Nel giorno in cui all’Aja i leader dei Paesi Nato stavano decidendo di aumentare al 5% del Pil la spesa destinata alla difesa a Roma veniva presentata la proposta di istituire il “Ministero della Pace”. Un’idea, anzi un’intuizione di don Oreste Benzi ai tempi del conflitto in Jugoslavia, ora ancora più attuale. È così che lo scorso 24 giugno Fondazione Fratelli tutti, Acli, Azione cattolica e l’associazione Papa Giovanni XXIII hanno promosso un momento di riflessione e di lancio di questa iniziativa che ha già coinvolto una trentina di realtà in tutto il Paese.
Il panorama internazionale è in fermento. Le intese post-belliche sembrano vacillare, e ciò che un tempo era considerato un ordine stabile sta improvvisamente cambiando. Nell’introdurre i lavori padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli tutti, ha sottolineato che la forza militare sta mantenendo una pace militarizzata, un equilibrio precario che non garantisce una convivenza pacifica duratura. Ma la società civile, con i suoi molteplici strumenti, ha l’opportunità e la responsabilità di innescare un processo di pacificazione, un’urgenza non solo in termini di pacifismo, ma di costruzione attiva della pace. Un modo diverso di vivere, capace di intendere la giustizia come riparativa e non vendicativa, di mediare i conflitti, di dialogare e di porre un sogno all’interno della società, non la paura e la vendetta che animano oggi gli interessi politici dei grandi e dei potenti.
Un Ministero per la Pace: la proposta italiana
Il dibattito ha evidenziato come l’Articolo 11 della Costituzione italiana debba fungere da faro per affermare la diplomazia, la mediazione, la risoluzione dei conflitti, la costruzione post-bellica e il rispetto dei diritti umani. In un mondo dove la dignità umana sembra perdere valore, l’esperienza di stati come la Svezia dimostra che un approccio diverso è possibile. La “Pacem in Terris” e il magistero della Chiesa, insieme alla nostra Costituzione, ci indicano la strada.
Esistono già buone pratiche per costruire la pace. Una recente è promossa dalla Fondazione Fratelli Tutti. In rete con l’Anci, ha siglato una intesa per sostenere la diffusione della cultura, della collaborazione e dell’integrazione di tutti gli attori pubblici – tra i quali i Comuni – che compongono l’ecosistema istituzionale, in un contesto di leale collaborazione interistituzionale a tutela del bene comune.
Come ha evidenziato Sandra Sarti, coordinatrice del tavolo terzo settore della Fondazione Fratelli Tutti, la pace è ciò che “ci permette di essere umani” e ha bisogno di essere “riempita di contenuti” attraverso un impegno responsabile. La pace è un progetto di democrazia e libertà, che richiede la creazione di un luogo, di una cultura che parta dal basso, fin dall’infanzia, per forgiare nuovi artigiani di pace. L’educazione alla pace e alla non violenza, e il riportare al centro il bene comune, sono passaggi fondamentali.
La coordinatrice nazionale della Campagna “Ministero della Pace”, Laila Simoncelli, ha sottolineato la drammaticità del momento storico, caratterizzato da guerre, conflitti e cambiamento climatico, dove la pace è una necessità impellente. Con 59 conflitti in corso, la deterrenza militare ha chiaramente fallito. L’attuale concetto di sicurezza, legato al riarmo, manca di politiche strutturali per la pace. Questo ministero si fonderebbe giuridicamente su tre principi: il ripudio della guerra, la sussidiarietà e la gestione amministrativa. Creare un corpo non violento nazionale per il sistema di sicurezza, una politica estera non armata (o almeno paritaria), osservatori civili e un forte impulso al dialogo interreligioso e interculturale. L’educazione alla pace dovrebbe essere integrata nei curriculum scolastici, fornendo ai giovani strumenti come la comunicazione non violenta. Il ministero, fungendo da collegamento orizzontale e verticale tra Stato, enti locali, forze dell’ordine e magistratura, potrebbe invertire la rotta e rivendicare un nuovo umanesimo anche all’interno delle istituzioni. “Non basta desiderare la pace, occorre organizzarla”, ripeteva spesso don Benzi.
