“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.
Le immagini di Gaza rasa al suolo, richiamano le parole che lo storico Tacito mette in bocca a Calgaco, capo dei Caledoni, popolazione celtica che abitava una regione dell’attuale Scozia, quando nell’84 d. C., subisce una devastante sconfitta dall’esercito romano. Così l’imperialismo romano imponeva il proprio dominio. Così, direttamente o per interposti eserciti, fanno ad ogni latitudine gli imperialismi del nostro tempo.
La pace di Gaza, se davvero si farà, dovrà fiorire in un deserto “aumentato”: quello di una terra distrutta e quello sedimentato dall’indifferenza e dalla complicità dei nostri paesi democratici.
Non si tratta di giustificare la strage del 7 ottobre 2023 di ragazze e ragazzi israeliani che ascoltavano musica in un rave e di famiglie che erano tranquille nelle loro case. Con la lucidità che gli è propria, lo ha ricordato il presidente Mattarella: “Rimarrà nelle coscienze come una pagina turpe della storia” che esige “il dovere di una condanna perenne, rifiutando un accomodante e cinico modo di pensare che rimuova l’infamia di quella giornata”. “La violenza crudele e inaccettabile delle armi di Israele - che fa pagare alla popolazione di Gaza un intollerabile prezzo di morte, fame e disperazione - non attenua orrore e condanna per la raccapricciante ed efferata violenza consumata quel giorno da Hamas”. Ma i sentimenti per Gaza “non possono confluire in quello ignobile dell’antisemitismo che, particolarmente nel secolo scorso, ha toccato punte di mostruosa atrocità, e che oggi appare talvolta riaffiorare, fondandosi sull’imbecillità e diffondendo odio”.
Le manifestazioni che nei giorni scorsi in Italia (come in altri paesi) hanno riempito le piazze per chiedere pace per Gaza, hanno colto di sorpresa l’opinione pubblica, la politica e il governo che “non li ha visti arrivare”. Ed ha cercato di sminuire il valore che una manifestazione che ha portato in piazza due milioni di persone, non può non contenere.
Da sempre chi governa fatica ad accettare il dissenso, ignorando che proprio la libertà di poterlo esprimere pubblicamente è la linfa vitale di una società sana e democratica. Perché governare in democrazia non significa creare uniformità, non significa portare (o peggio obbligare) tutti a pensarla e agire allo stesso modo, al contrario esige la capacità di tenere insieme e comporre le diversità, tutte le diversità, nel rispetto di ognuna e a vantaggio di tutti.
Al netto delle manipolazioni, delle enfatizzazioni mediatiche dei gesti, delle inaccettabili violenze cui abbiamo assistito in qualche situazione, le imbarcazioni che hanno tentato invano di raggiungere Gaza e le manifestazioni che ne sono seguite in tutto il Paese (e in tutta Europa e non solo), sono certamente criticabili, ma hanno in ogni caso portato alla luce un disagio profondo che andava crescendo sotto la superficie. Una rivolta delle coscienze di fronte alle violenze, alle distruzioni, ai massacri che i governi occidentali hanno tollerato con una buona dose di cinismo, per non provocare l’alleato americano (se ancora è tale) e perché la guerra genera enormi affari per chi come l’Italia le armi le produce e vende.
Nessuno degli imbarcati della Flottilla credeva realmente di poter scendere a Gaza, tutti conoscevano esattamente il finale, ma il loro gesto ha rotto una certa omertà e obbligato il mondo intero a guardare e a misurarsi con ciò che non voleva vedere né mettere in discussione.
È giusto chiedersi perché mobilitazioni simili non siano avvenute e non avvengano per le tante guerre di sterminio di ieri e di oggi, ma ridurre questo movimento di popolo ad una pura manipolazione delle sinistre, oltre che falso perché l’onda è arrivata dal basso e semmai una parte di sinistra e di sindacato ha cercato di farla propria e cavalcarla, è anche fuorviante. Su quelle barche e tra i manifestanti c’era una fetta consistente di società civile e - questa sì è novità - della generazione dei più giovani. Che la politica spesso ripudiano in toto, e non vanno nemmeno più a votare, ma che sono sensibili e reattivi di fronte alle ingiustizie e alla violenza del potere.
Ripulito delle scorie ideologiche, questo movimento complesso e “multiculturale” (se si può comprendere in questo termine la variegata appartenenza dei manifestanti), non farà cadere governi, se mai fosse questo l’obbiettivo di qualche gruppo politico o sindacale. Con ogni probabilità otterrà anzi l’effetto di rafforzarli, almeno nell’Italia dalle crescenti pulsioni di ordine e sicurezza. Ma certo lancia a chi oggi governa un messaggio squisitamente politico che chiede un cambiamento di rotta delle politiche italiane ed europee su diritti, armamenti, relazioni internazionali, a partire dalla tragedia di Gaza.
editoriale
“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.
