editoriale

Albanese, il genocidio, i diritti umani e gli affari

05 ottobre 2025

Cuneo

Ofac Alcuni organi di stampa hanno riportato nei giorni scorsi la notizia dell’inclusione di Francesca Albanese nella “lista nera” dell’Ofac, l’Office of Foreign Asset Control degli Stati Uniti. L’Ufficio per il controllo dei beni stranieri (più o meno questa la traduzione del nome dell’ufficio), tra le varie mansioni, ha, infatti, anche quella di individuare e segnalare le persone per le quali è necessario ricorrere al blocco dei beni e dell’operatività bancaria, in quanto legate ad attività illecite particolarmente gravi, come il terrorismo o il suo finanziamento. Le conseguenze che derivano dall’inclusione in questa lista nera, “black list”, sono molto serie. Nella sostanza, nessuna banca e nessun intermediario finanziario, nel mondo, che abbia rapporti con gli Stati Uniti, può più operare con queste persone. Francesca Albanese ha raccontato, ad esempio, di non aver neppure potuto aprire un conto con Banca Etica. Le conseguenze per le banche che stringono rapporti con persone segnalate, infatti, possono essere pesanti e arrivare anche al blocco dell’operatività internazionale, a cominciare da quella in dollari. Le ragioni dell’inclusione non sono del tutto chiare. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati e autrice del rapporto “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” è, infatti, una giurista esperta di diritto internazionale e, per quanto possano valere le impressioni, la situazione nella quale si trova pare sorprendente. Le tempistiche non depongono a favore dell’oggettività delle ragioni dell’inclusione nella black list: il rapporto, nel quale vengono fatti i nomi delle aziende (molte delle quali statunitensi) che supportano le operazioni militari israeliane e gli insediamenti coloniali, è datato 30 giugno 2025, l’inserimento nella lista nera è del 9 luglio successivo. Nelle motivazioni del provvedimento si legge che la Albanese è accusata di antisemitismo, aiuto al terrorismo, inimicizia verso gli Stati Uniti, Israele e il mondo occidentale. Una delle colpe della Albanese sarebbe quella di aver collaborato con la Corte Penale Internazionale al fine di “investigare, arrestare, detenere o perseguire cittadini degli Stati Uniti o di Israele, senza il consenso di questi due Paesi. Né gli Stati Uniti, né Israele (si legge nel comunicato = NDR) hanno aderito allo Statuto di Roma (istitutivo della Corte Penale Internazionale = NDR), dunque queste azioni rappresentano una grave violazione della sovranità di entrambi gli Stati”. Comunque la si pensi su Francesca Albanese, sulla tragedia di Gaza, sugli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania e sulle azioni di Netanyahu, la vicenda pone una serie di interrogativi di non poco conto, anche sotto il profilo giuridico ed economico. Le norme e gli accordi internazionali sulla cooperazione contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo rappresentano, infatti, un pilastro della lotta alla criminalità organizzata e alle organizzazioni terroristiche. Il controllo e il blocco dei capitali e dei patrimoni che alimentano queste attività criminali sono indispensabili e non possono essere messi in discussione. Quello su cui vale la pena riflettere, però, è in che modo, nell’attuale contesto internazionale, sia possibile costruire una adeguata e condivisa base comune sulla quale inserire tutto il resto. Le norme internazionali contro il riciclaggio del denaro proveniente da attività criminali e contro il finanziamento del terrorismo presuppongono, infatti, che ci sia una visione comune di fondo su cosa siano le attività criminali e che cosa possa fare scattare un’accusa di supporto o finanziamento al terrorismo. Ogni Stato, in quanto sovrano, ha il diritto di decidere se aderire agli atti istitutivi di organismi come la Corte Penale Internazionale (che, vale la pena ricordare, ha il compito di perseguire e giudicare gli autori di reati come il genocidio, i crimini di guerra e quelli contro l’umanità), ma ci si deve chiedere fino a che punto le decisioni di chi non aderisce possano influire in modo così pesante sulla vita dei funzionari che lavorano per le Nazioni Unite o che collaborano con la Corte Penale Internazionale. Il mondo che abbiamo davanti sta richiamando l’Europa alle proprie responsabilità di fronte a interlocutori, anche vicini o alleati, governati da persone e gruppi che mostrano di avere modi di intendere i diritti, le libertà e le relazioni internazionali ben diversi da quanto si credeva. La geopolitica non è cosa da salotti o da talk show, è entrata nei nostri gesti quotidiani, come aprire un conto in banca.  
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