La settimana scorsa è stata abbastanza particolare, per le abitudini italiane, in quanto moltissime persone si sono mobilitate in reazione a un evento internazionale, con un’attenzione che era partita, molti mesi fa, soprattutto dai giovani e in tempi molto rapidi. Tre caratteristiche non consuete per la nostra opinione pubblica. Stiamo ovviamente parlando delle manifestazioni e degli scioperi in sostegno all’iniziativa della Global Sumud Flotilla.
Poi, certo, come è invece consueto in molte parti del mondo ma forse un po’ di più da noi, quella mobilitazione si è trascinata dietro anche moltissime polemiche: iniziativa troppo politica, esagerata, non ci si è mobilitati per altre situazioni note e se ne trascurano molte similmente tragiche... Siccome però questa volta le persone partecipi erano moltissime, c’è anche stato spazio per polemiche tutte nostre, con l’accusa che chi non avesse partecipato a tutto o con dedizione piena (ad esempio, chi non avesse scioperato o non fosse sceso in piazza) in fondo si sarebbe mostrato complice con la parte avversa.
L’idea di raccogliersi a falange ed essere tutti uguali e omogenei è antica come l’umanità, probabilmente, e la vediamo rappresentata persino tra i discepoli di Gesù: «C’era uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo» (Mc 9,38-39; Lc 9,49-50). La risposta di Gesù non appoggia per nulla quella forma di censura: «Non glielo impedite. Chi non è contro di voi, è per voi».
San Paolo ritorna con più calma sulla questione, argomentando con più ampiezza anche se partendo da un tema un po’ diverso. Lui si trova infatti a cercare di mettere ordine in un atteggiamento diffuso nella chiesa di Corinto. Da ciò che cogliamo leggendo soprattutto la sua prima lettera, pare che in quella comunità, vivace e generosa ma non particolarmente acculturata e profonda, ci fossero alcune persone che durante le assemblee si mettevano a lodare Dio parlando in lingue sconosciute. Questo era colto dai credenti come segno di un particolare dono dello Spirito, che li metteva in grado di compiere imprese altrimenti impossibili. È probabile che scrivendo all’Apostolo quei credenti avessero chiesto conferma della superiorità nella fede da parte di chi si sentiva così posseduto.
Paolo dedica un po’ di spazio a chiarire la questione, «per non lasciarvi nell’ignoranza» (1 Cor 12). Dice che il cuore dell’assistenza dello Spirito Santo è nel riconoscere che Gesù è Signore. Il resto è secondario.
Ma poi procede notando che i doni spirituali sono tanti, ma a donarli è un solo Spirito, così come ci sono servizi diversi che ci si può assumere nella Chiesa, ma in fondo in ognuno di essi si serve il Signore Gesù, e si compiono diverse azioni, ma tutte sono rese possibili dal Padre creatore. Quindi elenca i vari doni che possono venire dallo Spirito Santo, mettendoli in un ordine che forse non era quello pensato dai corinzi. Parte infatti dai discorsi di sapienza, che aiutano a comprendere quali decisioni siano più sagge nella vita quotidiana, poi passa alla conoscenza informata, quindi cita la fede, le guarigioni, i miracoli, la profezia (che non è tanto la capacità di prevedere il futuro, quanto di capire che cosa farebbe e vorrebbe Dio nella situazione precisa nella quale ci troviamo). Solo in fondo arrivano le lingue. Paolo sottolinea però che tutto ciò viene da un unico donatore, che è lo Spirito. E, ovviamente, più che il dono conta chi lo regala. Riprende poi un’immagine che era già molto nota, quella del corpo fatto di membra e di organi diversi ma subordinati a un principio unificante (che altrove identificherà in Gesù). Aggiunge anzi che proprio le parti del corpo più vergognose vengono circondate di maggiore attenzione e onore. Il sottinteso è che anche nella Chiesa (o magari in tutta l’umanità) occorrerebbe comportarsi allo stesso modo, tanto è vero che il discorso porta poi Paolo a suggerire come via privilegiata quella della carità, con lo splendido inno del capitolo 13.
Per tornare a noi, sembrerebbe che lo stesso Apostolo ci inviti a riconoscere che forme diverse di attenzione, di mobilitazione, di dono di sé e di coinvolgimento sono tutte possibili espressioni di una sensibilità che ha la stessa fonte. E che magari proprio ciò che ci pare meno accettabile e nobile è ciò che dovremmo trattare con più delicatezza e attenzione. Sempre nella carità che dovrebbe essere il sale quotidiano dell’agire di ogni cristiano.
editoriale
La settimana scorsa è stata abbastanza particolare, per le abitudini italiane, in quanto moltissime persone si sono mobilitate in reazione a un evento internazionale, con un’attenzione che era partita, molti mesi fa, soprattutto dai giovani e in tempi molto rapidi. Tre caratteristiche non consuete per la nostra opinione pubblica. Stiamo ovviamente parlando delle manifestazioni e degli scioperi in sostegno all’iniziativa della Global Sumud Flotilla.
