(foto Pixabay)
Il premio Nobel per l’Economia 2025 è stato assegnato all’israeliano Joel Mokyr, al francese Philippe Aghion e al canadese Peter Howitt. Mokyr ha ricevuto il prestigioso riconoscimento per aver identificato le condizioni per una crescita sostenuta dal progresso tecnologico, Aghion e Howitt per i loro studi sulla teoria della crescita attraverso la “distruzione creativa”.
I tre studiosi hanno identificato nell’innovazione, nella concorrenza e nella libera circolazione delle idee i tre fattori fondamentali dello sviluppo economico. Secondo le teorie in questione, l’innovazione richiede che il nuovo si sostituisca all’esistente in una dinamica descritta come “distruzione creativa” (categoria già cara a Shumpeter e Marx). Questo è possibile solo se, oltre alla concorrenza, viene garantita anche la libera circolazione delle idee. Tutto chiaro e tutto bene, dunque. Forse. La fiducia per le “magnifiche sorti progressive”, che sembra trasparire tra le righe della motivazione del premio merita di essere letta alla luce del fatto che le innovazioni non sono sempre positive, così come non ogni distruzione è creativa.
Ad esempio, la tecnologia applicata all’industria bellica ha reso le armi sempre più distruttive e sempre più economiche, moltiplicando la capacità di innescare conflitti armati e di protrarli nel tempo, a spese della popolazione civile. Oppure, le nuove tecnologie, nelle mani di pochissimi, sono state determinanti in quel processo che ha visto alcuni paperoni a livello globale riscrivere, a loro vantaggio, intere catene del valore globale a spese dei mercati locali o regionali.
Il discorso, d’altronde, potrebbe farsi ancora più complesso se si considerano gli effetti dell’impiego massiccio dell’intelligenza artificiale, una delle grandi innovazioni del nostro tempo. A questo proposito, nel giugno di quest’anno, sono state diffuse le prime conclusioni di uno studio del Massachussets Intitute of Technology (il famoso MIT) dal titolo “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task” (cioè, più o meno: “Il tuo cervello su ChatGPT: accumulo del debito cognitivo quando si utilizza l’intelligenza artificiale per scrivere un saggio”). Nell’esperimento, gli studenti, che dovevano redigere un testo, sono stati osservati mentre lavoravano con tre modalità diverse: il primo gruppo non si è avvalso di alcuno strumento digitale, il secondo gruppo poteva utilizzare la tecnologia per la sola ricerca e, infine, il terzo gruppo aveva libero accesso a strumenti supportati dall’intelligenza artificiale. I tre gruppi hanno completato tre diverse sessioni. Nella quarta sessione, chi aveva utilizzato l’intelligenza artificiale è stato riassegnato al gruppo che non aveva strumenti tecnologici e, viceversa, a chi non era stato consentito l’uso di alcuno strumento tecnologico sono stati messi a disposizione strumenti di intelligenza artificiale.
Gli elaborati sono stati corretti da un gruppo composto da tre esseri umani e un correttore - intelligenza artificiale.
Chi aveva a disposizione strumenti di intelligenza artificiale ha ottenuto i risultati peggiori, mentre i migliori sono stati i ragazzi che non avevano nessuno strumento tecnologico da utilizzare. Secondo i ricercatori, i risultati fanno pensare che l’utilizzo acritico e non educato dei nuovi strumenti possa condurre all’accumulo di quello che è stato definito “debito cognitivo”. Difficile, dunque, pensare che, in sé, l’intelligenza artificiale, possa rappresentare un buon passaggio in termini di sviluppo; al contrario, il suo utilizzo deve avvenire valorizzando gli strumenti formativi tradizionali.
Se si pensa all’attuale contesto socio - economico internazionale, è facile constatare che concorrenza e sviluppo tecnologico da tempo non incontrano limiti se non con le recenti politiche sui dazi avviate dagli Stati Uniti. Dei tre fattori dello sviluppo individuati dai tre studiosi premiati (innovazione, concorrenza e circolazione delle idee) quello più vulnerabile pare, dunque, essere l’ultimo. La nascita e la circolazione delle idee sono quanto mai preziose e richiedono spirito di osservazione, senso critico e capacità di confrontarsi con altri. Tutto questo è irrinunciabile e, verrebbe da dire, lo è ancora di più anche quando le idee conducono, come nel caso dell’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale, a riconsiderare gli effetti delle innovazioni e ad aprire gli occhi sul valore di quello che si vorrebbe abbandonare a una distruzione che, di creativo, non avrebbe proprio nulla.
editoriale
(foto Pixabay)
Il premio Nobel per l’Economia 2025 è stato assegnato all’israeliano Joel Mokyr, al francese Philippe Aghion e al canadese Peter Howitt. Mokyr ha ricevuto il prestigioso riconoscimento per aver identificato le condizioni per una crescita sostenuta dal progresso tecnologico, Aghion e Howitt per i loro studi sulla teoria della crescita attraverso la “distruzione creativa”.
