Cuneo - Casotto della cinta daziaria (foto tratta dal sito www.catalogo.beniculturali.it)
Il sospetto che i cuneesi portino un amore profondo per le tasse, molto ben dissimulato dalla loro ritrosia a manifestare i sentimenti, è rivelato dall’edilizia pubblica sviluppata sul proprio territorio. Che dire del più grandioso intervento dello Stato per la città di Cuneo: il palazzo degli uffici finanziari, alias il mostro? Ma tale sentimento è anche rivelato dalla cura con cui sono conservati reperti di “edilizia fiscale”, quale il cosiddetto “casotto della cinta daziaria”, bassa costruzione in pietra, di metà del secolo XIX°, tetto a coppi, facciata movimentata da tre archi e due absidi, posta all’imbocco di porta Mondovì (per i vetero cuneesi: sul piazzale delle uve, al fondo della discesa delle Giuseppine). La collocazione sul principale accesso alla città non era casuale, poiché lì dovevano transitare tutti i trasporti delle merci destinate alla città stessa. In epoche in cui non si potevano pretendere scritture contabili e registri fiscali, la principale imposta indiretta veniva riscossa bloccando i carri alla porta di ogni città per ispezionarli ed esigere, seduta stante,un corrispettivo in base alla quantità e qualità delle merci trasportate: un dazio, appunto. Un’imposta con un retrogusto da Medioevo, ma che rimase in vigore fino al 1930, allorché un Regio decreto abolì le “cinte daziarie”, pur dando facoltà ai Comuni di mantenere l’imposta su determinati consumi. Poi, si entrò nell’epoca moderna con l’istituzione dell’IGE ed infine dell’IVA.
Avendo confinato quel sistema di gabelle nei racconti dei miei nonni, confesso il mio spaesamento nel veder rispuntare i dazi nelle politiche del commercio internazionale, dopo anni di iperliberismo predicato e, in parte, applicato da potenti organizzazioni internazionali quali il WTO (Organizzazione mondiale del commercio), il WCO (Organizzazione mondiale per l’armonizzazione delle dogane), il GATT (Accordo multilaterale per la progressiva riduzione delle barriere tariffarie). Era soltanto un sottile strato di vernice sul solido e inaffondabile strumento dei dazi, che emerge come un sughero quando vengono meno le regole internazionali?
I dazi sono tariffe che uno stato impone sui beni importati da un’altro stato, con lo scopo principale di proteggere le proprie industrie dalla concorrenza estera, rendendo i prodotti importati meno competitivi in termini di prezzo. È un’arma semplice e di immediata applicazione, ma insidiosa nelle sue conseguenze. Quando un dazio viene applicato su un prodotto importato (evidentemente concorrenziale per costi o qualità) se ne avvantaggiano i produttori locali, ma normalmente ne scapitano i consumatori per un generale aumento dei prezzi. In determinati casi, una politica protezionistica può essere opportuna. Pensiamo alla necessità di tutelare la produzione di Paesi emergenti, permettendo alle loro aziende di rinforzarsi, prima di confrontarsi con la concorrenza internazionale. Per converso, misure protezionistiche prolungate possono diventare una droga per un mercato interno tutelato e garantito.
Un classico esempio di contrasto di interessi tra una politica protezionista ed un’impostazione liberista lo si ebbe nella seconda metà dell’ ‘800 con la secessione degli stati del sud degli Stati Uniti d’America.
Certamente alla base della traumatica decisione vi fu la nota volontà di mantenere il regime schiavistico, ma il motivo profondo nasceva dalla contrarietà rispetto alla politica protezionista praticata dagli stati del nord. A tutela della nascente industria nordista, il Congresso aveva adottato severi dazi contro l’importazione delle più evolute merci europee, inglesi in particolare. Ovviamente, la Gran Bretagna contrappose dazi all’importazione di cotone, tabacco e canna da zucchero dagli stati del sud. Come sappiamo, i nordisti vinsero la guerra di secessione, mantennero i dazi, la produzione industriale americana si rafforzò fino a dilagare nel novecento in Europa e nel mondo, emblema del benessere indotto dal libero mercato. Fino a ieri.
