(foto Pixabay)
Capita, di tanto in tanto, che anche la sonnolenta provincia cuneese arrivi agli onori delle cronache nazionali. Normalmente, come in questo caso, non è una bella notizia.
E in questi casi capita, con una notevole frequenza, che attorno alle notizie soprattutto se tragiche si addensino i commentatori un po’ scandalizzati e un po’ sciacalli. Oggi li chiamiamo “leoni da tastiera”, persone che si nascondono dietro il presunto anonimato digitale per scagliare giudizi feroci sugli altri, ma questa forma di giudizio distaccato non è stato inventato dai social... è lo stesso che ci ha sempre spinto a dare giudizi genericisu intere categorie umane (“Eh, i giovani d’oggi, signora mia!”), e che ha portato la lingua tedesca a inventarsi un termine per definire quella “gioia della vergogna” che ci spinge a soffermarci un po’ compiaciuti sullo scandalo per i comportamenti altrui, forse anche per sentirci un po’ migliori, perché noi non lo faremmo mai...
Sto parlando, come si è compreso, dell’inchiesta sui maltrattamenti subiti dai pazienti del centro “Per mano”. Qui il primo livello è chiaro e da non dimenticare: qualunque forma di maltrattamento e abuso soprattutto se nei confronti dei più deboli non è mai giustificato.
Il Primo Testamento nasce in un contesto culturale in cui si immaginava che gli dèi più importanti si scegliessero come “protetti” i popoli più importanti. Israele, al contrario, si pensa come un popolo piccolo, fragile, inaffidabile, infedele, ma che è stato scelto dal Dio più importante di tutti per una benevolenza gratuita, non motivata. È un legame pensato non sul modello della convenienza, anche da parte divina, ma piuttosto sull’idea della relazione personale, dell’innamoramento senza ragioni d’interesse.
Ecco perché in tutta la Bibbia questa scelta privilegiata per i deboli resta fissa, nonostante le radici culturali che avrebbero privilegiato piuttosto i forti: Dio rende giustizia all’orfano e alla vedova, ossia a chi era senza protezioni, e ribalta le situazioni umane andando a tutelare e scegliere chi sembrava essere escluso da qualunque ragione umana. E, al di là della scelta privilegiata per gli ultimi, proprio in difesa dei più indifesi si muovono le parole più dure pronunciate da Gesù in tutti i vangeli: «Chi scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli, gli conviene che gli sia appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6, simile a Mc 9,42 e Lc 17,2).
Insieme, però, i testi biblici ci propongono una tutela del malvagio che non può che stupire anche noi, tanto propensi alle soluzioni semplici e superficiali. Possiamo pensare a Gesù cui viene presentata una donna colta in adulterio (Gv 8,2-11), che decide di non giudicare, pur definendo in modo chiaro come “peccato” il suo comportamento. O possiamo ricordarci l’appello a non “toccare Caino” nei racconti un po’ mitologici dell’inizio dell’umanità: il primo fratricida si è macchiato di una colpa enorme, ma bisogna evitare che subisca la stessa pena.
Ma possiamo trovare pertinente un altro brano, che si muove ancora più in radice, di nuovo nei testi dell’inizio della Genesi, quelli che sembrano raccontare delle storielle ma in realtà illustrano il volto di Dio. In quelle pagine il terzo capitolo, già sfiorato in questa rubrica, non smette di svelarci il volto di un Dio sorprendente.
Adamo ed Eva, infatti, mostrano di non fidarsi di Dio: ha detto di non mangiare di quel frutto perché altrimenti sarebbero morti? “In realtà sospettiamo l’inganno, Dio sa che diventeremmo come lui, e per questo non vuole che ne mangiamo, ha paura di perdere il suo primato”. Dopo averne mangiato, Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi e ne provano vergogna. L’essere nudi senza vergognarsene esprime la situazione del non dover custodire dei segreti, nel rapporto di coppia. Appena i primi uomini iniziano a diffidare di Dio, cominciano anche a diffidare l’uno dell’altra.
