editoriale

In primavera il referendum sulla riforma della Giustizia

02 novembre 2025

Cuneo

La riforma costituzionale sulla giustizia che, salvo improbabili sorprese, viene approvata in via definitiva dal Senato oggi, giovedì 30 ottobre, apre la strada ad lunga campagna referendaria che chiamerà gli italiani alle urne nella primavera 2026. L’approvazione a maggioranza assoluta (50% + 1) e non a maggioranza qualificata (i due terzi) da parte delle Camere, obbliga infatti a sottoporre qualsiasi riforma costituzionale al gradimento o al respingimento dei cittadini attraverso lo strumento del referendum. In questo caso senza la necessità di superare il 50%  degli aventi diritto. La maggioranza qualificata in Senatonon ci sarà, perché le opposizioni voteranno contro, e i partiti di governo sono ben lontani dal disporre della  maggioranza qualificata dei due terzi. Ragion per cui il referendum è d’obbligo per confermare, se vinceranno i sì, le norme introdotte dalla maggioranza di governo oppure abrogarle, se dovessero prevalere i no. Tecnicamente sarà ancora necessario un passaggio, a chiedere l’indizione del referendum, entro i tre mesi dalla pubblicazione della nuova legge sulla Gazzetta Ufficiale, dovrà essere un quinto dei parlamentari di una delle due Camere oppure cinque consigli regionali o ancora le firme di 500 mila elettori. Tutte opzioni facilmente realizzabili. Ridotta all’unico tema, altamente controverso e dibattuto, della separazione delle carriere tra la magistratura inquirente e quella giudicante (cioè tra chi conduce le indagini e chi emette la sentenza), la riforma in realtà contiene una serie di altre modifiche destinate a impattare profondamente sugli ingranaggi della macchina della giustizia e sugli equilibri tra il potere legislativo (il parlamento), il potere esecutivo (il Governo) e il potere giudiziario (la Magistratura). Ma dei contenuti ci sarà tempo per approfondire la portata che potrà avere sulla vita democratica del Paese. Qui interessa prendere nota che sul sì e sul no sono già predefiniti e pronti a darsi battaglia due schieramenti contrapposti, grossomodo corrispondenti all’attuale maggioranza da un lato e all’insieme delle opposizioni dall’altra. Radicalizzando le posizioni, il referendum potrebbe trasformarsi in un plebiscito a favore o contro il governo. Un test di alto significato ad un anno dalle elezioni politiche che si terranno nel 2027. Nei prossimi mesi, ci aspetta quindi una lunga campagna di confronti e polemiche, non tanto sul merito della riforma, ma sul giudizio verso il governo che l’ha proposta e approvata e in particolare sulla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sull’ulteriore radicalizzazione delle posizioni, peserà l’aver portato al voto delle Camere un testo blindato, quello approvato dal Consiglio dei ministri nel maggio 2024, senza cioè prevedere alcuna possibilità di modifiche. Una scelta, voluta da Meloni stessa, che non ha precedenti nella storia delle riforme costituzionali della Repubblica. Significa che in questo anno e mezzo tutti i parlamentari sapevano a priori che le loro osservazioni e proposte sarebbero state del tutto inutili, perché nemmeno una virgola poteva essere cambiata. Per scongiurare il rischio che accogliendo qualche emendamento si potesse inceppare o ritardare il percorso di approvazione, il governo aveva infatti deciso di proibire, di fatto, qualsiasi cambiamento, rendendo surreale, oltre che inutili, i dibattiti susseguitisi alla Camera e al Senato. Sorprende anche che tutti i deputati e senatori di maggioranza si siano sottomessi al dictat senza fiatare, compresi quelli che pure avevano annunciato emendamenti migliorativi, come il cuneese Enrico Costa. Nel merito della riforma, la novità più significativa riguarda la separazione delle carriere. Per chi la propone, proibire il transito dall’una all’altra funzione irrobustirebbe l’indipendenza dei giudici rispetto ai pubblici ministeri e fornirebbe ad essi la possibilità di una formazione più specifica senza essere condizionati da precedenti attività inquirenti. Chi si oppone, vede invece il rischio che il pubblico ministero diventi troppo potente, e finisca per rispondere sempre più a chi governa. Ma il merito della riforma non sembra essere il principale interesse dei partiti che puntano guardano al referendum come momento di misurazione del gradimento politico. Ognuno sostenendo la bontà (il centrodestra) o la negatività (centrosinistra e 5Stelle) della legge. In quanto all’esisto che potrà sortire il referendum-plebiscito, il precedente della riforma costituzionale promossa dall’ex leader del Pd Matteo Renzi nel 2016, naufragata proprio a seguito della politicizzazione dello scontro, rende i promotori di questa riforma prudenti e guardinghi. Anche se Giorgia Meloni, al contrario di Renzi, ha già fatto sapere che anche se la riforma dovesse essere bocciata dagli italiani, lei non si dimetterà. Ma il futuro di ogni leader politico, in democrazia, lo decidono sempre i cittadini che vanno alle urne.  
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