editoriale

Il posto sicuro

06 settembre 2025

Cuneo

adolescenti (foto Pixabay) (foto Pixabay) Ogni adolescente cerca un posto sicuro. Non è un capriccio, ma una necessità: proteggere il proprio sé in evoluzione. Per trovarlo spesso si ritira, chiudendo la porta della cameretta, tracciando confini invisibili, creando un territorio che gli adulti non possono attraversare. Con i social, rifugiarsi è diventato più semplice. Basta spegnere il contatto con ciò che è vicino e aprire finestre su altrove, più o meno reali. Ma la facilità del nascondersi non sempre aiuta: a volte costruisce nuove solitudini, altre volte impedisce di misurarsi con la realtà. Il ritiro è parte della crescita. Costruire un’identità significa distinguersi da chi ci ha cresciuti, delimitare uno spazio che non è ancora il mondo intero, ma non è più solo quello familiare. È una soglia: fragile, necessaria, sacra. Leopardi immaginava una «casa pensile sospesa con funi ad una stella». È forse l’immagine più precisa di questo bisogno: un luogo separato e allo stesso tempo sostenuto da qualcosa di più grande. Il posto sicuro può essere una stanza, un diario, un profilo protetto. Può essere un pensiero che consola o un sogno che orienta. Ma può essere anche, e soprattutto, uno sguardo. Lo sguardo di un adulto o di un coetaneo che rompe l’esilio dell’invisibilità, che permette di abbassare le difese, che dice senza parole: «così come sei, vai bene». Come scrivono Elena Munarini e Laura Dalla Ragione, in “Disagio e comportamenti a rischio in adolescenza” (Mondadori 2025) «solo quello sguardo rende abitabile il destino e lo trasforma in destinazione, conferisce un senso di forza alla vita, che non è tutta la felicità che vorrebbe il cuore umano, ma è nutrimento sufficiente a sopportare ciò che manca».
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