La Bibbia (foto Pixabay)
Succede ogni qual volta ci sembra che ci sia da schierarsi su questioni etiche di fondo, è successo nuovamente per la Palestina, per le manifestazioni di sensibilizzazione riguardo a ciò che è accaduto e continua ad accadere lì, per l’Ucraina, e per tante altre questioni meno drammatiche. È l’impressione che sia impossibile non schierarsi a favore di una parte, e tanto più quando si condividono premesse ideologiche, spirituali, ideali. “Come è possibile dirsi cristiani ed evitare di alzare la voce per...?”.
Anche se non mancano situazioni in cui davvero sembra che la tutela dell’umanità non possa mantenerci neutrali, c’è un tempo storico, attestato nei libri biblici del Primo Testamento, che può suggerirci una strada particolare.
Siamo poco prima della metà del II secolo a.C., nella terra di Israele da più di un secolo e mezzo il mondo è stato unificato da Alessandro Magno, in un’unione effimera dal punto di vista politico, ma molto più efficace sul piano culturale. Punto di riferimento per tutto il Mediterraneo orientale, ma anche per tante regioni dell’entroterra, diventa la lingua greca e il mondo culturale che da quella lingua era veicolato. Ciò che rappresenta la Grecia (la filosofia, l’arte, l’amministrazione...) diventa di moda, “contemporaneo”, affascinante, e la lingua e la cultura greca aprono al confronto con mondi umani anche lontanissimi. Qualcosa di molto simile a ciò che sperimentiamo noi con la lingua inglese e con la centralità (politica e militare, ma anche economica e culturale) degli USA.
Per decenni la situazione è vissuta senza particolari tensioni anche intorno a Gerusalemme. Intorno al 166 a.C., però, diversi giudei tentarono di “modernizzare” in modo eccessivo la religione ebraica, con il favore e il sostegno del re greco ma suscitando la reazione di gruppi che però poco per volta coalizzarono intorno a sé una rivolta importante, guidata, nei primi anni, dai fratelli Maccabei. Motivazione e intensità dell’azione dei rivoltosi, errori strategici del re greco, le sue casse di stato vuote e forse anche la percezione che riconquistare la Giudea costasse molta fatica e portasse poche ricchezze fecero sì che la rivolta ebbe la meglio, guadagnandosi l’indipendenza.
È lo sfondo su cui nascono tre libri biblici. I primi due sono, appunto, quelli dei Maccabei. Narrano la vicenda storica parteggiando chiaramente per la difesa della purezza ebraica. Se vogliamo, è abbastanza curioso che questi libri ci siano giunti solo in lingua greca e quindi, tra l’altro, non facciano parte delle scritture ebraiche. Di fatto, però, quell’epopea è ben nota e ripresa (le varie squadre sportive che portano il nome di “Maccabì” alludono esattamente a loro).
A essere stato scritto o almeno pensato in quello stesso contesto è però anche il libro di Daniele. Si tratta di un testo profetico molto originale. Viene infatti scritto utilizzando tutte e tre le lingue bibliche (ebraico, aramaico e greco: e questa è semplicemente una curiosità), comprende una parte apocalittica di non facile lettura ma anche delle aggiunte quasi favolistiche, e offre uno sguardo molto chiaro sulla forza politica in genere.
Presenta infatti una bestia che raccoglie in sé tutto il potere del mondo ma che si mette a servizio di un’altra bestia che scimmiotta Dio. I testi sono complessi e di difficile lettura, ma il senso del messaggio è che il potere, ogni forma di potere, è malvagio e si contrappone a Dio, anzi si presenta come divino pur essendo a lui alternativo. Non si danno eccezioni. Neanche quella dei Maccabei, che non sono citati per nome ma che devono essere nel pensiero dell’autore quando pare illustrare gli imperi sperimentati fino al loro tempo.
Sembra quindi che, contemporaneamente, ci siano stati degli ebrei convinti che volontà divina fosse il sorgere di un regno “ebraico”, sia pure su criteri e con stili che nel passato non sarebbero stati apprezzati, ma anche, dall’altra parte, ebrei convinti che qualunque forma di commistione con il potere fosse sbagliata e demoniaca, e che i fedeli fossero piuttosto chiamati a starne lontani.
Entrambe le interpretazioni erano convinte di offrire la lettura corretta del rapporto di Dio con il potere, eppure esprimono punti di vista opposti, ma si trovano entrambi nella Bibbia (o almeno in quella cristiana). Chissà se questo non possa ridimensionare la nostra impressione di trovarci sicuramente dalla parte della fede giusta.
