Uno sguardo disilluso sulle attuali vicende internazionali potrebbe indurre a ritenere che non possa esistere un’etica nelle relazioni tra gli Stati. Le nuove tecnologie hanno reso molto semplice aprire i conflitti e sempre più difficile chiuderli. I droni a basso costo, l’aumento dell’offerta di armamenti, l’efficacia delle nuove tecnologie anche in ottica bellica e il diffondersi di ideologie che fanno della loro aggressività un elemento centrale, paiono avere il sopravvento sui tempi e sugli spazi del dialogo. Nulla, se non valutazioni di tipo etico, sembrano poter scoraggiare il ricorso sistematico alla forza.
Fortunatamente, non mancano le voci fuori dal coro e, accanto a quelle di realtà religiose e laiche che da tempo si spendono generosamente per chiedere la fine dei conflitti, sta crescendo, anche a livello accademico, la spinta di coloro che segnalano l’assurdità e l’inconcludenza delle relazioni internazionali fondate sull’inganno e sulla prevaricazione.
Tutto ciò, sebbene siano in molti a pensare che non sia possibile teorizzare un’etica nelle relazioni tra Stati, soprattutto quando la tensione sale. I principi etici, secondo chi la pensa in questo modo, possono, tutt’al più, riguardare i rapporti tra le persone. Quando, invece, si ha a che fare con organizzazioni politiche e con scelte di governo, allora, secondo questo modo di vedere le cose, vale solo la ragion di Stato, che deve avere come criterio guida il raggiungimento, il mantenimento e l’ampliamento del potere. In altri termini, in molti pensano che, quando, in politica estera (e non solo) si ha una posizione di vantaggio, non debbano esserci remore nel perseguire il proprio esclusivo interesse, soprattutto se ciò coincide con l’annientamento, l’indebolimento o la semplice umiliazione degli avversari.
Emblematico è stato il caso della conferenza di Parigi del 1919, che ha visto le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale imporre alle nazioni sconfitte pesantissimi oneri per riparazioni di guerra, soprattutto a carico della Germania. A quella conferenza partecipò anche John Maynard Keynes, l’economista inglese che sarebbe poi stato l’artefice teorico del New Deal del presidente Roosevelt. Nel libro “Le conseguenze economiche della pace”, pubblicato sempre nel 1919, Keynes scrisse: “Concentrandosi eccessivamente su obbiettivi politici e sulla conquista di una illusoria sicurezza hanno trascurato l’unità economica dell’Europa; illusoria perché la sicurezza non sta affatto nell’occupazione di frontiere più ampie, e anche perché gli artifici politici del momento saranno largamente irrilevanti per i problemi di un decennio venturo”. Purtroppo, le previsioni di Keynes si avverarono, e gli squilibri provocati dal massiccio spostamento di oro dalla Germania verso Francia e Inghilterra destabilizzarono non solo la stessa Germania, ma l’intero sistema economico e monetario europeo. Il collasso economico tedesco rappresentò un fertile terreno per la propaganda nazista, con tutto quanto ne conseguì. Dopo circa un secolo, i temi sollevati da Keynes paiono ancora attuali. La carenza di un’autentica unione economica europea, che vada oltre quella semplicemente monetaria, l’inutile tentativo (ad esempio, in Medio Oriente) di ottenere con la forza una illusoria sicurezza, la generale tentazione (dei vari blocchi contrapposti) dell’occupazione di frontiere sempre più ampie e, infine, il continuo e generalizzato ricorso ad artifici politici, rappresentano altrettanti limiti che continuano a presentare un conto salatissimo.
In una conferenza organizzata nel 2024 dal Carnagie Council for Ethics in International Affairs, (organizzazione no profit fondata dal ricco filantropo statunitense Andrew Carnagie, nel 1914, con lo scopo di alimentare una cultura della pace per prevenire i conflitti armati) uno dei temi toccati è stato quello della costruzione di relazioni basate su fiducia e prevenzione.
