editoriale
Risparmiatori, criptovalute, derivati e l’illusione della ricchezza facile
30 giugno 2025
Cuneo
Il Presidente della Consob Paolo Savona ha recentemente definito le criptoattività “una faglia tellurica” nel sistema monetario e finanziario. Le criptoattività (anche dette “criptovalute”) sono rappresentazioni digitali di un “valore” o di diritti e vengono acquistate e scambiate su piattaforme presenti nel web. Le “cripto” più diffuse, come i Bitcoin, sono emesse in un quantitativo predeterminato; poiché l’offerta non cambia, il prezzo aumenta o diminuisce, rispettivamente, all’aumentare o al diminuire della domanda. Dato che le criptoattività non vengono accettate (se non in casi residuali e sostanzialmente trascurabili) per acquistare beni o sevizi nell’economia reale, non danno dividendi come le azioni e non generano interessi come le obbligazioni, è evidente che le ragioni che inducono al loro acquisto stanno nell’anonimato che ne governa la circolazione oppure negli intenti speculativi. In sintesi, chi compra criptoattività lo fa perché desidera avere un valore non riconducibile al suo possessore oppure perché confida di poterle rivendere a un prezzo maggiore di quello di acquisto.
Il Presidente della Consob, non certo per trascurare il tema dell’anonimato, ma in ragione del suo ruolo, si è concentrato sul secondo ambito di apparente appetibilità. I volumi di acquisto e di scambio delle criptoattività, infatti, hanno raggiunto livelli tali da rappresentare un rischio per l’intero sistema. Il mercato dell’emissione e delle transazioni è sostanzialmente globale e, dunque, è semplice sottrarsi a quei pochi sistemi giuridici che hanno introdotto o stanno introducendo regole a tutela dei risparmiatori. Molto spesso, chi acquista criptoattività non sa a chi sta consegnando i propri soldi e non ha alcuna certezza che il denaro in questione gli verrà restituito. Le stesse “quotazioni” del valore delle cripto sono determinate secondo calcoli e procedure che non sempre sono trasparenti. In sintesi: non si sa cosa si compra, non si conosce l’identità di chi vende, non si è sicuri che ciò che si acquista potrà essere rivenduto e, men che meno, si è certi su come venga determinato il prezzo di acquisto o della successiva vendita. I rischi, quindi, sono ancora maggiori rispetto alla crisi finanziaria globale del 2008, quando i mutui concessi nel mercato immobiliare americano a debitori senza le possibilità di pagare le rate vennero trasformati in titoli e venduti non come tali, ma incorporati in altri titoli “derivati”, dalla struttura molto complessa e comprensibile solo a pochissimi esperti. La crisi del 2008 è stata alimentata dalla circolazione di titoli che, nella catena delle compravendite, avevano assunto un valore di mercato senza alcun tipo di relazione con il mondo reale. Questi derivati, acquistati anche da banche prestigiose, avevano un valore “sulla carta”, determinato esclusivamente dalla domanda del mercato finanziario. Quando fu chiaro che i titoli che incorporavano i mutui non valevano nulla (perché i mutui non venivano pagati e gli immobili che li garantivano, messi in vendita in blocco, rimanevano in gran parte invenduti) la bolla è esplosa e l’effetto domino ha travolto chiunque possedeva i derivati: risparmiatori, banche e, in alcuni casi, enti pubblici. I successivi fallimenti di chi aveva a bilancio “titoli spazzatura”, ha contagiato l’economia reale, con tutto quello che ne è conseguito.
Chi aveva comprato derivati “spazzatura” e chi sta comprando criptoattività, per tornare alle riflessioni di Paolo Savona, è vittima dell’illusione del Campo dei Miracoli, dove Pinocchio, seguendo i consigli del Gatto e della Volpe, piantò le sue monete, fiducioso che il giorno dopo sarebbe nato un albero carico di monete d’oro.
Viene da chiedersi come mai la storia si ripeta, e rimangano inascoltati i consigli di chi vigila sui mercati.
Sarebbe troppo facile cercare spiegazioni limitandosi a puntare il dito contro l’avidità dei “creduloni” che si lasciano ingannare da gatti e volpi in versione digitale. L’attrattività della speculazione dipende anche dalla sfiducia negli investimenti produttivi e nel medio e lungo termine. Quando si compra ciò che ha valore solo sulla carta è perché si è smesso di credere nel valore dell’impresa, del lavoro e delle iniziative economiche generative.
Ben vengano gli avvisi e i consigli di chi è preposto alla sorveglianza dei mercati, ma servono anche politiche che restituiscano centralità a ciò che genera autentico benessere e sviluppo.