Chi propone oggi un Ministero della Pace non è un idealista fuori tempo massimo. È un cittadino responsabile che rifiuta di accettare la guerra come destino, e sceglie di immaginare e costruire un’altra strada. Una strada difficile, certo, ma l’unica veramente sensata.
Creare le basi per una pace diffusa significa difendere i diritti umani, di tutti. Contrastando, ad esempio, i maltrattamenti dei migranti.
Giuseppe Nostarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica, ha evidenziato la necessità di unire varie realtà in un lavoro di rete e alleanze, adottando uno stile non violento. È fondamentale portare la pace al centro del dibattito politico e chiedere ai governi azioni concrete. È tempo di superare le polemiche interne, anche nel mondo cattolico, tra pacifisti e pacificatori, per costruire una pace positiva. Mentre Matteo Fadda, responsabile generale della Papa Giovanni, ha richiamato alla responsabilità. Operare “non per carità, ma per giustizia” richiede una struttura stabile, una “sinfonia di ragioni” per rispondere al “perché” e al “come” di un tale ministero.
Emiliano Manfredonia ha denunciato come la narrazione attuale spinga verso la militarizzazione, alimentando la paura e disumanizzando l’altro, come sta accadendo con il popolo palestinese. Per il presidente delle Acli dobbiamo smettere di farci ingannare da chi sostiene che la guerra è necessaria per difendere la pace. La pace non si costruisce con la paura e il riarmo, ma con il dialogo, la cooperazione e la giustizia sociale. È fondamentale costruire un pensiero politico che riconosca la guerra come interruzione della pace, non il contrario. La proposta di un ministero della pace si inserisce in un percorso più ampio che guarda anche all’Europa e alle Nazioni Unite. Le Acli chiedono che l’Unione Europea si doti di un “Dipartimento per la pace e la riconciliazione” e che l’Onu nomini un relatore speciale per il monitoraggio del diritto alla pace.
È necessario continuare a parlare di pace ai giovani. Laura Massoli, del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale ha svelato come anche i giovani che si avvicinano al corpo civile di pace non sempre abbiano chiara l’importanza della non violenza. È cruciale aiutarli a prendere coscienza della difesa della pace in modo differente, non come questione ideologica, ma come aspetto centrale del servizio civile.
Il ministero della pace non è un sogno irrealizzabile, ma una scelta urgente e possibile. Perché non è la guerra che è ineluttabile, ma è la pace che è inevitabile.
Ora la responsabilità è di tutti e di ciascuno. Il compito delle associazioni promotrici è anche quello di saper fare sintesi, creare una sinfonia tra le tante anime e lavorare insieme per un obiettivo comune.
editoriale
Nel giorno in cui all’Aja i leader dei Paesi Nato stavano decidendo di aumentare al 5% del Pil la spesa destinata alla difesa a Roma veniva presentata la proposta di istituire il “Ministero della Pace”. Un’idea, anzi un’intuizione di don Oreste Benzi ai tempi del conflitto in Jugoslavia, ora ancora più attuale. È così che lo scorso 24 giugno Fondazione Fratelli tutti, Acli, Azione cattolica e l’associazione Papa Giovanni XXIII hanno promosso un momento di riflessione e di lancio di questa iniziativa che ha già coinvolto una trentina di realtà in tutto il Paese.
Il panorama internazionale è in fermento. Le intese post-belliche sembrano vacillare, e ciò che un tempo era considerato un ordine stabile sta improvvisamente cambiando. Nell’introdurre i lavori padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli tutti, ha sottolineato che la forza militare sta mantenendo una pace militarizzata, un equilibrio precario che non garantisce una convivenza pacifica duratura. Ma la società civile, con i suoi molteplici strumenti, ha l’opportunità e la responsabilità di innescare un processo di pacificazione, un’urgenza non solo in termini di pacifismo, ma di costruzione attiva della pace. Un modo diverso di vivere, capace di intendere la giustizia come riparativa e non vendicativa, di mediare i conflitti, di dialogare e di porre un sogno all’interno della società, non la paura e la vendetta che animano oggi gli interessi politici dei grandi e dei potenti.