In ogni caso dell’interpretazione del potere da parte di Daniele dovremo riparlare.
editoriale
La Bibbia (foto Pixabay)
Succede ogni qual volta ci sembra che ci sia da schierarsi su questioni etiche di fondo, è successo nuovamente per la Palestina, per le manifestazioni di sensibilizzazione riguardo a ciò che è accaduto e continua ad accadere lì, per l’Ucraina, e per tante altre questioni meno drammatiche. È l’impressione che sia impossibile non schierarsi a favore di una parte, e tanto più quando si condividono premesse ideologiche, spirituali, ideali. “Come è possibile dirsi cristiani ed evitare di alzare la voce per...?”.
Anche se non mancano situazioni in cui davvero sembra che la tutela dell’umanità non possa mantenerci neutrali, c’è un tempo storico, attestato nei libri biblici del Primo Testamento, che può suggerirci una strada particolare.
Siamo poco prima della metà del II secolo a.C., nella terra di Israele da più di un secolo e mezzo il mondo è stato unificato da Alessandro Magno, in un’unione effimera dal punto di vista politico, ma molto più efficace sul piano culturale. Punto di riferimento per tutto il Mediterraneo orientale, ma anche per tante regioni dell’entroterra, diventa la lingua greca e il mondo culturale che da quella lingua era veicolato. Ciò che rappresenta la Grecia (la filosofia, l’arte, l’amministrazione...) diventa di moda, “contemporaneo”, affascinante, e la lingua e la cultura greca aprono al confronto con mondi umani anche lontanissimi. Qualcosa di molto simile a ciò che sperimentiamo noi con la lingua inglese e con la centralità (politica e militare, ma anche economica e culturale) degli USA.
Per decenni la situazione è vissuta senza particolari tensioni anche intorno a Gerusalemme. Intorno al 166 a.C., però, diversi giudei tentarono di “modernizzare” in modo eccessivo la religione ebraica, con il favore e il sostegno del re greco ma suscitando la reazione di gruppi che però poco per volta coalizzarono intorno a sé una rivolta importante, guidata, nei primi anni, dai fratelli Maccabei. Motivazione e intensità dell’azione dei rivoltosi, errori strategici del re greco, le sue casse di stato vuote e forse anche la percezione che riconquistare la Giudea costasse molta fatica e portasse poche ricchezze fecero sì che la rivolta ebbe la meglio, guadagnandosi l’indipendenza.
È lo sfondo su cui nascono tre libri biblici. I primi due sono, appunto, quelli dei Maccabei. Narrano la vicenda storica parteggiando chiaramente per la difesa della purezza ebraica. Se vogliamo, è abbastanza curioso che questi libri ci siano giunti solo in lingua greca e quindi, tra l’altro, non facciano parte delle scritture ebraiche. Di fatto, però, quell’epopea è ben nota e ripresa (le varie squadre sportive che portano il nome di “Maccabì” alludono esattamente a loro).
A essere stato scritto o almeno pensato in quello stesso contesto è però anche il libro di Daniele. Si tratta di un testo profetico molto originale. Viene infatti scritto utilizzando tutte e tre le lingue bibliche (ebraico, aramaico e greco: e questa è semplicemente una curiosità), comprende una parte apocalittica di non facile lettura ma anche delle aggiunte quasi favolistiche, e offre uno sguardo molto chiaro sulla forza politica in genere.
Presenta infatti una bestia che raccoglie in sé tutto il potere del mondo ma che si mette a servizio di un’altra bestia che scimmiotta Dio. I testi sono complessi e di difficile lettura, ma il senso del messaggio è che il potere, ogni forma di potere, è malvagio e si contrappone a Dio, anzi si presenta come divino pur essendo a lui alternativo. Non si danno eccezioni. Neanche quella dei Maccabei, che non sono citati per nome ma che devono essere nel pensiero dell’autore quando pare illustrare gli imperi sperimentati fino al loro tempo.
Sembra quindi che, contemporaneamente, ci siano stati degli ebrei convinti che volontà divina fosse il sorgere di un regno “ebraico”, sia pure su criteri e con stili che nel passato non sarebbero stati apprezzati, ma anche, dall’altra parte, ebrei convinti che qualunque forma di commistione con il potere fosse sbagliata e demoniaca, e che i fedeli fossero piuttosto chiamati a starne lontani.
Entrambe le interpretazioni erano convinte di offrire la lettura corretta del rapporto di Dio con il potere, eppure esprimono punti di vista opposti, ma si trovano entrambi nella Bibbia (o almeno in quella cristiana). Chissà se questo non possa ridimensionare la nostra impressione di trovarci sicuramente dalla parte della fede giusta.
In ogni caso dell’interpretazione del potere da parte di Daniele dovremo riparlare.