Le immagini di Gaza rasa al suolo, richiamano le parole che lo storico Tacito mette in bocca a Calgaco, capo dei Caledoni, popolazione celtica che abitava una regione dell’attuale Scozia, quando nell’84 d. C., subisce una devastante sconfitta dall’esercito romano. Così l’imperialismo romano imponeva il proprio dominio. Così, direttamente o per interposti eserciti, fanno ad ogni latitudine gli imperialismi del nostro tempo.
La pace di Gaza, se davvero si farà, dovrà fiorire in un deserto “aumentato”: quello di una terra distrutta e quello sedimentato dall’indifferenza e dalla complicità dei nostri paesi democratici.
Non si tratta di giustificare la strage del 7 ottobre 2023 di ragazze e ragazzi israeliani che ascoltavano musica in un rave e di famiglie che erano tranquille nelle loro case. Con la lucidità che gli è propria, lo ha ricordato il presidente Mattarella: “Rimarrà nelle coscienze come una pagina turpe della storia” che esige “il dovere di una condanna perenne, rifiutando un accomodante e cinico modo di pensare che rimuova l’infamia di quella giornata”. “La violenza crudele e inaccettabile delle armi di Israele - che fa pagare alla popolazione di Gaza un intollerabile prezzo di morte, fame e disperazione - non attenua orrore e condanna per la raccapricciante ed efferata violenza consumata quel giorno da Hamas”. Ma i sentimenti per Gaza “non possono confluire in quello ignobile dell’antisemitismo che, particolarmente nel secolo scorso, ha toccato punte di mostruosa atrocità, e che oggi appare talvolta riaffiorare, fondandosi sull’imbecillità e diffondendo odio”.
Le manifestazioni che nei giorni scorsi in Italia (come in altri paesi) hanno riempito le piazze per chiedere pace per Gaza, hanno colto di sorpresa l’opinione pubblica, la politica e il governo che “non li ha visti arrivare”. Ed ha cercato di sminuire il valore che una manifestazione che ha portato in piazza due milioni di persone, non può non contenere.
Da sempre chi governa fatica ad accettare il dissenso, ignorando che proprio la libertà di poterlo esprimere pubblicamente è la linfa vitale di una società sana e democratica. Perché governare in democrazia non significa creare uniformità, non significa portare (o peggio obbligare) tutti a pensarla e agire allo stesso modo, al contrario esige la capacità di tenere insieme e comporre le diversità, tutte le diversità, nel rispetto di ognuna e a vantaggio di tutti.
Al netto delle manipolazioni, delle enfatizzazioni mediatiche dei gesti, delle inaccettabili violenze cui abbiamo assistito in qualche situazione, le imbarcazioni che hanno tentato invano di raggiungere Gaza e le manifestazioni che ne sono seguite in tutto il Paese (e in tutta Europa e non solo), sono certamente criticabili, ma hanno in ogni caso portato alla luce un disagio profondo che andava crescendo sotto la superficie. Una rivolta delle coscienze di fronte alle violenze, alle distruzioni, ai massacri che i governi occidentali hanno tollerato con una buona dose di cinismo, per non provocare l’alleato americano (se ancora è tale) e perché la guerra genera enormi affari per chi come l’Italia le armi le produce e vende.
Nessuno degli imbarcati della Flottilla credeva realmente di poter scendere a Gaza, tutti conoscevano esattamente il finale, ma il loro gesto ha rotto una certa omertà e obbligato il mondo intero a guardare e a misurarsi con ciò che non voleva vedere né mettere in discussione.
È giusto chiedersi perché mobilitazioni simili non siano avvenute e non avvengano per le tante guerre di sterminio di ieri e di oggi, ma ridurre questo movimento di popolo ad una pura manipolazione delle sinistre, oltre che falso perché l’onda è arrivata dal basso e semmai una parte di sinistra e di sindacato ha cercato di farla propria e cavalcarla, è anche fuorviante. Su quelle barche e tra i manifestanti c’era una fetta consistente di società civile e - questa sì è novità - della generazione dei più giovani. Che la politica spesso ripudiano in toto, e non vanno nemmeno più a votare, ma che sono sensibili e reattivi di fronte alle ingiustizie e alla violenza del potere.
Ripulito delle scorie ideologiche, questo movimento complesso e “multiculturale” (se si può comprendere in questo termine la variegata appartenenza dei manifestanti), non farà cadere governi, se mai fosse questo l’obbiettivo di qualche gruppo politico o sindacale. Con ogni probabilità otterrà anzi l’effetto di rafforzarli, almeno nell’Italia dalle crescenti pulsioni di ordine e sicurezza. Ma certo lancia a chi oggi governa un messaggio squisitamente politico che chiede un cambiamento di rotta delle politiche italiane ed europee su diritti, armamenti, relazioni internazionali, a partire dalla tragedia di Gaza.
Un deserto chiamato pace
12 ottobre 2025
Cuneo
“Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.