I tre studiosi hanno identificato nell’innovazione, nella concorrenza e nella libera circolazione delle idee i tre fattori fondamentali dello sviluppo economico. Secondo le teorie in questione, l’innovazione richiede che il nuovo si sostituisca all’esistente in una dinamica descritta come “distruzione creativa” (categoria già cara a Shumpeter e Marx). Questo è possibile solo se, oltre alla concorrenza, viene garantita anche la libera circolazione delle idee. Tutto chiaro e tutto bene, dunque. Forse. La fiducia per le “magnifiche sorti progressive”, che sembra trasparire tra le righe della motivazione del premio merita di essere letta alla luce del fatto che le innovazioni non sono sempre positive, così come non ogni distruzione è creativa.
Ad esempio, la tecnologia applicata all’industria bellica ha reso le armi sempre più distruttive e sempre più economiche, moltiplicando la capacità di innescare conflitti armati e di protrarli nel tempo, a spese della popolazione civile. Oppure, le nuove tecnologie, nelle mani di pochissimi, sono state determinanti in quel processo che ha visto alcuni paperoni a livello globale riscrivere, a loro vantaggio, intere catene del valore globale a spese dei mercati locali o regionali.
Il discorso, d’altronde, potrebbe farsi ancora più complesso se si considerano gli effetti dell’impiego massiccio dell’intelligenza artificiale, una delle grandi innovazioni del nostro tempo. A questo proposito, nel giugno di quest’anno, sono state diffuse le prime conclusioni di uno studio del Massachussets Intitute of Technology (il famoso MIT) dal titolo “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task” (cioè, più o meno: “Il tuo cervello su ChatGPT: accumulo del debito cognitivo quando si utilizza l’intelligenza artificiale per scrivere un saggio”). Nell’esperimento, gli studenti, che dovevano redigere un testo, sono stati osservati mentre lavoravano con tre modalità diverse: il primo gruppo non si è avvalso di alcuno strumento digitale, il secondo gruppo poteva utilizzare la tecnologia per la sola ricerca e, infine, il terzo gruppo aveva libero accesso a strumenti supportati dall’intelligenza artificiale. I tre gruppi hanno completato tre diverse sessioni. Nella quarta sessione, chi aveva utilizzato l’intelligenza artificiale è stato riassegnato al gruppo che non aveva strumenti tecnologici e, viceversa, a chi non era stato consentito l’uso di alcuno strumento tecnologico sono stati messi a disposizione strumenti di intelligenza artificiale.
Gli elaborati sono stati corretti da un gruppo composto da tre esseri umani e un correttore - intelligenza artificiale.
Chi aveva a disposizione strumenti di intelligenza artificiale ha ottenuto i risultati peggiori, mentre i migliori sono stati i ragazzi che non avevano nessuno strumento tecnologico da utilizzare. Secondo i ricercatori, i risultati fanno pensare che l’utilizzo acritico e non educato dei nuovi strumenti possa condurre all’accumulo di quello che è stato definito “debito cognitivo”. Difficile, dunque, pensare che, in sé, l’intelligenza artificiale, possa rappresentare un buon passaggio in termini di sviluppo; al contrario, il suo utilizzo deve avvenire valorizzando gli strumenti formativi tradizionali.
Se si pensa all’attuale contesto socio - economico internazionale, è facile constatare che concorrenza e sviluppo tecnologico da tempo non incontrano limiti se non con le recenti politiche sui dazi avviate dagli Stati Uniti. Dei tre fattori dello sviluppo individuati dai tre studiosi premiati (innovazione, concorrenza e circolazione delle idee) quello più vulnerabile pare, dunque, essere l’ultimo. La nascita e la circolazione delle idee sono quanto mai preziose e richiedono spirito di osservazione, senso critico e capacità di confrontarsi con altri. Tutto questo è irrinunciabile e, verrebbe da dire, lo è ancora di più anche quando le idee conducono, come nel caso dell’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale, a riconsiderare gli effetti delle innovazioni e ad aprire gli occhi sul valore di quello che si vorrebbe abbandonare a una distruzione che, di creativo, non avrebbe proprio nulla.