Ebbene, in quel contesto Dio non “sfiducia” mai l’umanità, continua a vederla nemica del male rappresentato nel serpente, proprio nel momento in cui è lui scelgono di non fidarsi di lui. E anche quando scaccia Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, per venire incontro al loro disagio dona loro delle tuniche fatte con pelle animale. Solo due capitoli prima Dio aveva invitato tutti gli esseri viventi a nutrirsi soltanto di vegetali (Gen 1,29-30). Qui, per venire incontro al disagio dell’essere umano (non al rischio di morire), Dio viola la propria stessa legge. Così facendo mostra che per il Dio della Bibbia adeguarsi a una legge esteriore (anche se emanata da lui) è meno importante che restare in comunione e dialogo.
Per noi, forse, l’appello resta chiaro. È giusto chiamare male ciò che è male, lo fa anche Gesù con la donna adultera («Va’, e d’ora in poi non peccare più»). Ma senza mai smettere di vedere, anche nel peggiore malfattore, una persona umana, da rispettare e tutelare. Persino da amare, anche mentre ne cogliamo il peccato.
Appello complesso, soprattutto per il nostro tempo, ma profondamente umanizzante.
editoriale
(foto Pixabay)
Capita, di tanto in tanto, che anche la sonnolenta provincia cuneese arrivi agli onori delle cronache nazionali. Normalmente, come in questo caso, non è una bella notizia.
E in questi casi capita, con una notevole frequenza, che attorno alle notizie soprattutto se tragiche si addensino i commentatori un po’ scandalizzati e un po’ sciacalli. Oggi li chiamiamo “leoni da tastiera”, persone che si nascondono dietro il presunto anonimato digitale per scagliare giudizi feroci sugli altri, ma questa forma di giudizio distaccato non è stato inventato dai social... è lo stesso che ci ha sempre spinto a dare giudizi genericisu intere categorie umane (“Eh, i giovani d’oggi, signora mia!”), e che ha portato la lingua tedesca a inventarsi un termine per definire quella “gioia della vergogna” che ci spinge a soffermarci un po’ compiaciuti sullo scandalo per i comportamenti altrui, forse anche per sentirci un po’ migliori, perché noi non lo faremmo mai...
Sto parlando, come si è compreso, dell’inchiesta sui maltrattamenti subiti dai pazienti del centro “Per mano”. Qui il primo livello è chiaro e da non dimenticare: qualunque forma di maltrattamento e abuso soprattutto se nei confronti dei più deboli non è mai giustificato.
Il Primo Testamento nasce in un contesto culturale in cui si immaginava che gli dèi più importanti si scegliessero come “protetti” i popoli più importanti. Israele, al contrario, si pensa come un popolo piccolo, fragile, inaffidabile, infedele, ma che è stato scelto dal Dio più importante di tutti per una benevolenza gratuita, non motivata. È un legame pensato non sul modello della convenienza, anche da parte divina, ma piuttosto sull’idea della relazione personale, dell’innamoramento senza ragioni d’interesse.
Ecco perché in tutta la Bibbia questa scelta privilegiata per i deboli resta fissa, nonostante le radici culturali che avrebbero privilegiato piuttosto i forti: Dio rende giustizia all’orfano e alla vedova, ossia a chi era senza protezioni, e ribalta le situazioni umane andando a tutelare e scegliere chi sembrava essere escluso da qualunque ragione umana. E, al di là della scelta privilegiata per gli ultimi, proprio in difesa dei più indifesi si muovono le parole più dure pronunciate da Gesù in tutti i vangeli: «Chi scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli, gli conviene che gli sia appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6, simile a Mc 9,42 e Lc 17,2).