Le immagini di Gaza rasa al suolo, richiamano le parole che lo storico Tacito mette in bocca a Calgaco, capo dei Caledoni, popolazione celtica che abitava una regione dell’attuale Scozia, quando nell’84 d. C., subisce una devastante sconfitta dall’esercito romano. Così l’imperialismo romano imponeva il proprio dominio. Così, direttamente o per interposti eserciti, fanno ad ogni latitudine gli imperialismi del nostro tempo.
La pace di Gaza, se davvero si farà, dovrà fiorire in un deserto “aumentato”: quello di una terra distrutta e quello sedimentato dall’indifferenza e dalla complicità dei nostri paesi democratici.
Non si tratta di giustificare la strage del 7 ottobre 2023 di ragazze e ragazzi israeliani che ascoltavano musica in un rave e di famiglie che erano tranquille nelle loro case. Con la lucidità che gli è propria, lo ha ricordato il presidente Mattarella: “Rimarrà nelle coscienze come una pagina turpe della storia” che esige “il dovere di una condanna perenne, rifiutando un accomodante e cinico modo di pensare che rimuova l’infamia di quella giornata”. “La violenza crudele e inaccettabile delle armi di Israele - che fa pagare alla popolazione di Gaza un intollerabile prezzo di morte, fame e disperazione - non attenua orrore e condanna per la raccapricciante ed efferata violenza consumata quel giorno da Hamas”. Ma i sentimenti per Gaza “non possono confluire in quello ignobile dell’antisemitismo che, particolarmente nel secolo scorso, ha toccato punte di mostruosa atrocità, e che oggi appare talvolta riaffiorare, fondandosi sull’imbecillità e diffondendo odio”.
Le manifestazioni che nei giorni scorsi in Italia (come in altri paesi) hanno riempito le piazze per chiedere pace per Gaza, hanno colto di sorpresa l’opinione pubblica, la politica e il governo che “non li ha visti arrivare”. Ed ha cercato di sminuire il valore che una manifestazione che ha portato in piazza due milioni di persone, non può non contenere.
Da sempre chi governa fatica ad accettare il dissenso, ignorando che proprio la libertà di poterlo esprimere pubblicamente è la linfa vitale di una società sana e democratica. Perché governare in democrazia non significa creare uniformità, non significa portare (o peggio obbligare) tutti a pensarla e agire allo stesso modo, al contrario esige la capacità di tenere insieme e comporre le diversità, tutte le diversità, nel rispetto di ognuna e a vantaggio di tutti.
Al netto delle manipolazioni, delle enfatizzazioni mediatiche dei gesti, delle inaccettabili violenze cui abbiamo assistito in qualche situazione, le imbarcazioni che hanno tentato invano di raggiungere Gaza e le manifestazioni che ne sono seguite in tutto il Paese (e in tutta Europa e non solo), sono certamente criticabili, ma hanno in ogni caso portato alla luce un disagio profondo che andava crescendo sotto la superficie. Una rivolta delle coscienze di fronte alle violenze, alle distruzioni, ai massacri che i governi occidentali hanno tollerato con una buona dose di cinismo, per non provocare l’alleato americano (se ancora è tale) e perché la guerra genera enormi affari per chi come l’Italia le armi le produce e vende.
Nessuno degli imbarcati della Flottilla credeva realmente di poter scendere a Gaza, tutti conoscevano esattamente il finale, ma il loro gesto ha rotto una certa omertà e obbligato il mondo intero a guardare e a misurarsi con ciò che non voleva vedere né mettere in discussione.
È giusto chiedersi perché mobilitazioni simili non siano avvenute e non avvengano per le tante guerre di sterminio di ieri e di oggi, ma ridurre questo movimento di popolo ad una pura manipolazione delle sinistre, oltre che falso perché l’onda è arrivata dal basso e semmai una parte di sinistra e di sindacato ha cercato di farla propria e cavalcarla, è anche fuorviante. Su quelle barche e tra i manifestanti c’era una fetta consistente di società civile e - questa sì è novità - della generazione dei più giovani. Che la politica spesso ripudiano in toto, e non vanno nemmeno più a votare, ma che sono sensibili e reattivi di fronte alle ingiustizie e alla violenza del potere.
Ripulito delle scorie ideologiche, questo movimento complesso e “multiculturale” (se si può comprendere in questo termine la variegata appartenenza dei manifestanti), non farà cadere governi, se mai fosse questo l’obbiettivo di qualche gruppo politico o sindacale. Con ogni probabilità otterrà anzi l’effetto di rafforzarli, almeno nell’Italia dalle crescenti pulsioni di ordine e sicurezza. Ma certo lancia a chi oggi governa un messaggio squisitamente politico che chiede un cambiamento di rotta delle politiche italiane ed europee su diritti, armamenti, relazioni internazionali, a partire dalla tragedia di Gaza.