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In tempo di processioni, ripensare il senso delle nostre forme religiose

29 giugno 2025

Cuneo

Mi arriva da un amico una provocazione pungente e fastidiosa: «Oggi venivo su in valle, ma sono rimasto bloccato da una processione con l’ostia davanti: ma davvero continuate a pensare di essere quelli che possono bloccare un paese? Fosse stata la processione per un funerale, l’avrei capita, per rispetto umano avrei aspettato con pazienza. Ma all’ostia manco ci credo!». Mi ha riacceso la riflessione su un elemento di vita cristiana delle nostre comunità che gode di buona salute e che è tradizionale. Tanto per cambiare, la Bibbia offre argomenti molto contrastanti, anche se globalmente ci porta a considerazioni forse per noi altrettanto scomode. Le processioni fanno parte delle tradizioni religiose del mondo, anche di quello del Primo Testamento. È con una solenne processione (e senza armi!) che il popolo ebraico, entrando nella terra promessa, fa cadere le mura di Gerico (Gs 6), ed è portando l’arca in processione che andrà agli scontri contro i filistei. Ma, d’altronde, si presentava come processione anche il passaggio del Mare delle Canne, fuggendo dall’Egitto, e il cammino stesso nel deserto, guidati dall’arca e da Mosè. Sembra una processione anche l’ingresso di Gesù a Gerusalemme pochi giorni prima di morire, a dorso di un asinello e su un tappeto di mantelli e di rami d’albero, come facevano, in antico, i re che entravano a prendere possesso di Gerusalemme. Piena di processioni è poi la liturgia celeste immaginata dall’autore dell’Apocalisse... Tutti questi esempi non sono però omogenei. Alcuni sono espressioni di potenza. Della forza di un Dio guerriero, che però si esprime anche nella grandezza del popolo. È un tipo di vanto da cui invitano a prendere distanza persino i libri storici, i più aperti all’idea di un regno e di un re capo di eserciti. Davide viene infatti premiato da Dio quando si lascia prendere in giro perché danza in festa nella processione che riporta l’arca a Gerusalemme (2 Sam 6,12-23), ma viene punito quando, ormai nella sua reggia, vorrà indire un censimento (2 Sam 24), che non serviva, allora, a stabilire di quali aiuti potesse avere bisogno il popolo, ma semmai quanti uomini avrebbe potuto mettere sotto le armi. Le processioni nel deserto o attraverso il mare, ma per certi aspetti persino quella intorno alle mura di Gerico, esprimono sì la compattezza di un popolo, la cui esistenza è però messa in pericolo, da eserciti nemici, dalla precarietà della natura, dall’essere senza una sede. Lo stesso ingresso a Gerusalemme di Gesù, se vogliamo pensarlo sul modello delle processioni, è regale, ma da parte di un profeta senza appoggi, “protetto” solo da dodici uomini che lo tradiranno e rinnegheranno, e che potrebbe esporsi anche al rischio della presa in giro. Non è allora il gesto a essere significativo, ma il suo senso. Un’intera comunità che, compatta, si muova per festeggiare, per chiedere perdono, per invocare un aiuto, può essere l’espressione comune di un sentimento. Anche se, per sua struttura, tenderà a soffocare chi non sia d’accordo, soprattutto se pochi. E non a caso in quei contesti ecclesiali capitava di sentire rimarcare che era il santo, o il Santissimo Sacramento, a “prendere possesso” del paese, del quartiere, come fosse un re. Difficile non vedervi un’espressione di potenza, di imposizione di forza. Mi sia consentito un ricordo personale, quello di un pellegrinaggio tenuto molti anni fa in Terra Santa, sotto la guida di un prete capace di farci ripercorrere quella che si ritiene poter essere la “via crucis” di Gesù, che attraversa quartieri non cristiani in una città non facile. L’invito fu di vivere quella processione in silenzio, con preghiera personale, sopportando di essere inseriti in un ambiente che non l’avrebbe aiutata o sostenuta. Una processione che non imponeva la propria presenza, ma subiva quella altrui. «Se ci dovesse sembrare di essere mortificati e umiliati, erano i sentimenti di Gesù». Probabilmente dovremo lavorare molto per ripensare le nostre forme religiose senza perderne lo spirito profondo e senza buttarle semplicemente via come antiquate, ma l’obiezione del mio amico, che si possano presentare come atti di imposizione della propria presenza anche quando ormai è minoritaria, non è senza ragioni. E il mondo biblico, pur con tutta la sua varietà, non invita a imporre le proprie posizioni, ma semmai a viverle come il servo di Dio, che «non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce...» (Is 42,2).