editoriale
Dare spazio alla voce di chi promuove vie di pace
23 giugno 2025
Cuneo
Chi ha avuto il privilegio di avere come insegnante il Professor Alberto Bosi, indimenticato docente di Storia e Filosofia del Liceo Classico “Silvio Pellico” di Cuneo, probabilmente conosce il volume “La pace. Realismo di un’utopia”. Si trattava del testo di Educazione Civica scelto dal Professor Bosi. L’idea degli autori, Padre Ernesto Balducci e Lodovico Grassi (tra le voci più note delle campagne per il disarmo di allora), era che, con l’avvento delle armi nucleari, la guerra fosse definitivamente uscita dal perimetro della razionalità cessando di essere, anche sotto il profilo teorico, una “extrema ratio”.
Il volume, del 1983, è stato, poi, dimenticato, probabilmente anche per la fine della Guerra Fredda.
Oggi, purtroppo, certi temi sono tornati di attualità e i conflitti in corso, che coinvolgono anche potenze nucleari, hanno riportato l’attenzione su realtà che si speravano definitivamente superate.
Il nuovo corso internazionale è stato alimentato da un modo di gestire le relazioni internazionali da parte degli Stati Uniti, che, dai teorici di politica internazionale viene anch’esso definito “realismo”.
Tra gli studiosi più autorevoli, i Professori Chris Alden, della London School of Economics, Tim Dunne e Sir Steve Smith, sottolineano che il realismo, in politica internazionale, si basa su un’idea dello Stato che lo vede in costante lotta non solo per la supremazia ma per la stessa sopravvivenza. Per i “realisti”, l’unica legge che esiste è quella del più forte, con interessi perennemente in contrasto, che possono determinare occasionali alleanze, ma solo fino a quando ciò risponde alla convenienza di chi ne fa parte.
Dopo gli anni del multilateralismo di Obama, del primo mandato di Trump non così estremizzato e di quello di Joe Biden, la rielezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti ha completamente cambiato il quadro e i dettami duri e puri del realismo si sono affermati. Slogan come “America First” (“America per prima”) indicano che tutti gli altri devono essere, almeno, secondi, che nel mondo debba esserci naturalmente chi arriva prima e chi arriva dopo e, soprattutto, che non si possa vincere insieme.
Le fragilità di una lettura di questo tipo sono talmente numerose e significative che stupisce sia possibile che si introducano dazi, si abbandonino organizzazioni mondiali della sanità e si decida se e come intervenire in conflitti armati sulla base della logica del do ut des; sorprende, infatti, che non si consideri che le restrizioni commerciali indiscriminate provocano danni anche a chi le pone in essere, che le emergenze sanitarie, oramai, sono globali e che la pace e lo sviluppo diffusi giovano a tutti.
Non è escluso che queste decisioni, sostanzialmente errate e foriere di problemi ben maggiori di quelli che dovrebbero affrontare, debbano essere spiegate con un’altra categoria teorica utilizzata dagli studiosi delle relazioni internazionali, vale a dire quella dell’imperial overstretch, espressione di difficile traduzione che indica un eccessivo sforzo, da parte di un impero o di una superpotenza, che poi ne provoca il collasso. Si tratta di un concetto elaborato dallo storico inglese Paul Kennedy, con il quale viene spiegato il crollo di grandi sistemi egemoni che, per la preoccupazione di proteggere la propria posizione, impegnano eccessive risorse per mantenere lo status quo. Secondo Kennedy, le cause della caduta, anche se quest’ultima può capitare a seguito di una guerra, talvolta sono da ricercare nei decenni che precedono gli eventi bellici. Uno dei sintomi tipici di questo “eccessivo sforzo” è l’aumento della spesa militare, che drena risorse da destinare al welfare, alla sanità, alla ricerca e all’istruzione, così condannando il sistema alla fragilità e alla scarsa competitività.
La corsa agli armamenti, le parate militari, le esibizioni muscolari di forza e aggressività sono segni di debolezza e sintomi di scarsa lungimiranza, tanto più, come hanno scritto Balducci e Grassi, da quando la guerra non solo è delegittimata sotto il profilo etico, ma non ha più senso nemmeno dal punto di vista razionale perché, presto o tardi, si mostra per quello che è e cioè pura autodistruzione.
Se le armi sono tornate a farsi sentire, occorre che venga dato spazio alla voce di chi promuove vie di pace. Non si tratta di buonismo, ma di un realismo ben più profondo e autentico di quello, a buon mercato, che sta facendo troppe vittime.