Un Ministero per la Pace: la proposta italiana
Il dibattito ha evidenziato come l’Articolo 11 della Costituzione italiana debba fungere da faro per affermare la diplomazia, la mediazione, la risoluzione dei conflitti, la costruzione post-bellica e il rispetto dei diritti umani. In un mondo dove la dignità umana sembra perdere valore, l’esperienza di stati come la Svezia dimostra che un approccio diverso è possibile. La “Pacem in Terris” e il magistero della Chiesa, insieme alla nostra Costituzione, ci indicano la strada.
Esistono già buone pratiche per costruire la pace. Una recente è promossa dalla Fondazione Fratelli Tutti. In rete con l’Anci, ha siglato una intesa per sostenere la diffusione della cultura, della collaborazione e dell’integrazione di tutti gli attori pubblici – tra i quali i Comuni – che compongono l’ecosistema istituzionale, in un contesto di leale collaborazione interistituzionale a tutela del bene comune.
Come ha evidenziato Sandra Sarti, coordinatrice del tavolo terzo settore della Fondazione Fratelli Tutti, la pace è ciò che “ci permette di essere umani” e ha bisogno di essere “riempita di contenuti” attraverso un impegno responsabile. La pace è un progetto di democrazia e libertà, che richiede la creazione di un luogo, di una cultura che parta dal basso, fin dall’infanzia, per forgiare nuovi artigiani di pace. L’educazione alla pace e alla non violenza, e il riportare al centro il bene comune, sono passaggi fondamentali.
La coordinatrice nazionale della Campagna “Ministero della Pace”, Laila Simoncelli, ha sottolineato la drammaticità del momento storico, caratterizzato da guerre, conflitti e cambiamento climatico, dove la pace è una necessità impellente. Con 59 conflitti in corso, la deterrenza militare ha chiaramente fallito. L’attuale concetto di sicurezza, legato al riarmo, manca di politiche strutturali per la pace. Questo ministero si fonderebbe giuridicamente su tre principi: il ripudio della guerra, la sussidiarietà e la gestione amministrativa. Creare un corpo non violento nazionale per il sistema di sicurezza, una politica estera non armata (o almeno paritaria), osservatori civili e un forte impulso al dialogo interreligioso e interculturale. L’educazione alla pace dovrebbe essere integrata nei curriculum scolastici, fornendo ai giovani strumenti come la comunicazione non violenta. Il ministero, fungendo da collegamento orizzontale e verticale tra Stato, enti locali, forze dell’ordine e magistratura, potrebbe invertire la rotta e rivendicare un nuovo umanesimo anche all’interno delle istituzioni. “Non basta desiderare la pace, occorre organizzarla”, ripeteva spesso don Benzi.
Chi propone oggi un Ministero della Pace non è un idealista fuori tempo massimo. È un cittadino responsabile che rifiuta di accettare la guerra come destino, e sceglie di immaginare e costruire un’altra strada. Una strada difficile, certo, ma l’unica veramente sensata.
Creare le basi per una pace diffusa significa difendere i diritti umani, di tutti. Contrastando, ad esempio, i maltrattamenti dei migranti.
Giuseppe Nostarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica, ha evidenziato la necessità di unire varie realtà in un lavoro di rete e alleanze, adottando uno stile non violento. È fondamentale portare la pace al centro del dibattito politico e chiedere ai governi azioni concrete. È tempo di superare le polemiche interne, anche nel mondo cattolico, tra pacifisti e pacificatori, per costruire una pace positiva. Mentre Matteo Fadda, responsabile generale della Papa Giovanni, ha richiamato alla responsabilità. Operare “non per carità, ma per giustizia” richiede una struttura stabile, una “sinfonia di ragioni” per rispondere al “perché” e al “come” di un tale ministero.