In fondo, si potrebbe dire che i due poli della tensione dialettica nelle relazioni internazionali sono sempre quelli che vedono, da una parte, inganno e prevaricazione e, dall’altra parte, fiducia e prevenzione. Fino a oggi, e in tempi recenti ancora di più, si è insistito esclusivamente sui primi, come se non ci fossero alternative. L’esperienza dovrebbe averci insegnato che, in questo modo, non si va da nessuna parte e che è il momento di percorrere vie diverse.
editoriale
Uno sguardo disilluso sulle attuali vicende internazionali potrebbe indurre a ritenere che non possa esistere un’etica nelle relazioni tra gli Stati. Le nuove tecnologie hanno reso molto semplice aprire i conflitti e sempre più difficile chiuderli. I droni a basso costo, l’aumento dell’offerta di armamenti, l’efficacia delle nuove tecnologie anche in ottica bellica e il diffondersi di ideologie che fanno della loro aggressività un elemento centrale, paiono avere il sopravvento sui tempi e sugli spazi del dialogo. Nulla, se non valutazioni di tipo etico, sembrano poter scoraggiare il ricorso sistematico alla forza.
Fortunatamente, non mancano le voci fuori dal coro e, accanto a quelle di realtà religiose e laiche che da tempo si spendono generosamente per chiedere la fine dei conflitti, sta crescendo, anche a livello accademico, la spinta di coloro che segnalano l’assurdità e l’inconcludenza delle relazioni internazionali fondate sull’inganno e sulla prevaricazione.
Tutto ciò, sebbene siano in molti a pensare che non sia possibile teorizzare un’etica nelle relazioni tra Stati, soprattutto quando la tensione sale. I principi etici, secondo chi la pensa in questo modo, possono, tutt’al più, riguardare i rapporti tra le persone. Quando, invece, si ha a che fare con organizzazioni politiche e con scelte di governo, allora, secondo questo modo di vedere le cose, vale solo la ragion di Stato, che deve avere come criterio guida il raggiungimento, il mantenimento e l’ampliamento del potere. In altri termini, in molti pensano che, quando, in politica estera (e non solo) si ha una posizione di vantaggio, non debbano esserci remore nel perseguire il proprio esclusivo interesse, soprattutto se ciò coincide con l’annientamento, l’indebolimento o la semplice umiliazione degli avversari.
Emblematico è stato il caso della conferenza di Parigi del 1919, che ha visto le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale imporre alle nazioni sconfitte pesantissimi oneri per riparazioni di guerra, soprattutto a carico della Germania. A quella conferenza partecipò anche John Maynard Keynes, l’economista inglese che sarebbe poi stato l’artefice teorico del New Deal del presidente Roosevelt. Nel libro “Le conseguenze economiche della pace”, pubblicato sempre nel 1919, Keynes scrisse: “Concentrandosi eccessivamente su obbiettivi politici e sulla conquista di una illusoria sicurezza hanno trascurato l’unità economica dell’Europa; illusoria perché la sicurezza non sta affatto nell’occupazione di frontiere più ampie, e anche perché gli artifici politici del momento saranno largamente irrilevanti per i problemi di un decennio venturo”. Purtroppo, le previsioni di Keynes si avverarono, e gli squilibri provocati dal massiccio spostamento di oro dalla Germania verso Francia e Inghilterra destabilizzarono non solo la stessa Germania, ma l’intero sistema economico e monetario europeo. Il collasso economico tedesco rappresentò un fertile terreno per la propaganda nazista, con tutto quanto ne conseguì. Dopo circa un secolo, i temi sollevati da Keynes paiono ancora attuali. La carenza di un’autentica unione economica europea, che vada oltre quella semplicemente monetaria, l’inutile tentativo (ad esempio, in Medio Oriente) di ottenere con la forza una illusoria sicurezza, la generale tentazione (dei vari blocchi contrapposti) dell’occupazione di frontiere sempre più ampie e, infine, il continuo e generalizzato ricorso ad artifici politici, rappresentano altrettanti limiti che continuano a presentare un conto salatissimo.
In una conferenza organizzata nel 2024 dal Carnagie Council for Ethics in International Affairs, (organizzazione no profit fondata dal ricco filantropo statunitense Andrew Carnagie, nel 1914, con lo scopo di alimentare una cultura della pace per prevenire i conflitti armati) uno dei temi toccati è stato quello della costruzione di relazioni basate su fiducia e prevenzione.
In fondo, si potrebbe dire che i due poli della tensione dialettica nelle relazioni internazionali sono sempre quelli che vedono, da una parte, inganno e prevaricazione e, dall’altra parte, fiducia e prevenzione. Fino a oggi, e in tempi recenti ancora di più, si è insistito esclusivamente sui primi, come se non ci fossero alternative. L’esperienza dovrebbe averci insegnato che, in questo modo, non si va da nessuna parte e che è il momento di percorrere vie diverse.
