Viviamo in un mondo sempre più schierato su barricate contrapposte, dove sembra che concedere anche soltanto un ascolto alla “altra parte” sia una debolezza imperdonabile. Diventa allora stuzzicante ed interessante incontrare un personaggio particolare e spesso dimenticato, benché sia uno dei primi discepoli cristiani. Il suo nome è Barnaba.
Viene presentato dicendo che sia un levita dell’isola di Cipro (At 4,36). Ciò significa chè un buon ebreo, perché al suo tempo non era più scontato sapere a quale tribù si appartenesse. Ma se è di Cipro, vuol dire che probabilmente è madrelingua greco, e in effetti sarebbe coerente con quello che farà. La prima volta che si parla di lui si dice che venda un campo e ne metta il ricavato ai piedi degli apostoli, per le necessità dei più poveri (At 4,36-37).
È vero, Luca afferma che lo facessero tutti, ma poi aggiunge “ad esempio” il caso di Barnaba, oltre a un altro esempio negativo, di una coppia (Anania e Saffira) che finge di mettere a disposizione il ricavato di una vendita ma se ne tiene una parte. Questi vengono rimproverati non perché si siano tenuti qualcosa, ma per l’inganno. E vuol dire che non è vero che tutti facessero come Barnaba, che si dimostra da subito più generoso della media.
Lo ritroviamo poi a svolgere un’ambasceria complicata. A Gerusalemme, dove provano a tenere la guida del movimento cristiano, erano venuti a sapere che ad Antiochia dei “fratelli”, cioè dei cristiani, avevano iniziato a condividere la “frazione del pane” (noi diremmo la messa) con dei non ebrei. Non era per niente una scelta banale, perché Gesù si era presentato come messia e aveva predicato e agito quasi solo con ebrei. Anche perché al tempo si discuteva se si potesse diventare ebrei, ma i più ritenevano che per esserlo occorresse discendere da Abramo. Inserire in un momento religioso chi religiosamente non poteva esserci poteva quasi sembrare una blasfemia. Ecco allora che da Gerusalemme mandano Barnaba a controllare ossia, probabilmente, a rimproverare e punire (At 11,20-22). Una volta là, Barnaba coglie che in quella comunità ci sono i segni dello Spirito. Non sappiamo che cosa abbia visto, ma si tiene attento a guardare e valutare e capisce che non bisogna fermare quello che, pure, andava contro le leggi ebraiche e non era assolutamente stato incoraggiato da Gesù.
Non solo, pensa che in quel contesto occorrano persone nuove, abituate a muoversi tra due mondi. E intanto si ferma lui, ad Antiochia, ma poi parte per andare a recuperare da Tarso quel Saulo che aveva impressionato ma era anche risultato scomodo e fastidioso sia a Damasco, sia a Gerusalemme (At 11,25; cfr. At 9,28-30). Saulo e Barnaba diventeranno due delle guide della chiesa di Antiochia (At 13,1).
La chiesa di quella città sarà la prima a decidere di partire per andare ad annunciare il vangelo a chi non lo conosce ancora. Partono in viaggio Barnaba, Saulo e Giovanni Marco (At 13,2.5), citati in quest’ordine. Dopo la prima tappa a Cipro, però, si comincia a parlare della missione di Paolo e Barnaba (At 13,13.46). Giovanni Marco è tornato indietro, forse urtato dal ruolo e dal protagonismo di Paolo, che da parte sua, cambiandosi il nome, sottolinea il suo allontanamento dal mondo ebraico per inserirsi in quello greco-latino; prende la guida della missione. E Barnaba, mitemente, accetta di passare al secondo posto.
Più tardi la questione dei criteri con cui inserire i pagani nella chiesa cristiana diventerà un problema, e si decide di incontrarsi a Gerusalemme per discutere come comportarsi, se chiedere la circoncisione e il rispetto della legge ebraica a tutti oppure no. Barnaba è uno degli inviati che difende lo stile che prevarrà, quello di non imporre la circoncisione: evidentemente non ha paura di difendere “i frutti dello Spirito”.
Al ritorno, da Antiochia si decide di tornare a visitare i fratelli evangelizzati nel primo viaggio missionario. Ma Paolo non vuole più Giovanni Marco: “Non voglio chi ha già tradito una volta!” (At 15,36-39). Il giudizio è ingeneroso, non si era trattato di un tradimento. Ma Paolo non sente ragioni. E Barnaba, allora, accetta di non partire con Paolo, ma andrà con Giovanni Marco a Cipro. E di lui non sentiremo più parlare.
Ci troviamo di fronte a un personaggio generoso senza imporsi, mite senza essere pauroso, capace di accorgersi di ciò che sta succedendo e di valorizzare le persone adatte a quel contesto, senza pregiudizi. Capace di lasciarsi provocare dalla realtà, di non farsi incasellare in partiti o in ruoli (avrebbe potuto, era un capo), ma di mettere sempre al centro le persone e il vangelo.
editoriale
Viviamo in un mondo sempre più schierato su barricate contrapposte, dove sembra che concedere anche soltanto un ascolto alla “altra parte” sia una debolezza imperdonabile. Diventa allora stuzzicante ed interessante incontrare un personaggio particolare e spesso dimenticato, benché sia uno dei primi discepoli cristiani. Il suo nome è Barnaba.