Emiliano Manfredonia ha denunciato come la narrazione attuale spinga verso la militarizzazione, alimentando la paura e disumanizzando l’altro, come sta accadendo con il popolo palestinese. Per il presidente delle Acli dobbiamo smettere di farci ingannare da chi sostiene che la guerra è necessaria per difendere la pace. La pace non si costruisce con la paura e il riarmo, ma con il dialogo, la cooperazione e la giustizia sociale. È fondamentale costruire un pensiero politico che riconosca la guerra come interruzione della pace, non il contrario. La proposta di un ministero della pace si inserisce in un percorso più ampio che guarda anche all’Europa e alle Nazioni Unite. Le Acli chiedono che l’Unione Europea si doti di un “Dipartimento per la pace e la riconciliazione” e che l’Onu nomini un relatore speciale per il monitoraggio del diritto alla pace.
È necessario continuare a parlare di pace ai giovani. Laura Massoli, del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale ha svelato come anche i giovani che si avvicinano al corpo civile di pace non sempre abbiano chiara l’importanza della non violenza. È cruciale aiutarli a prendere coscienza della difesa della pace in modo differente, non come questione ideologica, ma come aspetto centrale del servizio civile.
Il ministero della pace non è un sogno irrealizzabile, ma una scelta urgente e possibile. Perché non è la guerra che è ineluttabile, ma è la pace che è inevitabile.
Ora la responsabilità è di tutti e di ciascuno. Il compito delle associazioni promotrici è anche quello di saper fare sintesi, creare una sinfonia tra le tante anime e lavorare insieme per un obiettivo comune.
Perché un ministero della Pace?
06 luglio 2025
Cuneo
Nel giorno in cui all’Aja i leader dei Paesi Nato stavano decidendo di aumentare al 5% del Pil la spesa destinata alla difesa a Roma veniva presentata la proposta di istituire il “Ministero della Pace”. Un’idea, anzi un’intuizione di don Oreste Benzi ai tempi del conflitto in Jugoslavia, ora ancora più attuale. È così che lo scorso 24 giugno Fondazione Fratelli tutti, Acli, Azione cattolica e l’associazione Papa Giovanni XXIII hanno promosso un momento di riflessione e di lancio di questa iniziativa che ha già coinvolto una trentina di realtà in tutto il Paese.
Il panorama internazionale è in fermento. Le intese post-belliche sembrano vacillare, e ciò che un tempo era considerato un ordine stabile sta improvvisamente cambiando. Nell’introdurre i lavori padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli tutti, ha sottolineato che la forza militare sta mantenendo una pace militarizzata, un equilibrio precario che non garantisce una convivenza pacifica duratura. Ma la società civile, con i suoi molteplici strumenti, ha l’opportunità e la responsabilità di innescare un processo di pacificazione, un’urgenza non solo in termini di pacifismo, ma di costruzione attiva della pace. Un modo diverso di vivere, capace di intendere la giustizia come riparativa e non vendicativa, di mediare i conflitti, di dialogare e di porre un sogno all’interno della società, non la paura e la vendetta che animano oggi gli interessi politici dei grandi e dei potenti.
Un Ministero per la Pace: la proposta italiana
Il dibattito ha evidenziato come l’Articolo 11 della Costituzione italiana debba fungere da faro per affermare la diplomazia, la mediazione, la risoluzione dei conflitti, la costruzione post-bellica e il rispetto dei diritti umani. In un mondo dove la dignità umana sembra perdere valore, l’esperienza di stati come la Svezia dimostra che un approccio diverso è possibile. La “Pacem in Terris” e il magistero della Chiesa, insieme alla nostra Costituzione, ci indicano la strada.
Esistono già buone pratiche per costruire la pace. Una recente è promossa dalla Fondazione Fratelli Tutti. In rete con l’Anci, ha siglato una intesa per sostenere la diffusione della cultura, della collaborazione e dell’integrazione di tutti gli attori pubblici – tra i quali i Comuni – che compongono l’ecosistema istituzionale, in un contesto di leale collaborazione interistituzionale a tutela del bene comune.
Come ha evidenziato Sandra Sarti, coordinatrice del tavolo terzo settore della Fondazione Fratelli Tutti, la pace è ciò che “ci permette di essere umani” e ha bisogno di essere “riempita di contenuti” attraverso un impegno responsabile. La pace è un progetto di democrazia e libertà, che richiede la creazione di un luogo, di una cultura che parta dal basso, fin dall’infanzia, per forgiare nuovi artigiani di pace. L’educazione alla pace e alla non violenza, e il riportare al centro il bene comune, sono passaggi fondamentali.
