Nel film Leoni per agnelli (2007), diretto e interpretato da Robert Redford, una delle scene più potenti è il dialogo tra un professore universitario e un suo studente brillante, ma disilluso. Non è uno scambio banale: è il confronto tra due generazioni, tra chi ha speso anni a tentare di incidere sul mondo e chi, pur dotato di intelligenza e opportunità, preferisce il disimpegno e la bella vita comoda. L’insegnante ammette i suoi fallimenti, ma avverte il ragazzo: la vera trappola non è sbagliare, bensì rimanere tiepidi, consegnarsi all’apatia.
La tiepidezza è la condizione di chi osserva senza schierarsi, di chi confonde l’ironia superficiale con la distanza critica, di chi rinuncia a mettersi in gioco per paura di perdere. Ma proprio questo atteggiamento, suggerisce il film, diventa terreno fertile per chi manipola, per chi, dalle proprie posizioni di potere, costruisce strategie sulla disinformazione e sull’indifferenza. Restare ai margini equivale a lasciare che “Roma bruci” senza muovere un dito, convinti che basti proteggere il proprio piccolo spazio di benessere.
Il professore non chiede al suo allievo di cambiare il mondo da solo, né di rinunciare ai sogni personali. Lo invita piuttosto a fare la differenza nel suo raggio d’azione, a capire che provare e fallire è comunque diverso dal non aver mai provato. Perché l’apatia, a lungo andare, è una resa anticipata.
In tempi segnati da crisi globali, guerre e ingiustizie sociali, il messaggio resta attuale: il problema non è solo la politica, ma la somma delle scelte individuali. Non esiste neutralità possibile quando sono in gioco la dignità e la vita delle persone. O si alimenta il fuoco del cambiamento, o si accetta di essere spettatori compiacenti delle fiamme.
editoriale
Nel film Leoni per agnelli (2007), diretto e interpretato da Robert Redford, una delle scene più potenti è il dialogo tra un professore universitario e un suo studente brillante, ma disilluso. Non è uno scambio banale: è il confronto tra due generazioni, tra chi ha speso anni a tentare di incidere sul mondo e chi, pur dotato di intelligenza e opportunità, preferisce il disimpegno e la bella vita comoda. L’insegnante ammette i suoi fallimenti, ma avverte il ragazzo: la vera trappola non è sbagliare, bensì rimanere tiepidi, consegnarsi all’apatia.
La tiepidezza è la condizione di chi osserva senza schierarsi, di chi confonde l’ironia superficiale con la distanza critica, di chi rinuncia a mettersi in gioco per paura di perdere. Ma proprio questo atteggiamento, suggerisce il film, diventa terreno fertile per chi manipola, per chi, dalle proprie posizioni di potere, costruisce strategie sulla disinformazione e sull’indifferenza. Restare ai margini equivale a lasciare che “Roma bruci” senza muovere un dito, convinti che basti proteggere il proprio piccolo spazio di benessere.
Il professore non chiede al suo allievo di cambiare il mondo da solo, né di rinunciare ai sogni personali. Lo invita piuttosto a fare la differenza nel suo raggio d’azione, a capire che provare e fallire è comunque diverso dal non aver mai provato. Perché l’apatia, a lungo andare, è una resa anticipata.
In tempi segnati da crisi globali, guerre e ingiustizie sociali, il messaggio resta attuale: il problema non è solo la politica, ma la somma delle scelte individuali. Non esiste neutralità possibile quando sono in gioco la dignità e la vita delle persone. O si alimenta il fuoco del cambiamento, o si accetta di essere spettatori compiacenti delle fiamme.
Tiepidi no
27 settembre 2025
Cuneo
Nel film Leoni per agnelli (2007), diretto e interpretato da Robert Redford, una delle scene più potenti è il dialogo tra un professore universitario e un suo studente brillante, ma disilluso. Non è uno scambio banale: è il confronto tra due generazioni, tra chi ha speso anni a tentare di incidere sul mondo e chi, pur dotato di intelligenza e opportunità, preferisce il disimpegno e la bella vita comoda. L’insegnante ammette i suoi fallimenti, ma avverte il ragazzo: la vera trappola non è sbagliare, bensì rimanere tiepidi, consegnarsi all’apatia.
La tiepidezza è la condizione di chi osserva senza schierarsi, di chi confonde l’ironia superficiale con la distanza critica, di chi rinuncia a mettersi in gioco per paura di perdere. Ma proprio questo atteggiamento, suggerisce il film, diventa terreno fertile per chi manipola, per chi, dalle proprie posizioni di potere, costruisce strategie sulla disinformazione e sull’indifferenza. Restare ai margini equivale a lasciare che “Roma bruci” senza muovere un dito, convinti che basti proteggere il proprio piccolo spazio di benessere.
Il professore non chiede al suo allievo di cambiare il mondo da solo, né di rinunciare ai sogni personali. Lo invita piuttosto a fare la differenza nel suo raggio d’azione, a capire che provare e fallire è comunque diverso dal non aver mai provato. Perché l’apatia, a lungo andare, è una resa anticipata.
In tempi segnati da crisi globali, guerre e ingiustizie sociali, il messaggio resta attuale: il problema non è solo la politica, ma la somma delle scelte individuali. Non esiste neutralità possibile quando sono in gioco la dignità e la vita delle persone. O si alimenta il fuoco del cambiamento, o si accetta di essere spettatori compiacenti delle fiamme.