(foto Pixabay)
Non è bello ciò che è bello, ma è bello… ciò che è levigato.
Lo spiega bene il filosofo sudcoreano Byung-chul Han nel saggio “La salvezza del bello” (Nottetempo 2018), mostrando come l’attuale percezione del bello sembri dipendere dalla levigatezza delle superfici, dall’assenza di asperità, imperfezioni, rilievi, solchi, rughe. Han ha in mente la tecnologia, la superficie levigata degli schermi di smartphone, tablet, pc portatili; la passione per la skincare, la cura della pelle, che inizia sempre più presto ed è fatta di rituali complessi, funzionali a mantenere la pelle liscia; l’arte contemporanea di Jeff Koons, maestro di superfici levigate, senza giunture, bolle piene di aria e di vuoto, forme pensate per essere fruite e commentate da un semplice “wow”.
La levigatezza è controllo: dell’imperfezione, della possibilità di mutamento, del tempo che passa e lascia le sue tracce, di tutto ciò che oppone resistenza e dunque può risultare problematico. È scivolare sulla superficie, negare abissi e profondità, optare per ciò che è adattabile, fluido, flessibile.
La vita però non è levigata ma impervia, spigolosa, dissestata, crepata, abrasiva, soggetta a urti, impatti, ascese, voli, cadute. Pieni di vita sono il gruppo scultoreo del Laocoonte, i dipinti di Caravaggio, “La madre morta e la bambina” di Edward Munch, “I mangiatori di patate” di Vincent van Gogh, opere che esplorano un’altra idea di bellezza, non scindibile dal dolore e dalla complessità, e dalla domanda sul senso, che sono caratteristica ineliminabile della condizione umana, come insegnano tutte le scuole spirituali. Nella società della levigatezza l’imperativo è la positività, fingere che vada tutto bene.
Così, davanti alle superfici specchianti degli smartphone o delle sculture di Koons, non si incontra l’altro, nemmeno la propria interiorità, ma solo la propria immagine riflessa.
editoriale
(foto Pixabay)
Non è bello ciò che è bello, ma è bello… ciò che è levigato.
Lo spiega bene il filosofo sudcoreano Byung-chul Han nel saggio “La salvezza del bello” (Nottetempo 2018), mostrando come l’attuale percezione del bello sembri dipendere dalla levigatezza delle superfici, dall’assenza di asperità, imperfezioni, rilievi, solchi, rughe. Han ha in mente la tecnologia, la superficie levigata degli schermi di smartphone, tablet, pc portatili; la passione per la skincare, la cura della pelle, che inizia sempre più presto ed è fatta di rituali complessi, funzionali a mantenere la pelle liscia; l’arte contemporanea di Jeff Koons, maestro di superfici levigate, senza giunture, bolle piene di aria e di vuoto, forme pensate per essere fruite e commentate da un semplice “wow”.
La levigatezza è controllo: dell’imperfezione, della possibilità di mutamento, del tempo che passa e lascia le sue tracce, di tutto ciò che oppone resistenza e dunque può risultare problematico. È scivolare sulla superficie, negare abissi e profondità, optare per ciò che è adattabile, fluido, flessibile.
La vita però non è levigata ma impervia, spigolosa, dissestata, crepata, abrasiva, soggetta a urti, impatti, ascese, voli, cadute. Pieni di vita sono il gruppo scultoreo del Laocoonte, i dipinti di Caravaggio, “La madre morta e la bambina” di Edward Munch, “I mangiatori di patate” di Vincent van Gogh, opere che esplorano un’altra idea di bellezza, non scindibile dal dolore e dalla complessità, e dalla domanda sul senso, che sono caratteristica ineliminabile della condizione umana, come insegnano tutte le scuole spirituali. Nella società della levigatezza l’imperativo è la positività, fingere che vada tutto bene.
Così, davanti alle superfici specchianti degli smartphone o delle sculture di Koons, non si incontra l’altro, nemmeno la propria interiorità, ma solo la propria immagine riflessa.
Levigatezza
23 agosto 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Non è bello ciò che è bello, ma è bello… ciò che è levigato.
Lo spiega bene il filosofo sudcoreano Byung-chul Han nel saggio “La salvezza del bello” (Nottetempo 2018), mostrando come l’attuale percezione del bello sembri dipendere dalla levigatezza delle superfici, dall’assenza di asperità, imperfezioni, rilievi, solchi, rughe. Han ha in mente la tecnologia, la superficie levigata degli schermi di smartphone, tablet, pc portatili; la passione per la skincare, la cura della pelle, che inizia sempre più presto ed è fatta di rituali complessi, funzionali a mantenere la pelle liscia; l’arte contemporanea di Jeff Koons, maestro di superfici levigate, senza giunture, bolle piene di aria e di vuoto, forme pensate per essere fruite e commentate da un semplice “wow”.
La levigatezza è controllo: dell’imperfezione, della possibilità di mutamento, del tempo che passa e lascia le sue tracce, di tutto ciò che oppone resistenza e dunque può risultare problematico. È scivolare sulla superficie, negare abissi e profondità, optare per ciò che è adattabile, fluido, flessibile.
La vita però non è levigata ma impervia, spigolosa, dissestata, crepata, abrasiva, soggetta a urti, impatti, ascese, voli, cadute. Pieni di vita sono il gruppo scultoreo del Laocoonte, i dipinti di Caravaggio, “La madre morta e la bambina” di Edward Munch, “I mangiatori di patate” di Vincent van Gogh, opere che esplorano un’altra idea di bellezza, non scindibile dal dolore e dalla complessità, e dalla domanda sul senso, che sono caratteristica ineliminabile della condizione umana, come insegnano tutte le scuole spirituali. Nella società della levigatezza l’imperativo è la positività, fingere che vada tutto bene.
Così, davanti alle superfici specchianti degli smartphone o delle sculture di Koons, non si incontra l’altro, nemmeno la propria interiorità, ma solo la propria immagine riflessa.