La fede in Dio e il potere: quella nostra impressione di trovarci sicuramente dalla parte della fede giusta
02 novembre 2025
Cuneo
La Bibbia (foto Pixabay)
Succede ogni qual volta ci sembra che ci sia da schierarsi su questioni etiche di fondo, è successo nuovamente per la Palestina, per le manifestazioni di sensibilizzazione riguardo a ciò che è accaduto e continua ad accadere lì, per l’Ucraina, e per tante altre questioni meno drammatiche. È l’impressione che sia impossibile non schierarsi a favore di una parte, e tanto più quando si condividono premesse ideologiche, spirituali, ideali. “Come è possibile dirsi cristiani ed evitare di alzare la voce per...?”.
Anche se non mancano situazioni in cui davvero sembra che la tutela dell’umanità non possa mantenerci neutrali, c’è un tempo storico, attestato nei libri biblici del Primo Testamento, che può suggerirci una strada particolare.
Siamo poco prima della metà del II secolo a.C., nella terra di Israele da più di un secolo e mezzo il mondo è stato unificato da Alessandro Magno, in un’unione effimera dal punto di vista politico, ma molto più efficace sul piano culturale. Punto di riferimento per tutto il Mediterraneo orientale, ma anche per tante regioni dell’entroterra, diventa la lingua greca e il mondo culturale che da quella lingua era veicolato. Ciò che rappresenta la Grecia (la filosofia, l’arte, l’amministrazione...) diventa di moda, “contemporaneo”, affascinante, e la lingua e la cultura greca aprono al confronto con mondi umani anche lontanissimi. Qualcosa di molto simile a ciò che sperimentiamo noi con la lingua inglese e con la centralità (politica e militare, ma anche economica e culturale) degli USA.
Per decenni la situazione è vissuta senza particolari tensioni anche intorno a Gerusalemme. Intorno al 166 a.C., però, diversi giudei tentarono di “modernizzare” in modo eccessivo la religione ebraica, con il favore e il sostegno del re greco ma suscitando la reazione di gruppi che però poco per volta coalizzarono intorno a sé una rivolta importante, guidata, nei primi anni, dai fratelli Maccabei. Motivazione e intensità dell’azione dei rivoltosi, errori strategici del re greco, le sue casse di stato vuote e forse anche la percezione che riconquistare la Giudea costasse molta fatica e portasse poche ricchezze fecero sì che la rivolta ebbe la meglio, guadagnandosi l’indipendenza.
È lo sfondo su cui nascono tre libri biblici. I primi due sono, appunto, quelli dei Maccabei. Narrano la vicenda storica parteggiando chiaramente per la difesa della purezza ebraica. Se vogliamo, è abbastanza curioso che questi libri ci siano giunti solo in lingua greca e quindi, tra l’altro, non facciano parte delle scritture ebraiche. Di fatto, però, quell’epopea è ben nota e ripresa (le varie squadre sportive che portano il nome di “Maccabì” alludono esattamente a loro).
A essere stato scritto o almeno pensato in quello stesso contesto è però anche il libro di Daniele. Si tratta di un testo profetico molto originale. Viene infatti scritto utilizzando tutte e tre le lingue bibliche (ebraico, aramaico e greco: e questa è semplicemente una curiosità), comprende una parte apocalittica di non facile lettura ma anche delle aggiunte quasi favolistiche, e offre uno sguardo molto chiaro sulla forza politica in genere.
Presenta infatti una bestia che raccoglie in sé tutto il potere del mondo ma che si mette a servizio di un’altra bestia che scimmiotta Dio. I testi sono complessi e di difficile lettura, ma il senso del messaggio è che il potere, ogni forma di potere, è malvagio e si contrappone a Dio, anzi si presenta come divino pur essendo a lui alternativo. Non si danno eccezioni. Neanche quella dei Maccabei, che non sono citati per nome ma che devono essere nel pensiero dell’autore quando pare illustrare gli imperi sperimentati fino al loro tempo.
Sembra quindi che, contemporaneamente, ci siano stati degli ebrei convinti che volontà divina fosse il sorgere di un regno “ebraico”, sia pure su criteri e con stili che nel passato non sarebbero stati apprezzati, ma anche, dall’altra parte, ebrei convinti che qualunque forma di commistione con il potere fosse sbagliata e demoniaca, e che i fedeli fossero piuttosto chiamati a starne lontani.
Entrambe le interpretazioni erano convinte di offrire la lettura corretta del rapporto di Dio con il potere, eppure esprimono punti di vista opposti, ma si trovano entrambi nella Bibbia (o almeno in quella cristiana). Chissà se questo non possa ridimensionare la nostra impressione di trovarci sicuramente dalla parte della fede giusta.
In ogni caso dell’interpretazione del potere da parte di Daniele dovremo riparlare.