Poi, certo, come è invece consueto in molte parti del mondo ma forse un po’ di più da noi, quella mobilitazione si è trascinata dietro anche moltissime polemiche: iniziativa troppo politica, esagerata, non ci si è mobilitati per altre situazioni note e se ne trascurano molte similmente tragiche... Siccome però questa volta le persone partecipi erano moltissime, c’è anche stato spazio per polemiche tutte nostre, con l’accusa che chi non avesse partecipato a tutto o con dedizione piena (ad esempio, chi non avesse scioperato o non fosse sceso in piazza) in fondo si sarebbe mostrato complice con la parte avversa.
L’idea di raccogliersi a falange ed essere tutti uguali e omogenei è antica come l’umanità, probabilmente, e la vediamo rappresentata persino tra i discepoli di Gesù: «C’era uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo» (Mc 9,38-39; Lc 9,49-50). La risposta di Gesù non appoggia per nulla quella forma di censura: «Non glielo impedite. Chi non è contro di voi, è per voi».
San Paolo ritorna con più calma sulla questione, argomentando con più ampiezza anche se partendo da un tema un po’ diverso. Lui si trova infatti a cercare di mettere ordine in un atteggiamento diffuso nella chiesa di Corinto. Da ciò che cogliamo leggendo soprattutto la sua prima lettera, pare che in quella comunità, vivace e generosa ma non particolarmente acculturata e profonda, ci fossero alcune persone che durante le assemblee si mettevano a lodare Dio parlando in lingue sconosciute. Questo era colto dai credenti come segno di un particolare dono dello Spirito, che li metteva in grado di compiere imprese altrimenti impossibili. È probabile che scrivendo all’Apostolo quei credenti avessero chiesto conferma della superiorità nella fede da parte di chi si sentiva così posseduto.
Paolo dedica un po’ di spazio a chiarire la questione, «per non lasciarvi nell’ignoranza» (1 Cor 12). Dice che il cuore dell’assistenza dello Spirito Santo è nel riconoscere che Gesù è Signore. Il resto è secondario.
Ma poi procede notando che i doni spirituali sono tanti, ma a donarli è un solo Spirito, così come ci sono servizi diversi che ci si può assumere nella Chiesa, ma in fondo in ognuno di essi si serve il Signore Gesù, e si compiono diverse azioni, ma tutte sono rese possibili dal Padre creatore. Quindi elenca i vari doni che possono venire dallo Spirito Santo, mettendoli in un ordine che forse non era quello pensato dai corinzi. Parte infatti dai discorsi di sapienza, che aiutano a comprendere quali decisioni siano più sagge nella vita quotidiana, poi passa alla conoscenza informata, quindi cita la fede, le guarigioni, i miracoli, la profezia (che non è tanto la capacità di prevedere il futuro, quanto di capire che cosa farebbe e vorrebbe Dio nella situazione precisa nella quale ci troviamo). Solo in fondo arrivano le lingue. Paolo sottolinea però che tutto ciò viene da un unico donatore, che è lo Spirito. E, ovviamente, più che il dono conta chi lo regala. Riprende poi un’immagine che era già molto nota, quella del corpo fatto di membra e di organi diversi ma subordinati a un principio unificante (che altrove identificherà in Gesù). Aggiunge anzi che proprio le parti del corpo più vergognose vengono circondate di maggiore attenzione e onore. Il sottinteso è che anche nella Chiesa (o magari in tutta l’umanità) occorrerebbe comportarsi allo stesso modo, tanto è vero che il discorso porta poi Paolo a suggerire come via privilegiata quella della carità, con lo splendido inno del capitolo 13.
Per tornare a noi, sembrerebbe che lo stesso Apostolo ci inviti a riconoscere che forme diverse di attenzione, di mobilitazione, di dono di sé e di coinvolgimento sono tutte possibili espressioni di una sensibilità che ha la stessa fonte. E che magari proprio ciò che ci pare meno accettabile e nobile è ciò che dovremmo trattare con più delicatezza e attenzione. Sempre nella carità che dovrebbe essere il sale quotidiano dell’agire di ogni cristiano.