Viene presentato dicendo che sia un levita dell’isola di Cipro (At 4,36). Ciò significa chè un buon ebreo, perché al suo tempo non era più scontato sapere a quale tribù si appartenesse. Ma se è di Cipro, vuol dire che probabilmente è madrelingua greco, e in effetti sarebbe coerente con quello che farà. La prima volta che si parla di lui si dice che venda un campo e ne metta il ricavato ai piedi degli apostoli, per le necessità dei più poveri (At 4,36-37).
È vero, Luca afferma che lo facessero tutti, ma poi aggiunge “ad esempio” il caso di Barnaba, oltre a un altro esempio negativo, di una coppia (Anania e Saffira) che finge di mettere a disposizione il ricavato di una vendita ma se ne tiene una parte. Questi vengono rimproverati non perché si siano tenuti qualcosa, ma per l’inganno. E vuol dire che non è vero che tutti facessero come Barnaba, che si dimostra da subito più generoso della media.
Lo ritroviamo poi a svolgere un’ambasceria complicata. A Gerusalemme, dove provano a tenere la guida del movimento cristiano, erano venuti a sapere che ad Antiochia dei “fratelli”, cioè dei cristiani, avevano iniziato a condividere la “frazione del pane” (noi diremmo la messa) con dei non ebrei. Non era per niente una scelta banale, perché Gesù si era presentato come messia e aveva predicato e agito quasi solo con ebrei. Anche perché al tempo si discuteva se si potesse diventare ebrei, ma i più ritenevano che per esserlo occorresse discendere da Abramo. Inserire in un momento religioso chi religiosamente non poteva esserci poteva quasi sembrare una blasfemia. Ecco allora che da Gerusalemme mandano Barnaba a controllare ossia, probabilmente, a rimproverare e punire (At 11,20-22). Una volta là, Barnaba coglie che in quella comunità ci sono i segni dello Spirito. Non sappiamo che cosa abbia visto, ma si tiene attento a guardare e valutare e capisce che non bisogna fermare quello che, pure, andava contro le leggi ebraiche e non era assolutamente stato incoraggiato da Gesù.
Non solo, pensa che in quel contesto occorrano persone nuove, abituate a muoversi tra due mondi. E intanto si ferma lui, ad Antiochia, ma poi parte per andare a recuperare da Tarso quel Saulo che aveva impressionato ma era anche risultato scomodo e fastidioso sia a Damasco, sia a Gerusalemme (At 11,25; cfr. At 9,28-30). Saulo e Barnaba diventeranno due delle guide della chiesa di Antiochia (At 13,1).
La chiesa di quella città sarà la prima a decidere di partire per andare ad annunciare il vangelo a chi non lo conosce ancora. Partono in viaggio Barnaba, Saulo e Giovanni Marco (At 13,2.5), citati in quest’ordine. Dopo la prima tappa a Cipro, però, si comincia a parlare della missione di Paolo e Barnaba (At 13,13.46). Giovanni Marco è tornato indietro, forse urtato dal ruolo e dal protagonismo di Paolo, che da parte sua, cambiandosi il nome, sottolinea il suo allontanamento dal mondo ebraico per inserirsi in quello greco-latino; prende la guida della missione. E Barnaba, mitemente, accetta di passare al secondo posto.
Più tardi la questione dei criteri con cui inserire i pagani nella chiesa cristiana diventerà un problema, e si decide di incontrarsi a Gerusalemme per discutere come comportarsi, se chiedere la circoncisione e il rispetto della legge ebraica a tutti oppure no. Barnaba è uno degli inviati che difende lo stile che prevarrà, quello di non imporre la circoncisione: evidentemente non ha paura di difendere “i frutti dello Spirito”.
Al ritorno, da Antiochia si decide di tornare a visitare i fratelli evangelizzati nel primo viaggio missionario. Ma Paolo non vuole più Giovanni Marco: “Non voglio chi ha già tradito una volta!” (At 15,36-39). Il giudizio è ingeneroso, non si era trattato di un tradimento. Ma Paolo non sente ragioni. E Barnaba, allora, accetta di non partire con Paolo, ma andrà con Giovanni Marco a Cipro. E di lui non sentiremo più parlare.
Ci troviamo di fronte a un personaggio generoso senza imporsi, mite senza essere pauroso, capace di accorgersi di ciò che sta succedendo e di valorizzare le persone adatte a quel contesto, senza pregiudizi. Capace di lasciarsi provocare dalla realtà, di non farsi incasellare in partiti o in ruoli (avrebbe potuto, era un capo), ma di mettere sempre al centro le persone e il vangelo.