Etica e relazioni internazionali contro inganno e prevaricazione
16 novembre 2025
Cuneo
Uno sguardo disilluso sulle attuali vicende internazionali potrebbe indurre a ritenere che non possa esistere un’etica nelle relazioni tra gli Stati. Le nuove tecnologie hanno reso molto semplice aprire i conflitti e sempre più difficile chiuderli. I droni a basso costo, l’aumento dell’offerta di armamenti, l’efficacia delle nuove tecnologie anche in ottica bellica e il diffondersi di ideologie che fanno della loro aggressività un elemento centrale, paiono avere il sopravvento sui tempi e sugli spazi del dialogo. Nulla, se non valutazioni di tipo etico, sembrano poter scoraggiare il ricorso sistematico alla forza.
Fortunatamente, non mancano le voci fuori dal coro e, accanto a quelle di realtà religiose e laiche che da tempo si spendono generosamente per chiedere la fine dei conflitti, sta crescendo, anche a livello accademico, la spinta di coloro che segnalano l’assurdità e l’inconcludenza delle relazioni internazionali fondate sull’inganno e sulla prevaricazione.
Tutto ciò, sebbene siano in molti a pensare che non sia possibile teorizzare un’etica nelle relazioni tra Stati, soprattutto quando la tensione sale. I principi etici, secondo chi la pensa in questo modo, possono, tutt’al più, riguardare i rapporti tra le persone. Quando, invece, si ha a che fare con organizzazioni politiche e con scelte di governo, allora, secondo questo modo di vedere le cose, vale solo la ragion di Stato, che deve avere come criterio guida il raggiungimento, il mantenimento e l’ampliamento del potere. In altri termini, in molti pensano che, quando, in politica estera (e non solo) si ha una posizione di vantaggio, non debbano esserci remore nel perseguire il proprio esclusivo interesse, soprattutto se ciò coincide con l’annientamento, l’indebolimento o la semplice umiliazione degli avversari.
Emblematico è stato il caso della conferenza di Parigi del 1919, che ha visto le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale imporre alle nazioni sconfitte pesantissimi oneri per riparazioni di guerra, soprattutto a carico della Germania. A quella conferenza partecipò anche John Maynard Keynes, l’economista inglese che sarebbe poi stato l’artefice teorico del New Deal del presidente Roosevelt. Nel libro “Le conseguenze economiche della pace”, pubblicato sempre nel 1919, Keynes scrisse: “Concentrandosi eccessivamente su obbiettivi politici e sulla conquista di una illusoria sicurezza hanno trascurato l’unità economica dell’Europa; illusoria perché la sicurezza non sta affatto nell’occupazione di frontiere più ampie, e anche perché gli artifici politici del momento saranno largamente irrilevanti per i problemi di un decennio venturo”. Purtroppo, le previsioni di Keynes si avverarono, e gli squilibri provocati dal massiccio spostamento di oro dalla Germania verso Francia e Inghilterra destabilizzarono non solo la stessa Germania, ma l’intero sistema economico e monetario europeo. Il collasso economico tedesco rappresentò un fertile terreno per la propaganda nazista, con tutto quanto ne conseguì. Dopo circa un secolo, i temi sollevati da Keynes paiono ancora attuali. La carenza di un’autentica unione economica europea, che vada oltre quella semplicemente monetaria, l’inutile tentativo (ad esempio, in Medio Oriente) di ottenere con la forza una illusoria sicurezza, la generale tentazione (dei vari blocchi contrapposti) dell’occupazione di frontiere sempre più ampie e, infine, il continuo e generalizzato ricorso ad artifici politici, rappresentano altrettanti limiti che continuano a presentare un conto salatissimo.
In una conferenza organizzata nel 2024 dal Carnagie Council for Ethics in International Affairs, (organizzazione no profit fondata dal ricco filantropo statunitense Andrew Carnagie, nel 1914, con lo scopo di alimentare una cultura della pace per prevenire i conflitti armati) uno dei temi toccati è stato quello della costruzione di relazioni basate su fiducia e prevenzione.
In fondo, si potrebbe dire che i due poli della tensione dialettica nelle relazioni internazionali sono sempre quelli che vedono, da una parte, inganno e prevaricazione e, dall’altra parte, fiducia e prevenzione. Fino a oggi, e in tempi recenti ancora di più, si è insistito esclusivamente sui primi, come se non ci fossero alternative. L’esperienza dovrebbe averci insegnato che, in questo modo, non si va da nessuna parte e che è il momento di percorrere vie diverse.