Giovanni viveva a Muggia, vicino a Trieste. È stato ucciso dalla madre.
“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?”, si chiedeva tanti secoli fa il profeta che decise di proseguire il libro di Isaia (Is 49,15). È una domanda retorica, sembrerebbe di poter rispondere serenamente di no. Eppure sappiamo che non sempre è così, e di tanto in tanto lo rivediamo. Anche il profeta lo sa, tuttavia. «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».
Non voglio commentare l’accaduto, che per una volta è stato per lo più affrontato con triste compostezza, senza gli eccessi di chi spesso in situazioni simili, soprattutto in rete, sfoga malamente la rabbia. Ma può diventare l’occasione per cogliere qualcosa di più sul Dio biblico. Per poi tornare ancora sull’essere umano.
Quella battuta di Isaia, infatti, è in un contesto in cui Dio promette al suo popolo, a Gerusalemme, non di salvarla o di riscattarla, ma di continuare ad esserci, in una promessa che è innanzi tutto di fedeltà alla relazione: «Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato».
È una dimensione che ritorna spesso nella presentazione divina, quella non di un padrone che ordina, ma di un amante che prova a sedurre, di un padre che accompagna e ama, di una relazione che è più affettiva che di dominio. In fondo, non è neppure il modo con cui siamo abituati noi, a pensare Dio. Lo è ancora meno per il tempo in cui questi testi sono stati scritti. Non un Dio che arriva come il Settimo Cavalleggeri a sterminare, ma che si affianca, per ascoltare ed abbracciare.
E questa è la chiave per comprendere anche uno dei più grandi fraintendimenti dei testi evangelici, quello di un Padre che pretende la soddisfazione di un sacrificio alla sua altezza e quindi vuole che muoia in croce, come un agnello sacrificale, suo figlio. Nulla di più insensato. Dovremmo piuttosto muoverci all’interno di questa dinamica di relazioni affettive e affettuose.
Il libro della Genesi, al capitolo 22, aveva intuito la possibilità dell’amore più estremo, quello del sacrificio non della propria vita, ma di colui che si ama: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio, che ami, Isacco, e offrilo in sacrificio per me». Ci ricordiamo come era andata a finire, con la mano di Dio che ferma Abramo un attimo prima del sacrificio, perché Dio non vuole la morte dell’essere umano. Quel dono estremo, della vita di chi si ama, del proprio unico figlio che si ama, è ciò che però il Padre offre all’umanità, nella logica della parabola dei vignaioli omicidi, ai quali il padrone della vigna invia il proprio figlio. È la stessa logica della croce: il Padre è disposto a mettere a disposizione dell’umanità colui che lui ama. E Gesù non si affida al volere tirannico di padre insensibile, ma si affida fiducioso alla volontà di chi sa che vorrà il suo bene, anche se incomprensibile e con modalità imprevedibili.
E nell’approccio di Dio troviamo quel modello che fa vivere bene anche l’umanità, se è vero che siamo stati creati a sua immagine e secondo la sua somiglianza: vivere come Dio è il bene della vita nostra. Chiamata a essere vissuta nell’amore e nel dono di sé, non per sacrificarsi, ma per vivere nella pienezza della vita umana. Che se è vissuta nel dominio (di cose, di persone, di diritti...) non solo non rispetta gli altri, ma non dà gioia a chi la vive.
editoriale
Giovanni viveva a Muggia, vicino a Trieste. È stato ucciso dalla madre.
“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?”, si chiedeva tanti secoli fa il profeta che decise di proseguire il libro di Isaia (Is 49,15). È una domanda retorica, sembrerebbe di poter rispondere serenamente di no. Eppure sappiamo che non sempre è così, e di tanto in tanto lo rivediamo. Anche il profeta lo sa, tuttavia. «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».
Non voglio commentare l’accaduto, che per una volta è stato per lo più affrontato con triste compostezza, senza gli eccessi di chi spesso in situazioni simili, soprattutto in rete, sfoga malamente la rabbia. Ma può diventare l’occasione per cogliere qualcosa di più sul Dio biblico. Per poi tornare ancora sull’essere umano.
Quella battuta di Isaia, infatti, è in un contesto in cui Dio promette al suo popolo, a Gerusalemme, non di salvarla o di riscattarla, ma di continuare ad esserci, in una promessa che è innanzi tutto di fedeltà alla relazione: «Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato».
È una dimensione che ritorna spesso nella presentazione divina, quella non di un padrone che ordina, ma di un amante che prova a sedurre, di un padre che accompagna e ama, di una relazione che è più affettiva che di dominio. In fondo, non è neppure il modo con cui siamo abituati noi, a pensare Dio. Lo è ancora meno per il tempo in cui questi testi sono stati scritti. Non un Dio che arriva come il Settimo Cavalleggeri a sterminare, ma che si affianca, per ascoltare ed abbracciare.
E questa è la chiave per comprendere anche uno dei più grandi fraintendimenti dei testi evangelici, quello di un Padre che pretende la soddisfazione di un sacrificio alla sua altezza e quindi vuole che muoia in croce, come un agnello sacrificale, suo figlio. Nulla di più insensato. Dovremmo piuttosto muoverci all’interno di questa dinamica di relazioni affettive e affettuose.