La coordinatrice nazionale della Campagna “Ministero della Pace”, Laila Simoncelli, ha sottolineato la drammaticità del momento storico, caratterizzato da guerre, conflitti e cambiamento climatico, dove la pace è una necessità impellente. Con 59 conflitti in corso, la deterrenza militare ha chiaramente fallito. L’attuale concetto di sicurezza, legato al riarmo, manca di politiche strutturali per la pace. Questo ministero si fonderebbe giuridicamente su tre principi: il ripudio della guerra, la sussidiarietà e la gestione amministrativa. Creare un corpo non violento nazionale per il sistema di sicurezza, una politica estera non armata (o almeno paritaria), osservatori civili e un forte impulso al dialogo interreligioso e interculturale. L’educazione alla pace dovrebbe essere integrata nei curriculum scolastici, fornendo ai giovani strumenti come la comunicazione non violenta. Il ministero, fungendo da collegamento orizzontale e verticale tra Stato, enti locali, forze dell’ordine e magistratura, potrebbe invertire la rotta e rivendicare un nuovo umanesimo anche all’interno delle istituzioni. “Non basta desiderare la pace, occorre organizzarla”, ripeteva spesso don Benzi.
Chi propone oggi un Ministero della Pace non è un idealista fuori tempo massimo. È un cittadino responsabile che rifiuta di accettare la guerra come destino, e sceglie di immaginare e costruire un’altra strada. Una strada difficile, certo, ma l’unica veramente sensata.
Creare le basi per una pace diffusa significa difendere i diritti umani, di tutti. Contrastando, ad esempio, i maltrattamenti dei migranti.
Giuseppe Nostarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica, ha evidenziato la necessità di unire varie realtà in un lavoro di rete e alleanze, adottando uno stile non violento. È fondamentale portare la pace al centro del dibattito politico e chiedere ai governi azioni concrete. È tempo di superare le polemiche interne, anche nel mondo cattolico, tra pacifisti e pacificatori, per costruire una pace positiva. Mentre Matteo Fadda, responsabile generale della Papa Giovanni, ha richiamato alla responsabilità. Operare “non per carità, ma per giustizia” richiede una struttura stabile, una “sinfonia di ragioni” per rispondere al “perché” e al “come” di un tale ministero.
Emiliano Manfredonia ha denunciato come la narrazione attuale spinga verso la militarizzazione, alimentando la paura e disumanizzando l’altro, come sta accadendo con il popolo palestinese. Per il presidente delle Acli dobbiamo smettere di farci ingannare da chi sostiene che la guerra è necessaria per difendere la pace. La pace non si costruisce con la paura e il riarmo, ma con il dialogo, la cooperazione e la giustizia sociale. È fondamentale costruire un pensiero politico che riconosca la guerra come interruzione della pace, non il contrario. La proposta di un ministero della pace si inserisce in un percorso più ampio che guarda anche all’Europa e alle Nazioni Unite. Le Acli chiedono che l’Unione Europea si doti di un “Dipartimento per la pace e la riconciliazione” e che l’Onu nomini un relatore speciale per il monitoraggio del diritto alla pace.
È necessario continuare a parlare di pace ai giovani. Laura Massoli, del Dipartimento per le politiche giovanili e il servizio civile universale ha svelato come anche i giovani che si avvicinano al corpo civile di pace non sempre abbiano chiara l’importanza della non violenza. È cruciale aiutarli a prendere coscienza della difesa della pace in modo differente, non come questione ideologica, ma come aspetto centrale del servizio civile.
Il ministero della pace non è un sogno irrealizzabile, ma una scelta urgente e possibile. Perché non è la guerra che è ineluttabile, ma è la pace che è inevitabile.
Ora la responsabilità è di tutti e di ciascuno. Il compito delle associazioni promotrici è anche quello di saper fare sintesi, creare una sinfonia tra le tante anime e lavorare insieme per un obiettivo comune.