Fiorentina di nascita, soltanto pochi giorni fa è stata insignita del Premio Tenco 2025 nella categoria “miglior album d’interprete” per il suo disco dal titolo Kaleidoscope. Ginevra Di Marco, formatasi artisticamente e musicalmente con i CSI, ha da tempo intrapreso un’interessante carriera solista che l’ha portata a esibirsi negli ultimi anni insieme a numerose personalità provenienti non solo dall’ambito musicale, ma anche da quello della poesia e della narrativa. Sabato 8 novembre sarà al Cinema Teatro Magda Olivero di Saluzzo per uno spettacolo che la vedrà sul palco di fianco al poeta Franco Arminio.
Uno spettacolo di musica e poesia. Cosa ha spinto lei e Arminio a incrociare le vostre strade artistiche?
Credo ci abbia uniti una stessa sensibilità verso le parole e verso il mondo. La sua poesia è ‘popolare’ nel senso più nobile del termine: nasce dalla terra, dalle persone, dalle crepe. Così come è ‘popolare’ il nostro modo di stare sul palco, sia per i temi trattati dalle canzoni sia come vicinanza con il pubblico. La poesia di Franco Arminio e la mia musica nascono entrambe da un bisogno di ascolto, di prossimità, dalla necessità di restituire senso alle cose semplici, ai margini, alle ferite che attraversano le persone. Ci siamo incontrati naturalmente, senza costruzione: due linguaggi diversi ma complementari, che cercano la stessa cosa – una forma di verità, di umanità condivisa. È uno scambio continuo, molto vivo, che ogni volta si rinnova sul palcoscenico.
Molti l’hanno ‘scoperta’ grazie all’album Ko de mondo dei CSI. Quanto di quella esperienza si è portata dietro nei lavori della sua successiva carriera solista?
Tanto. Quell’esperienza è stata una scuola di libertà, di coraggio e di collettività. Con i CSI ho imparato a vivere la musica con la verità del cuore e come responsabilità: ogni parola, ogni suono avevano un peso, un senso. Nel mio percorso solista ho portato con me quello stesso modo di intendere il lavoro artistico – la cura, l’urgenza, la verità nelle cose. Poi c’è il bagaglio con cui sono cresciuta in questi ultimi vent’anni, i passi compiuti, le scelte, gli album, i concerti, la scrittura, l’interpretazione: tutto questo ha determinato la mia crescita più forte, ma le radici di quel tempo restano solide e vive dentro tutto quello che faccio.
Team Up, progetto nel cui ambito il vostro spettacolo si colloca, si occupa di persone con background migratorio, e cioè di una parte delle nostre comunità che ancor oggi vive spesso in una dimensione di marginalità. Qual è il suo rapporto artistico e umano nei confronti di questo asåpetto dell’esistenza?
Questo è un tema che sento molto. La marginalità in tutte le sue forme - sia essa sociale, geografica o interiore -è qualcosa che mi appartiene in qualche modo da sempre e che cerco sempre di raccontare; ma non come una condizione di debolezza, quanto piuttosto come un punto di vista diverso dal quale si può vedere il mondo anche con più verità, con più profondità. Nella musica, così come anche nella poesia di Arminio, c’è certamente il desiderio di dare voce a chi resta ai margini, in qualche maniera anche quello di ridare centralità a chi di solito non viene ascoltato. Credo sia necessario anche cambiare la narrazione sulle migrazioni, perché è importante modificare lo sguardo su questo tema, cioè cercare di passare dalla paura, dal sospetto alla conoscenza, dalla distanza a un riconoscimento reciproco. In questo senso credo che l’arte possa fare tanto, possa unire, aprire brecce di umanità e ricordarci che tutti e tutte siamo nella stessa storia. Tutto qua.
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Fiorentina di nascita, soltanto pochi giorni fa è stata insignita del Premio Tenco 2025 nella categoria “miglior album d’interprete” per il suo disco dal titolo Kaleidoscope. Ginevra Di Marco, formatasi artisticamente e musicalmente con i CSI, ha da tempo intrapreso un’interessante carriera solista che l’ha portata a esibirsi negli ultimi anni insieme a numerose personalità provenienti non solo dall’ambito musicale, ma anche da quello della poesia e della narrativa. Sabato 8 novembre sarà al Cinema Teatro Magda Olivero di Saluzzo per uno spettacolo che la vedrà sul palco di fianco al poeta Franco Arminio.
Uno spettacolo di musica e poesia. Cosa ha spinto lei e Arminio a incrociare le vostre strade artistiche?
Credo ci abbia uniti una stessa sensibilità verso le parole e verso il mondo. La sua poesia è ‘popolare’ nel senso più nobile del termine: nasce dalla terra, dalle persone, dalle crepe. Così come è ‘popolare’ il nostro modo di stare sul palco, sia per i temi trattati dalle canzoni sia come vicinanza con il pubblico. La poesia di Franco Arminio e la mia musica nascono entrambe da un bisogno di ascolto, di prossimità, dalla necessità di restituire senso alle cose semplici, ai margini, alle ferite che attraversano le persone. Ci siamo incontrati naturalmente, senza costruzione: due linguaggi diversi ma complementari, che cercano la stessa cosa – una forma di verità, di umanità condivisa. È uno scambio continuo, molto vivo, che ogni volta si rinnova sul palcoscenico.
Molti l’hanno ‘scoperta’ grazie all’album Ko de mondo dei CSI. Quanto di quella esperienza si è portata dietro nei lavori della sua successiva carriera solista?