Il libro della Genesi, al capitolo 22, aveva intuito la possibilità dell’amore più estremo, quello del sacrificio non della propria vita, ma di colui che si ama: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio, che ami, Isacco, e offrilo in sacrificio per me». Ci ricordiamo come era andata a finire, con la mano di Dio che ferma Abramo un attimo prima del sacrificio, perché Dio non vuole la morte dell’essere umano. Quel dono estremo, della vita di chi si ama, del proprio unico figlio che si ama, è ciò che però il Padre offre all’umanità, nella logica della parabola dei vignaioli omicidi, ai quali il padrone della vigna invia il proprio figlio. È la stessa logica della croce: il Padre è disposto a mettere a disposizione dell’umanità colui che lui ama. E Gesù non si affida al volere tirannico di padre insensibile, ma si affida fiducioso alla volontà di chi sa che vorrà il suo bene, anche se incomprensibile e con modalità imprevedibili.
E nell’approccio di Dio troviamo quel modello che fa vivere bene anche l’umanità, se è vero che siamo stati creati a sua immagine e secondo la sua somiglianza: vivere come Dio è il bene della vita nostra. Chiamata a essere vissuta nell’amore e nel dono di sé, non per sacrificarsi, ma per vivere nella pienezza della vita umana. Che se è vissuta nel dominio (di cose, di persone, di diritti...) non solo non rispetta gli altri, ma non dà gioia a chi la vive.
Chiamati a vivere nell’amore e nel dono di sé, non per sacrificarsi, ma per vivere nella pienezza della vita
23 novembre 2025
Cuneo
Giovanni viveva a Muggia, vicino a Trieste. È stato ucciso dalla madre.
“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?”, si chiedeva tanti secoli fa il profeta che decise di proseguire il libro di Isaia (Is 49,15). È una domanda retorica, sembrerebbe di poter rispondere serenamente di no. Eppure sappiamo che non sempre è così, e di tanto in tanto lo rivediamo. Anche il profeta lo sa, tuttavia. «Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai».
Non voglio commentare l’accaduto, che per una volta è stato per lo più affrontato con triste compostezza, senza gli eccessi di chi spesso in situazioni simili, soprattutto in rete, sfoga malamente la rabbia. Ma può diventare l’occasione per cogliere qualcosa di più sul Dio biblico. Per poi tornare ancora sull’essere umano.
Quella battuta di Isaia, infatti, è in un contesto in cui Dio promette al suo popolo, a Gerusalemme, non di salvarla o di riscattarla, ma di continuare ad esserci, in una promessa che è innanzi tutto di fedeltà alla relazione: «Sulle palme delle mie mani ti ho disegnato».
È una dimensione che ritorna spesso nella presentazione divina, quella non di un padrone che ordina, ma di un amante che prova a sedurre, di un padre che accompagna e ama, di una relazione che è più affettiva che di dominio. In fondo, non è neppure il modo con cui siamo abituati noi, a pensare Dio. Lo è ancora meno per il tempo in cui questi testi sono stati scritti. Non un Dio che arriva come il Settimo Cavalleggeri a sterminare, ma che si affianca, per ascoltare ed abbracciare.
E questa è la chiave per comprendere anche uno dei più grandi fraintendimenti dei testi evangelici, quello di un Padre che pretende la soddisfazione di un sacrificio alla sua altezza e quindi vuole che muoia in croce, come un agnello sacrificale, suo figlio. Nulla di più insensato. Dovremmo piuttosto muoverci all’interno di questa dinamica di relazioni affettive e affettuose.
Il libro della Genesi, al capitolo 22, aveva intuito la possibilità dell’amore più estremo, quello del sacrificio non della propria vita, ma di colui che si ama: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio, che ami, Isacco, e offrilo in sacrificio per me». Ci ricordiamo come era andata a finire, con la mano di Dio che ferma Abramo un attimo prima del sacrificio, perché Dio non vuole la morte dell’essere umano. Quel dono estremo, della vita di chi si ama, del proprio unico figlio che si ama, è ciò che però il Padre offre all’umanità, nella logica della parabola dei vignaioli omicidi, ai quali il padrone della vigna invia il proprio figlio. È la stessa logica della croce: il Padre è disposto a mettere a disposizione dell’umanità colui che lui ama. E Gesù non si affida al volere tirannico di padre insensibile, ma si affida fiducioso alla volontà di chi sa che vorrà il suo bene, anche se incomprensibile e con modalità imprevedibili.
E nell’approccio di Dio troviamo quel modello che fa vivere bene anche l’umanità, se è vero che siamo stati creati a sua immagine e secondo la sua somiglianza: vivere come Dio è il bene della vita nostra. Chiamata a essere vissuta nell’amore e nel dono di sé, non per sacrificarsi, ma per vivere nella pienezza della vita umana. Che se è vissuta nel dominio (di cose, di persone, di diritti...) non solo non rispetta gli altri, ma non dà gioia a chi la vive.