Le mobilitazioni di oggi e la spinta, antica come il mondo, a volere tutti uguali e omogenei
12 ottobre 2025
Cuneo
La settimana scorsa è stata abbastanza particolare, per le abitudini italiane, in quanto moltissime persone si sono mobilitate in reazione a un evento internazionale, con un’attenzione che era partita, molti mesi fa, soprattutto dai giovani e in tempi molto rapidi. Tre caratteristiche non consuete per la nostra opinione pubblica. Stiamo ovviamente parlando delle manifestazioni e degli scioperi in sostegno all’iniziativa della Global Sumud Flotilla.
Poi, certo, come è invece consueto in molte parti del mondo ma forse un po’ di più da noi, quella mobilitazione si è trascinata dietro anche moltissime polemiche: iniziativa troppo politica, esagerata, non ci si è mobilitati per altre situazioni note e se ne trascurano molte similmente tragiche... Siccome però questa volta le persone partecipi erano moltissime, c’è anche stato spazio per polemiche tutte nostre, con l’accusa che chi non avesse partecipato a tutto o con dedizione piena (ad esempio, chi non avesse scioperato o non fosse sceso in piazza) in fondo si sarebbe mostrato complice con la parte avversa.
L’idea di raccogliersi a falange ed essere tutti uguali e omogenei è antica come l’umanità, probabilmente, e la vediamo rappresentata persino tra i discepoli di Gesù: «C’era uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo» (Mc 9,38-39; Lc 9,49-50). La risposta di Gesù non appoggia per nulla quella forma di censura: «Non glielo impedite. Chi non è contro di voi, è per voi».
San Paolo ritorna con più calma sulla questione, argomentando con più ampiezza anche se partendo da un tema un po’ diverso. Lui si trova infatti a cercare di mettere ordine in un atteggiamento diffuso nella chiesa di Corinto. Da ciò che cogliamo leggendo soprattutto la sua prima lettera, pare che in quella comunità, vivace e generosa ma non particolarmente acculturata e profonda, ci fossero alcune persone che durante le assemblee si mettevano a lodare Dio parlando in lingue sconosciute. Questo era colto dai credenti come segno di un particolare dono dello Spirito, che li metteva in grado di compiere imprese altrimenti impossibili. È probabile che scrivendo all’Apostolo quei credenti avessero chiesto conferma della superiorità nella fede da parte di chi si sentiva così posseduto.
Paolo dedica un po’ di spazio a chiarire la questione, «per non lasciarvi nell’ignoranza» (1 Cor 12). Dice che il cuore dell’assistenza dello Spirito Santo è nel riconoscere che Gesù è Signore. Il resto è secondario.
Ma poi procede notando che i doni spirituali sono tanti, ma a donarli è un solo Spirito, così come ci sono servizi diversi che ci si può assumere nella Chiesa, ma in fondo in ognuno di essi si serve il Signore Gesù, e si compiono diverse azioni, ma tutte sono rese possibili dal Padre creatore. Quindi elenca i vari doni che possono venire dallo Spirito Santo, mettendoli in un ordine che forse non era quello pensato dai corinzi. Parte infatti dai discorsi di sapienza, che aiutano a comprendere quali decisioni siano più sagge nella vita quotidiana, poi passa alla conoscenza informata, quindi cita la fede, le guarigioni, i miracoli, la profezia (che non è tanto la capacità di prevedere il futuro, quanto di capire che cosa farebbe e vorrebbe Dio nella situazione precisa nella quale ci troviamo). Solo in fondo arrivano le lingue. Paolo sottolinea però che tutto ciò viene da un unico donatore, che è lo Spirito. E, ovviamente, più che il dono conta chi lo regala. Riprende poi un’immagine che era già molto nota, quella del corpo fatto di membra e di organi diversi ma subordinati a un principio unificante (che altrove identificherà in Gesù). Aggiunge anzi che proprio le parti del corpo più vergognose vengono circondate di maggiore attenzione e onore. Il sottinteso è che anche nella Chiesa (o magari in tutta l’umanità) occorrerebbe comportarsi allo stesso modo, tanto è vero che il discorso porta poi Paolo a suggerire come via privilegiata quella della carità, con lo splendido inno del capitolo 13.
Per tornare a noi, sembrerebbe che lo stesso Apostolo ci inviti a riconoscere che forme diverse di attenzione, di mobilitazione, di dono di sé e di coinvolgimento sono tutte possibili espressioni di una sensibilità che ha la stessa fonte. E che magari proprio ciò che ci pare meno accettabile e nobile è ciò che dovremmo trattare con più delicatezza e attenzione. Sempre nella carità che dovrebbe essere il sale quotidiano dell’agire di ogni cristiano.