editoriale
Cuneo - Casotto della cinta daziaria (foto tratta dal sito www.catalogo.beniculturali.it)
Il sospetto che i cuneesi portino un amore profondo per le tasse, molto ben dissimulato dalla loro ritrosia a manifestare i sentimenti, è rivelato dall’edilizia pubblica sviluppata sul proprio territorio. Che dire del più grandioso intervento dello Stato per la città di Cuneo: il palazzo degli uffici finanziari, alias il mostro? Ma tale sentimento è anche rivelato dalla cura con cui sono conservati reperti di “edilizia fiscale”, quale il cosiddetto “casotto della cinta daziaria”, bassa costruzione in pietra, di metà del secolo XIX°, tetto a coppi, facciata movimentata da tre archi e due absidi, posta all’imbocco di porta Mondovì (per i vetero cuneesi: sul piazzale delle uve, al fondo della discesa delle Giuseppine). La collocazione sul principale accesso alla città non era casuale, poiché lì dovevano transitare tutti i trasporti delle merci destinate alla città stessa. In epoche in cui non si potevano pretendere scritture contabili e registri fiscali, la principale imposta indiretta veniva riscossa bloccando i carri alla porta di ogni città per ispezionarli ed esigere, seduta stante,un corrispettivo in base alla quantità e qualità delle merci trasportate: un dazio, appunto. Un’imposta con un retrogusto da Medioevo, ma che rimase in vigore fino al 1930, allorché un Regio decreto abolì le “cinte daziarie”, pur dando facoltà ai Comuni di mantenere l’imposta su determinati consumi. Poi, si entrò nell’epoca moderna con l’istituzione dell’IGE ed infine dell’IVA.
Avendo confinato quel sistema di gabelle nei racconti dei miei nonni, confesso il mio spaesamento nel veder rispuntare i dazi nelle politiche del commercio internazionale, dopo anni di iperliberismo predicato e, in parte, applicato da potenti organizzazioni internazionali quali il WTO (Organizzazione mondiale del commercio), il WCO (Organizzazione mondiale per l’armonizzazione delle dogane), il GATT (Accordo multilaterale per la progressiva riduzione delle barriere tariffarie). Era soltanto un sottile strato di vernice sul solido e inaffondabile strumento dei dazi, che emerge come un sughero quando vengono meno le regole internazionali?
I dazi sono tariffe che uno stato impone sui beni importati da un’altro stato, con lo scopo principale di proteggere le proprie industrie dalla concorrenza estera, rendendo i prodotti importati meno competitivi in termini di prezzo. È un’arma semplice e di immediata applicazione, ma insidiosa nelle sue conseguenze. Quando un dazio viene applicato su un prodotto importato (evidentemente concorrenziale per costi o qualità) se ne avvantaggiano i produttori locali, ma normalmente ne scapitano i consumatori per un generale aumento dei prezzi. In determinati casi, una politica protezionistica può essere opportuna. Pensiamo alla necessità di tutelare la produzione di Paesi emergenti, permettendo alle loro aziende di rinforzarsi, prima di confrontarsi con la concorrenza internazionale. Per converso, misure protezionistiche prolungate possono diventare una droga per un mercato interno tutelato e garantito.
Un classico esempio di contrasto di interessi tra una politica protezionista ed un’impostazione liberista lo si ebbe nella seconda metà dell’ ‘800 con la secessione degli stati del sud degli Stati Uniti d’America.
Certamente alla base della traumatica decisione vi fu la nota volontà di mantenere il regime schiavistico, ma il motivo profondo nasceva dalla contrarietà rispetto alla politica protezionista praticata dagli stati del nord. A tutela della nascente industria nordista, il Congresso aveva adottato severi dazi contro l’importazione delle più evolute merci europee, inglesi in particolare. Ovviamente, la Gran Bretagna contrappose dazi all’importazione di cotone, tabacco e canna da zucchero dagli stati del sud. Come sappiamo, i nordisti vinsero la guerra di secessione, mantennero i dazi, la produzione industriale americana si rafforzò fino a dilagare nel novecento in Europa e nel mondo, emblema del benessere indotto dal libero mercato. Fino a ieri.
