un'umanità qualunque. Cercare Dio nello straordinario, nell'eccezionale, persino in una gioia senza macchie, ci condanna ad una ricerca infruttuosa come quella di Erode, che spende mezzi, potenza e crudeltà in un'indagine inutile.

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