Insieme, però, i testi biblici ci propongono una tutela del malvagio che non può che stupire anche noi, tanto propensi alle soluzioni semplici e superficiali. Possiamo pensare a Gesù cui viene presentata una donna colta in adulterio (Gv 8,2-11), che decide di non giudicare, pur definendo in modo chiaro come “peccato” il suo comportamento. O possiamo ricordarci l’appello a non “toccare Caino” nei racconti un po’ mitologici dell’inizio dell’umanità: il primo fratricida si è macchiato di una colpa enorme, ma bisogna evitare che subisca la stessa pena.
Ma possiamo trovare pertinente un altro brano, che si muove ancora più in radice, di nuovo nei testi dell’inizio della Genesi, quelli che sembrano raccontare delle storielle ma in realtà illustrano il volto di Dio. In quelle pagine il terzo capitolo, già sfiorato in questa rubrica, non smette di svelarci il volto di un Dio sorprendente.
Adamo ed Eva, infatti, mostrano di non fidarsi di Dio: ha detto di non mangiare di quel frutto perché altrimenti sarebbero morti? “In realtà sospettiamo l’inganno, Dio sa che diventeremmo come lui, e per questo non vuole che ne mangiamo, ha paura di perdere il suo primato”. Dopo averne mangiato, Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi e ne provano vergogna. L’essere nudi senza vergognarsene esprime la situazione del non dover custodire dei segreti, nel rapporto di coppia. Appena i primi uomini iniziano a diffidare di Dio, cominciano anche a diffidare l’uno dell’altra.
Ebbene, in quel contesto Dio non “sfiducia” mai l’umanità, continua a vederla nemica del male rappresentato nel serpente, proprio nel momento in cui è lui scelgono di non fidarsi di lui. E anche quando scaccia Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, per venire incontro al loro disagio dona loro delle tuniche fatte con pelle animale. Solo due capitoli prima Dio aveva invitato tutti gli esseri viventi a nutrirsi soltanto di vegetali (Gen 1,29-30). Qui, per venire incontro al disagio dell’essere umano (non al rischio di morire), Dio viola la propria stessa legge. Così facendo mostra che per il Dio della Bibbia adeguarsi a una legge esteriore (anche se emanata da lui) è meno importante che restare in comunione e dialogo.
Per noi, forse, l’appello resta chiaro. È giusto chiamare male ciò che è male, lo fa anche Gesù con la donna adultera («Va’, e d’ora in poi non peccare più»). Ma senza mai smettere di vedere, anche nel peggiore malfattore, una persona umana, da rispettare e tutelare. Persino da amare, anche mentre ne cogliamo il peccato.
Appello complesso, soprattutto per il nostro tempo, ma profondamente umanizzante.
Chiamare male ciò che è male, senza smettere però di vedere la persona da rispettare, tutelare, persino amare
16 novembre 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Capita, di tanto in tanto, che anche la sonnolenta provincia cuneese arrivi agli onori delle cronache nazionali. Normalmente, come in questo caso, non è una bella notizia.
E in questi casi capita, con una notevole frequenza, che attorno alle notizie soprattutto se tragiche si addensino i commentatori un po’ scandalizzati e un po’ sciacalli. Oggi li chiamiamo “leoni da tastiera”, persone che si nascondono dietro il presunto anonimato digitale per scagliare giudizi feroci sugli altri, ma questa forma di giudizio distaccato non è stato inventato dai social... è lo stesso che ci ha sempre spinto a dare giudizi genericisu intere categorie umane (“Eh, i giovani d’oggi, signora mia!”), e che ha portato la lingua tedesca a inventarsi un termine per definire quella “gioia della vergogna” che ci spinge a soffermarci un po’ compiaciuti sullo scandalo per i comportamenti altrui, forse anche per sentirci un po’ migliori, perché noi non lo faremmo mai...
Sto parlando, come si è compreso, dell’inchiesta sui maltrattamenti subiti dai pazienti del centro “Per mano”. Qui il primo livello è chiaro e da non dimenticare: qualunque forma di maltrattamento e abuso soprattutto se nei confronti dei più deboli non è mai giustificato.
