editoriale

La consapevolezza come prevenzione della violenza

08 novembre 2025

Cuneo

Mano stretta a pugno (foto Pixabay) (foto Pixabay) Non voglio semplificare realtà complesse, né proporre ricette prêt-à-porter per affrontare questioni di rilevanza globale e ricadute drammatiche. Ma credo che la consapevolezza sia il vero antidoto alla guerra, ai femminicidi e ad ogni forma di violenza. Perché solo la lucidità di ciò che siamo e di quali emozioni attraversiamo ci permette di prevenire la proiezione delle nostre insoddisfazioni e ferite su chi ci sta accanto e, come in un effetto domino, su tutti coloro che stanno accanto a loro. È lo scaricabarile di frustrazione e rabbiache apre il solco per la prevaricazione, che giorno dopo giorno permette alla violenza di insinuarsi. È il bisogno cieco, inconsapevole e quindi distorto, di affermarsi e di avere potere che spalanca la porta del sopruso. La consapevolezza, quella capacità di guardarsi con disincanto e al tempo stesso in modo amorevole, ci permette di mantenere uno sguardo realistico su ciò che siamo. E anche su ciò che non siamo, su ciò che vorremmo tanto ma che per ora non ci appartiene. Viviamo mossi dai bisogni, fisici (nutrimento, temperatura adeguata per il nostro corpo, riposo), emozionali (poter esprimere le nostre emozioni e trovare qualcuno che le accolga), sociali (sentirci appartenenti a un gruppo più o meno ampio di nostri simili che ci ‘riconoscano’) e di autorealizzazione. Una parte di questi bisogni, come la ricerca di cibo, il cambiamento di lavoro o la  realizzazione di alcuni nostri obiettivi, se siamo adulti e in salute, riusciamo a realizzarli e soddisfarli da soli. Ce ne sono alcuni però che richiedono l’intervento di altre persone per essere soddisfatti. Il bisogno di affetto, di sicurezza, di appartenenza possono essere appagati solo grazie alla presenza di altri esseri umani. Ma a volte l’incontro tra il nostro bisogno o desiderio e la disponibilità di qualcun altro a soddisfarlo non avviene. E da questo incontro mancato si possono generare rabbia e frustrazione, che prenderanno due strade: se non c’è consapevolezza si apre la strada della pretesa che può diventare il primo passo per il sopruso e l’accanimento contro chi viene ritenuto colpevole di non aver soddisfatto le nostre esigenze o aver deluso le nostre aspettative o prerogative. Se invece c’è consapevolezza si apre la possibilità dell’elaborazione della frustrazione e si può intraprendere un percorso creativo per tentare nuove strade per trovare soddisfazione ai propri desideri, nel rispetto e nella salvaguardia di chi ci sta accanto, singolo, comunità o intero popolo. La consapevolezza è la vera colonna portante dell’equilibrio psichico, è la base della salute mentale perché ci permette di avere contezza delle nostre risorse e delle nostre ferite e di cucire insieme tutto ciò che siamo. Solo coltivando l’attitudine che ci permette di conoscere e gestire le esperienze interne, che ci abitano, possiamo essere liberi, perché la libertà  nasce dalla conoscenza del mondo interno con le sue complesse spinte interne. Se non ho contezza di ciò che vivo ne divento inconsapevolmente condizionato e ciò che faccio lo agisco senza poterlo realmente scegliere. La lucidità su di sé è quindi la base fondante della responsabilità verso di sé e di conseguenza verso chi abita la terra accanto a noi. Lo psicologo Carl Rogers, che negli anni ‘80 aveva lavorato a lungo per agevolare il dialogo tra culture diverse e popoli ostili ed era intervenuto anche in Palestina, afferma che “se vi vive una maggiore autoconsapevolezza diventa possibile una scelta più informata, più libera, una scelta conscia che è anche più in linea con il flusso evoluzionistico e più rispettosa del mondo che ci circonda”.
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