editoriale

È proprio vero che l’umanità peggiora ogni giorno di più, e chissà dove andremo a finire?

05 ottobre 2025

Cuneo

Adamo ed Eva (foto Pixabay) (foto Pixabay) «Viviamo in tempi cattivi, l’umanità peggiora giorno dopo giorno, chissà dove andremo a finire». Non mancano argomenti per sostenere una tesi di questo tipo, che però troviamo persino nei più antichi testi lasciati scritti da esseri umani, più di cinquemila anni fa. Benché chi studia la storia sappia bene che non scambierebbe la propria situazione con quella di chi è vissuto secoli fa. Su questo la Bibbia ha un’opinione molto chiara, espressa in testi che non sono secondari, e scritti in tempi bui. Quando leggiamo i testi biblici, infatti, dovremmo anche tenere presente che non si pongono tutti allo stesso livello. D’altronde, è una distinzione che nella nostra vita quotidiana sappiamo fare: quando andiamo al bar e scambiamo due parole d’occasione con un vicino di bancone che verosimilmente non rivedremo mai più, ci teniamo alle banalità superficiali: «Finché c’è la salute...». Se però parliamo con un amico che ci conosce bene, con il quale possiamo permetterci di spiegare meglio il nostro pensiero, probabilmente sapremo ammettere di conoscere malati che diffondono intorno a sé il profumo di una vita profonda e sorridente, e persone in piena salute che sembrano condannati a morte; e tutta una gamma di altre esperienze umane lì in mezzo... La Bibbia non è diversa: ci sono libri e passi che, su alcuni temi, ripetono in modo superficiale banalità già sentite. E ci sono brani che invece in modo chiaro provano ad andare più in profondità, e pretendono di essere ascoltati. Tra questi passi biblici ci sono i primi capitoli della Genesi, e soprattutto i primi quattro, che si presentano come ben rifiniti, riletti, pensati con attenzione, perché parlassero non solo ai credenti ebrei, ma anche a qualunque altro essere umano che incappasse in quegli scritti. Pagine inoltre che sono state probabilmente scritte in esilio, in un momento di fallimento pieno della cultura ebraica. Uno dei suoi passaggi più densi (e, tra l’altro, più spesso fraintesi dalla storia cristiana) è il terzo capitolo, quello che solitamente definiamo “del peccato originale”. Conosciamo la storia: in un contesto di piena armonia, dove non esiste il male e l’umanità aveva a disposizione tutto ciò che desiderava oltre alla comunione spontanea con Dio, entra il serpente che insinua il dubbio che Dio in realtà faccia tutto ciò per il proprio interesse, badando bene a evitare che Adamo possa diventare come lui. Più che un atto di disubbidienza, quello di Eva ed Adamo è un atto di diffidenza, non credono più alle parole divine che hanno ammonito che, mangiando del frutto di quell’albero proibito, sarebbero morti. Come conseguenza di quella scelta, Dio rivolge diverse parole, quasi delle sentenze, nei confronti dei due esseri umani e del serpente. A noi oggi interessano soprattutto queste, che sono le prime ad essere pronunciate. Siamo in un contesto di scrittura evidentemente simbolica e molto ben rifinita. E qui Dio parla dapprima al serpente annunciandogli che, in conseguenza del suo invito a diffidare, sarà costretto a strisciare sul suo ventre, a restare attaccato al suolo, senza potersi elevare al cielo, al trascendente. «Maledetto tu. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe». Tipico delle parole divine nel terzo capitolo di Genesi è che sembrano trancianti e pessimiste, ma, se guardate in profondità, svelano promesse affascinanti. Il serpente è ciò che ha invitato a diffidare, è colui che insinua il dubbio, che divide (questo è il senso di partenza della parola “diavolo”). E ha infatti spinto i primi due esseri umani a diffidare di una promessa di vita di Dio. Ebbene, nel racconto biblico Dio lo maledice, ossia lo allontana da sé. Vale a dire che Dio rifiuta di diffidare, di pensare male degli interlocutori. È comprensibile e umano che, se iniziano a diffidare di noi, noi diffidiamo di chi ci ha sfiduciati. Dio no. Continua a rifiutare il sospetto, il dubbio, continua ad essere chi si fida, innanzitutto del culmine della sua creazione. E anzi prosegue: intravede un “inimicizia” tra i discendenti del serpente e quelli della donna. Questi ultimi sono gli esseri umani, ovviamente. E allora in Genesi 3 gli autori intuiscono che Dio continua a scommettere che l’uomo sia buono, sia fatto per la fiducia. Tra il serpente e la donna non c’è amicizia e non ci sarà. Tanto che «lei ti schiaccerà la testa, tu le schiaccerai il calcagno». Dio non anticipa come andrà a finire lo scontro, perché la storia è ancora da scrivere ed è in mano nostra. Ma se dobbiamo lasciarci suggestionare dalle immagini, verrebbe da dire che Dio scommetta sull’essere umano: è meglio rischiare di perdere il tallone che di sentirsi schiacciare la testa. In un capitolo che sembrerebbe dire la condanna dell’umanità e che nella storia è spesso stato utilizzato in questo modo, pagina peraltro scritta in un momento cupo della storia ebraica, scopriamo in realtà che si presenta un Dio che continua a confidare nell’umanità, che anche nel momento della frattura vede come buona e capace di fidarsi, anzi chiamata a farlo sempre.  
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