Tanto. Quell’esperienza è stata una scuola di libertà, di coraggio e di collettività. Con i CSI ho imparato a vivere la musica con la verità del cuore e come responsabilità: ogni parola, ogni suono avevano un peso, un senso. Nel mio percorso solista ho portato con me quello stesso modo di intendere il lavoro artistico – la cura, l’urgenza, la verità nelle cose. Poi c’è il bagaglio con cui sono cresciuta in questi ultimi vent’anni, i passi compiuti, le scelte, gli album, i concerti, la scrittura, l’interpretazione: tutto questo ha determinato la mia crescita più forte, ma le radici di quel tempo restano solide e vive dentro tutto quello che faccio.
Team Up, progetto nel cui ambito il vostro spettacolo si colloca, si occupa di persone con background migratorio, e cioè di una parte delle nostre comunità che ancor oggi vive spesso in una dimensione di marginalità. Qual è il suo rapporto artistico e umano nei confronti di questo asåpetto dell’esistenza?
Questo è un tema che sento molto. La marginalità in tutte le sue forme - sia essa sociale, geografica o interiore -è qualcosa che mi appartiene in qualche modo da sempre e che cerco sempre di raccontare; ma non come una condizione di debolezza, quanto piuttosto come un punto di vista diverso dal quale si può vedere il mondo anche con più verità, con più profondità. Nella musica, così come anche nella poesia di Arminio, c’è certamente il desiderio di dare voce a chi resta ai margini, in qualche maniera anche quello di ridare centralità a chi di solito non viene ascoltato. Credo sia necessario anche cambiare la narrazione sulle migrazioni, perché è importante modificare lo sguardo su questo tema, cioè cercare di passare dalla paura, dal sospetto alla conoscenza, dalla distanza a un riconoscimento reciproco. In questo senso credo che l’arte possa fare tanto, possa unire, aprire brecce di umanità e ricordarci che tutti e tutte siamo nella stessa storia. Tutto qua.
Cantare la marginalità, sociale, geografica o interiore, il percorso artistico di Ginevra Di Marco a Saluzzo
08 novembre 2025
Cuneo
Fiorentina di nascita, soltanto pochi giorni fa è stata insignita del Premio Tenco 2025 nella categoria “miglior album d’interprete” per il suo disco dal titolo Kaleidoscope. Ginevra Di Marco, formatasi artisticamente e musicalmente con i CSI, ha da tempo intrapreso un’interessante carriera solista che l’ha portata a esibirsi negli ultimi anni insieme a numerose personalità provenienti non solo dall’ambito musicale, ma anche da quello della poesia e della narrativa. Sabato 8 novembre sarà al Cinema Teatro Magda Olivero di Saluzzo per uno spettacolo che la vedrà sul palco di fianco al poeta Franco Arminio.
Uno spettacolo di musica e poesia. Cosa ha spinto lei e Arminio a incrociare le vostre strade artistiche?
Credo ci abbia uniti una stessa sensibilità verso le parole e verso il mondo. La sua poesia è ‘popolare’ nel senso più nobile del termine: nasce dalla terra, dalle persone, dalle crepe. Così come è ‘popolare’ il nostro modo di stare sul palco, sia per i temi trattati dalle canzoni sia come vicinanza con il pubblico. La poesia di Franco Arminio e la mia musica nascono entrambe da un bisogno di ascolto, di prossimità, dalla necessità di restituire senso alle cose semplici, ai margini, alle ferite che attraversano le persone. Ci siamo incontrati naturalmente, senza costruzione: due linguaggi diversi ma complementari, che cercano la stessa cosa – una forma di verità, di umanità condivisa. È uno scambio continuo, molto vivo, che ogni volta si rinnova sul palcoscenico.
Molti l’hanno ‘scoperta’ grazie all’album Ko de mondo dei CSI. Quanto di quella esperienza si è portata dietro nei lavori della sua successiva carriera solista?
Tanto. Quell’esperienza è stata una scuola di libertà, di coraggio e di collettività. Con i CSI ho imparato a vivere la musica con la verità del cuore e come responsabilità: ogni parola, ogni suono avevano un peso, un senso. Nel mio percorso solista ho portato con me quello stesso modo di intendere il lavoro artistico – la cura, l’urgenza, la verità nelle cose. Poi c’è il bagaglio con cui sono cresciuta in questi ultimi vent’anni, i passi compiuti, le scelte, gli album, i concerti, la scrittura, l’interpretazione: tutto questo ha determinato la mia crescita più forte, ma le radici di quel tempo restano solide e vive dentro tutto quello che faccio.
Team Up, progetto nel cui ambito il vostro spettacolo si colloca, si occupa di persone con background migratorio, e cioè di una parte delle nostre comunità che ancor oggi vive spesso in una dimensione di marginalità. Qual è il suo rapporto artistico e umano nei confronti di questo asåpetto dell’esistenza?
Questo è un tema che sento molto. La marginalità in tutte le sue forme - sia essa sociale, geografica o interiore -è qualcosa che mi appartiene in qualche modo da sempre e che cerco sempre di raccontare; ma non come una condizione di debolezza, quanto piuttosto come un punto di vista diverso dal quale si può vedere il mondo anche con più verità, con più profondità. Nella musica, così come anche nella poesia di Arminio, c’è certamente il desiderio di dare voce a chi resta ai margini, in qualche maniera anche quello di ridare centralità a chi di solito non viene ascoltato. Credo sia necessario anche cambiare la narrazione sulle migrazioni, perché è importante modificare lo sguardo su questo tema, cioè cercare di passare dalla paura, dal sospetto alla conoscenza, dalla distanza a un riconoscimento reciproco. In questo senso credo che l’arte possa fare tanto, possa unire, aprire brecce di umanità e ricordarci che tutti e tutte siamo nella stessa storia. Tutto qua.