Barnaba, un capo capace di lasciarsi provocare dalla realtà e di valorizzare le persone intorno
28 settembre 2025
Cuneo
Viviamo in un mondo sempre più schierato su barricate contrapposte, dove sembra che concedere anche soltanto un ascolto alla “altra parte” sia una debolezza imperdonabile. Diventa allora stuzzicante ed interessante incontrare un personaggio particolare e spesso dimenticato, benché sia uno dei primi discepoli cristiani. Il suo nome è Barnaba.
Viene presentato dicendo che sia un levita dell’isola di Cipro (At 4,36). Ciò significa chè un buon ebreo, perché al suo tempo non era più scontato sapere a quale tribù si appartenesse. Ma se è di Cipro, vuol dire che probabilmente è madrelingua greco, e in effetti sarebbe coerente con quello che farà. La prima volta che si parla di lui si dice che venda un campo e ne metta il ricavato ai piedi degli apostoli, per le necessità dei più poveri (At 4,36-37).
È vero, Luca afferma che lo facessero tutti, ma poi aggiunge “ad esempio” il caso di Barnaba, oltre a un altro esempio negativo, di una coppia (Anania e Saffira) che finge di mettere a disposizione il ricavato di una vendita ma se ne tiene una parte. Questi vengono rimproverati non perché si siano tenuti qualcosa, ma per l’inganno. E vuol dire che non è vero che tutti facessero come Barnaba, che si dimostra da subito più generoso della media.
Lo ritroviamo poi a svolgere un’ambasceria complicata. A Gerusalemme, dove provano a tenere la guida del movimento cristiano, erano venuti a sapere che ad Antiochia dei “fratelli”, cioè dei cristiani, avevano iniziato a condividere la “frazione del pane” (noi diremmo la messa) con dei non ebrei. Non era per niente una scelta banale, perché Gesù si era presentato come messia e aveva predicato e agito quasi solo con ebrei. Anche perché al tempo si discuteva se si potesse diventare ebrei, ma i più ritenevano che per esserlo occorresse discendere da Abramo. Inserire in un momento religioso chi religiosamente non poteva esserci poteva quasi sembrare una blasfemia. Ecco allora che da Gerusalemme mandano Barnaba a controllare ossia, probabilmente, a rimproverare e punire (At 11,20-22). Una volta là, Barnaba coglie che in quella comunità ci sono i segni dello Spirito. Non sappiamo che cosa abbia visto, ma si tiene attento a guardare e valutare e capisce che non bisogna fermare quello che, pure, andava contro le leggi ebraiche e non era assolutamente stato incoraggiato da Gesù.
Non solo, pensa che in quel contesto occorrano persone nuove, abituate a muoversi tra due mondi. E intanto si ferma lui, ad Antiochia, ma poi parte per andare a recuperare da Tarso quel Saulo che aveva impressionato ma era anche risultato scomodo e fastidioso sia a Damasco, sia a Gerusalemme (At 11,25; cfr. At 9,28-30). Saulo e Barnaba diventeranno due delle guide della chiesa di Antiochia (At 13,1).
La chiesa di quella città sarà la prima a decidere di partire per andare ad annunciare il vangelo a chi non lo conosce ancora. Partono in viaggio Barnaba, Saulo e Giovanni Marco (At 13,2.5), citati in quest’ordine. Dopo la prima tappa a Cipro, però, si comincia a parlare della missione di Paolo e Barnaba (At 13,13.46). Giovanni Marco è tornato indietro, forse urtato dal ruolo e dal protagonismo di Paolo, che da parte sua, cambiandosi il nome, sottolinea il suo allontanamento dal mondo ebraico per inserirsi in quello greco-latino; prende la guida della missione. E Barnaba, mitemente, accetta di passare al secondo posto.
Più tardi la questione dei criteri con cui inserire i pagani nella chiesa cristiana diventerà un problema, e si decide di incontrarsi a Gerusalemme per discutere come comportarsi, se chiedere la circoncisione e il rispetto della legge ebraica a tutti oppure no. Barnaba è uno degli inviati che difende lo stile che prevarrà, quello di non imporre la circoncisione: evidentemente non ha paura di difendere “i frutti dello Spirito”.
Al ritorno, da Antiochia si decide di tornare a visitare i fratelli evangelizzati nel primo viaggio missionario. Ma Paolo non vuole più Giovanni Marco: “Non voglio chi ha già tradito una volta!” (At 15,36-39). Il giudizio è ingeneroso, non si era trattato di un tradimento. Ma Paolo non sente ragioni. E Barnaba, allora, accetta di non partire con Paolo, ma andrà con Giovanni Marco a Cipro. E di lui non sentiremo più parlare.
Ci troviamo di fronte a un personaggio generoso senza imporsi, mite senza essere pauroso, capace di accorgersi di ciò che sta succedendo e di valorizzare le persone adatte a quel contesto, senza pregiudizi. Capace di lasciarsi provocare dalla realtà, di non farsi incasellare in partiti o in ruoli (avrebbe potuto, era un capo), ma di mettere sempre al centro le persone e il vangelo.