Il Primo Testamento nasce in un contesto culturale in cui si immaginava che gli dèi più importanti si scegliessero come “protetti” i popoli più importanti. Israele, al contrario, si pensa come un popolo piccolo, fragile, inaffidabile, infedele, ma che è stato scelto dal Dio più importante di tutti per una benevolenza gratuita, non motivata. È un legame pensato non sul modello della convenienza, anche da parte divina, ma piuttosto sull’idea della relazione personale, dell’innamoramento senza ragioni d’interesse.
Ecco perché in tutta la Bibbia questa scelta privilegiata per i deboli resta fissa, nonostante le radici culturali che avrebbero privilegiato piuttosto i forti: Dio rende giustizia all’orfano e alla vedova, ossia a chi era senza protezioni, e ribalta le situazioni umane andando a tutelare e scegliere chi sembrava essere escluso da qualunque ragione umana. E, al di là della scelta privilegiata per gli ultimi, proprio in difesa dei più indifesi si muovono le parole più dure pronunciate da Gesù in tutti i vangeli: «Chi scandalizzerà anche uno solo di questi piccoli, gli conviene che gli sia appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6, simile a Mc 9,42 e Lc 17,2).
Insieme, però, i testi biblici ci propongono una tutela del malvagio che non può che stupire anche noi, tanto propensi alle soluzioni semplici e superficiali. Possiamo pensare a Gesù cui viene presentata una donna colta in adulterio (Gv 8,2-11), che decide di non giudicare, pur definendo in modo chiaro come “peccato” il suo comportamento. O possiamo ricordarci l’appello a non “toccare Caino” nei racconti un po’ mitologici dell’inizio dell’umanità: il primo fratricida si è macchiato di una colpa enorme, ma bisogna evitare che subisca la stessa pena.
Ma possiamo trovare pertinente un altro brano, che si muove ancora più in radice, di nuovo nei testi dell’inizio della Genesi, quelli che sembrano raccontare delle storielle ma in realtà illustrano il volto di Dio. In quelle pagine il terzo capitolo, già sfiorato in questa rubrica, non smette di svelarci il volto di un Dio sorprendente.
Adamo ed Eva, infatti, mostrano di non fidarsi di Dio: ha detto di non mangiare di quel frutto perché altrimenti sarebbero morti? “In realtà sospettiamo l’inganno, Dio sa che diventeremmo come lui, e per questo non vuole che ne mangiamo, ha paura di perdere il suo primato”. Dopo averne mangiato, Adamo ed Eva si accorgono di essere nudi e ne provano vergogna. L’essere nudi senza vergognarsene esprime la situazione del non dover custodire dei segreti, nel rapporto di coppia. Appena i primi uomini iniziano a diffidare di Dio, cominciano anche a diffidare l’uno dell’altra.
Ebbene, in quel contesto Dio non “sfiducia” mai l’umanità, continua a vederla nemica del male rappresentato nel serpente, proprio nel momento in cui è lui scelgono di non fidarsi di lui. E anche quando scaccia Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, per venire incontro al loro disagio dona loro delle tuniche fatte con pelle animale. Solo due capitoli prima Dio aveva invitato tutti gli esseri viventi a nutrirsi soltanto di vegetali (Gen 1,29-30). Qui, per venire incontro al disagio dell’essere umano (non al rischio di morire), Dio viola la propria stessa legge. Così facendo mostra che per il Dio della Bibbia adeguarsi a una legge esteriore (anche se emanata da lui) è meno importante che restare in comunione e dialogo.
Per noi, forse, l’appello resta chiaro. È giusto chiamare male ciò che è male, lo fa anche Gesù con la donna adultera («Va’, e d’ora in poi non peccare più»). Ma senza mai smettere di vedere, anche nel peggiore malfattore, una persona umana, da rispettare e tutelare. Persino da amare, anche mentre ne cogliamo il peccato.
Appello complesso, soprattutto per il nostro tempo, ma profondamente umanizzante.