Dall’applicazione dei dazi, vantaggi di pochi e danni per molti
08 dicembre 2025
Cuneo
Cuneo - Casotto della cinta daziaria (foto tratta dal sito www.catalogo.beniculturali.it)
Il sospetto che i cuneesi portino un amore profondo per le tasse, molto ben dissimulato dalla loro ritrosia a manifestare i sentimenti, è rivelato dall’edilizia pubblica sviluppata sul proprio territorio. Che dire del più grandioso intervento dello Stato per la città di Cuneo: il palazzo degli uffici finanziari, alias il mostro? Ma tale sentimento è anche rivelato dalla cura con cui sono conservati reperti di “edilizia fiscale”, quale il cosiddetto “casotto della cinta daziaria”, bassa costruzione in pietra, di metà del secolo XIX°, tetto a coppi, facciata movimentata da tre archi e due absidi, posta all’imbocco di porta Mondovì (per i vetero cuneesi: sul piazzale delle uve, al fondo della discesa delle Giuseppine). La collocazione sul principale accesso alla città non era casuale, poiché lì dovevano transitare tutti i trasporti delle merci destinate alla città stessa. In epoche in cui non si potevano pretendere scritture contabili e registri fiscali, la principale imposta indiretta veniva riscossa bloccando i carri alla porta di ogni città per ispezionarli ed esigere, seduta stante,un corrispettivo in base alla quantità e qualità delle merci trasportate: un dazio, appunto. Un’imposta con un retrogusto da Medioevo, ma che rimase in vigore fino al 1930, allorché un Regio decreto abolì le “cinte daziarie”, pur dando facoltà ai Comuni di mantenere l’imposta su determinati consumi. Poi, si entrò nell’epoca moderna con l’istituzione dell’IGE ed infine dell’IVA.
Avendo confinato quel sistema di gabelle nei racconti dei miei nonni, confesso il mio spaesamento nel veder rispuntare i dazi nelle politiche del commercio internazionale, dopo anni di iperliberismo predicato e, in parte, applicato da potenti organizzazioni internazionali quali il WTO (Organizzazione mondiale del commercio), il WCO (Organizzazione mondiale per l’armonizzazione delle dogane), il GATT (Accordo multilaterale per la progressiva riduzione delle barriere tariffarie). Era soltanto un sottile strato di vernice sul solido e inaffondabile strumento dei dazi, che emerge come un sughero quando vengono meno le regole internazionali?
I dazi sono tariffe che uno stato impone sui beni importati da un’altro stato, con lo scopo principale di proteggere le proprie industrie dalla concorrenza estera, rendendo i prodotti importati meno competitivi in termini di prezzo. È un’arma semplice e di immediata applicazione, ma insidiosa nelle sue conseguenze. Quando un dazio viene applicato su un prodotto importato (evidentemente concorrenziale per costi o qualità) se ne avvantaggiano i produttori locali, ma normalmente ne scapitano i consumatori per un generale aumento dei prezzi. In determinati casi, una politica protezionistica può essere opportuna. Pensiamo alla necessità di tutelare la produzione di Paesi emergenti, permettendo alle loro aziende di rinforzarsi, prima di confrontarsi con la concorrenza internazionale. Per converso, misure protezionistiche prolungate possono diventare una droga per un mercato interno tutelato e garantito.
Un classico esempio di contrasto di interessi tra una politica protezionista ed un’impostazione liberista lo si ebbe nella seconda metà dell’ ‘800 con la secessione degli stati del sud degli Stati Uniti d’America.
Certamente alla base della traumatica decisione vi fu la nota volontà di mantenere il regime schiavistico, ma il motivo profondo nasceva dalla contrarietà rispetto alla politica protezionista praticata dagli stati del nord. A tutela della nascente industria nordista, il Congresso aveva adottato severi dazi contro l’importazione delle più evolute merci europee, inglesi in particolare. Ovviamente, la Gran Bretagna contrappose dazi all’importazione di cotone, tabacco e canna da zucchero dagli stati del sud. Come sappiamo, i nordisti vinsero la guerra di secessione, mantennero i dazi, la produzione industriale americana si rafforzò fino a dilagare nel novecento in Europa e nel mondo, emblema del benessere indotto dal libero mercato. Fino a ieri.