Distruzione creativa, debito cognitivo e libera circolazione delle idee
26 ottobre 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Il premio Nobel per l’Economia 2025 è stato assegnato all’israeliano Joel Mokyr, al francese Philippe Aghion e al canadese Peter Howitt. Mokyr ha ricevuto il prestigioso riconoscimento per aver identificato le condizioni per una crescita sostenuta dal progresso tecnologico, Aghion e Howitt per i loro studi sulla teoria della crescita attraverso la “distruzione creativa”.
I tre studiosi hanno identificato nell’innovazione, nella concorrenza e nella libera circolazione delle idee i tre fattori fondamentali dello sviluppo economico. Secondo le teorie in questione, l’innovazione richiede che il nuovo si sostituisca all’esistente in una dinamica descritta come “distruzione creativa” (categoria già cara a Shumpeter e Marx). Questo è possibile solo se, oltre alla concorrenza, viene garantita anche la libera circolazione delle idee. Tutto chiaro e tutto bene, dunque. Forse. La fiducia per le “magnifiche sorti progressive”, che sembra trasparire tra le righe della motivazione del premio merita di essere letta alla luce del fatto che le innovazioni non sono sempre positive, così come non ogni distruzione è creativa.
Ad esempio, la tecnologia applicata all’industria bellica ha reso le armi sempre più distruttive e sempre più economiche, moltiplicando la capacità di innescare conflitti armati e di protrarli nel tempo, a spese della popolazione civile. Oppure, le nuove tecnologie, nelle mani di pochissimi, sono state determinanti in quel processo che ha visto alcuni paperoni a livello globale riscrivere, a loro vantaggio, intere catene del valore globale a spese dei mercati locali o regionali.
Il discorso, d’altronde, potrebbe farsi ancora più complesso se si considerano gli effetti dell’impiego massiccio dell’intelligenza artificiale, una delle grandi innovazioni del nostro tempo. A questo proposito, nel giugno di quest’anno, sono state diffuse le prime conclusioni di uno studio del Massachussets Intitute of Technology (il famoso MIT) dal titolo “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt when Using an AI Assistant for Essay Writing Task” (cioè, più o meno: “Il tuo cervello su ChatGPT: accumulo del debito cognitivo quando si utilizza l’intelligenza artificiale per scrivere un saggio”). Nell’esperimento, gli studenti, che dovevano redigere un testo, sono stati osservati mentre lavoravano con tre modalità diverse: il primo gruppo non si è avvalso di alcuno strumento digitale, il secondo gruppo poteva utilizzare la tecnologia per la sola ricerca e, infine, il terzo gruppo aveva libero accesso a strumenti supportati dall’intelligenza artificiale. I tre gruppi hanno completato tre diverse sessioni. Nella quarta sessione, chi aveva utilizzato l’intelligenza artificiale è stato riassegnato al gruppo che non aveva strumenti tecnologici e, viceversa, a chi non era stato consentito l’uso di alcuno strumento tecnologico sono stati messi a disposizione strumenti di intelligenza artificiale.
Gli elaborati sono stati corretti da un gruppo composto da tre esseri umani e un correttore - intelligenza artificiale.
Chi aveva a disposizione strumenti di intelligenza artificiale ha ottenuto i risultati peggiori, mentre i migliori sono stati i ragazzi che non avevano nessuno strumento tecnologico da utilizzare. Secondo i ricercatori, i risultati fanno pensare che l’utilizzo acritico e non educato dei nuovi strumenti possa condurre all’accumulo di quello che è stato definito “debito cognitivo”. Difficile, dunque, pensare che, in sé, l’intelligenza artificiale, possa rappresentare un buon passaggio in termini di sviluppo; al contrario, il suo utilizzo deve avvenire valorizzando gli strumenti formativi tradizionali.
Se si pensa all’attuale contesto socio - economico internazionale, è facile constatare che concorrenza e sviluppo tecnologico da tempo non incontrano limiti se non con le recenti politiche sui dazi avviate dagli Stati Uniti. Dei tre fattori dello sviluppo individuati dai tre studiosi premiati (innovazione, concorrenza e circolazione delle idee) quello più vulnerabile pare, dunque, essere l’ultimo. La nascita e la circolazione delle idee sono quanto mai preziose e richiedono spirito di osservazione, senso critico e capacità di confrontarsi con altri. Tutto questo è irrinunciabile e, verrebbe da dire, lo è ancora di più anche quando le idee conducono, come nel caso dell’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale, a riconsiderare gli effetti delle innovazioni e ad aprire gli occhi sul valore di quello che si vorrebbe abbandonare a una distruzione che, di creativo, non avrebbe proprio nulla.