editoriale
Per Giacomo e tutti gli altri privati degli anni che avevano davanti a loro
14 giugno 2025
Cuneo
Saranno cinque anni, quest’estate: Camilla, Nicolò, Elia, Samuele, Marco. In questa settimana, a Saluzzo, è stato Giacomo. Ma tanti sono stati in mezzo e prima, troppi continuano ad essere i giovani privati degli anni davanti a loro, che ricordiamo e piangiamo in modo più straziante. Ognuno di loro è unico per chi li conosceva, eppure sono molti anche per le statistiche.
Le morti giovani, che siano per incidente, violenza, suicidio, malattia, ci sconvolgono per la loro innaturalità. Ma, se ci pensiamo meglio, è vero che sono le più scandalose e difficili da accettare, ma condividono con tutte le morti il senso di sconfitta e ingiustizia. Anche per chi chiude gli occhi a 110 anni nel proprio letto, amato dalla famiglia... il desiderio sarebbe di vivere ancora, non nella condizione spesso affannata e faticosa dell’ultima età, ma di vivere appieno.
La tradizione greca immaginava che di noi sopravvivesse l’anima, la nostra realtà più autentica, e che quindi l’essenziale di noi fosse immortale. È un’idea consolante che, abusivamente, è penetrata un po’ persino nelle nostre convizioni cristiane. Altre tradizioni si consolavano con il ricordo lasciato dopo di noi.
Il mondo biblico è spietato, su questo. Da una parte, la vita umana è tutta concentrata nell’aldiquà. C’è un salmista che invoca la salvezza da Dio «perché ricordati che negli inferi nessuno canta le tue lodi» (Sal 6,6): ossia, se non mi salvi la vita, ti trovi con un fedele in meno. Consolazione e premio devono giungere in questo tempo, perché non si può immaginare che accada qualcosa quando la vita, chiaramente, ci ha abbandonato. Per la cultura semita, che resta alle spalle della Bibbia, l’essere umano è un tutt’uno: morto il corpo, non rimane nulla.
Anche il grido di fiducia di Giobbe, che noi oggi spesso utilizziamo nelle esequie e ci pare custodire un anticipo della speranza nella risurrezione, andrebbe letto in modo più corretto. «Io so che il mio redentore vive e, senza la mia carne, vedrò Dio» (Gb 19,25-26). Quella formula è oggi intesa come «a partire dalla mia carne vedrò Dio»: è la speranza definitiva del credente che pensa che Dio, all’ultimo momento, interverrà.
Sono forse stati i Maccabei, con la loro rivolta militare per motivi religiosi, a rendersi conto che se la morte avesse strappato dalla comunione con Dio, non aveva senso quel gesto di estremo dono di sé che era dare la vita per Dio. E iniziano a pensare che, in qualche modo, i morti debbano risuscitare.
È il grande messaggio del Nuovo Testamento, che ci mette definitivamente di fronte a un Dio amante della vita al punto da prometterla piena, oltre la morte. Tale annuncio, che Gesù non si è inventato e che semmai ha per primo vissuto appieno, non avrebbe però senso senza quella consapevolezza di partenza, che la vita umana è preziosa e fragile.
Preziosa, perché è il cuore dell’opera divina quella di creare e di custodire la vita, che si presenta sempre come qualcosa di bello e promettente che non abbiamo chiesto né ci siamo guadagnati. Nel nostro vivere, siamo consapevoli di doverne essere riconoscenti, magari senza sapere verso chi. Ma se tutto si lega alla nostra “carne”, ne riconosciamo anche la fragilità: «I giorni dell’uomo sono come l’erba, fiorisce come i fiori dei campi; un colpo di vento, e non c’è più, e il suo posto non lo riconosce» (Sal 103,15-16).
Ci verrebbe da dire che non abbiamo bisogno della Bibbia per accorgerci di avere tra mano un regalo inestimabile e delicato, che trattiamo a volte con superficialità e leggerezza. Ma che resta il tesoro più importante che gestiamo, di fronte al quale tutte le altre preoccupazioni si svelano come insignificanti. La Bibbia, però, ci conferma che tra tante nostre considerazioni e preoccupazioni alcune sono fondate e ben orientate. Perché la parola di Dio non arriva a contestare l’umanità, ma semmai a confermarla e a indirizzarla verso ciò che è più autenticamente umano.
E allora ha ragione Saul Bellow a scrivere: «Se c’è una cosa di cui sono sicuro, è che questo mondo non basta di certo, e se non c’è altro, se lo possono riprendere indietro tutto intero», dove l’apprezzamento per questa vita si accompagna alla percezione che, certo, promette molto più di quanto mantiene, e non può quindi finire qui. Ma è anche lo sguardo degli autori biblici che garantiscono che il creatore dell’universo è interessato alla vita di ogni singolo essere umano, se l’è disegnata sulle palme delle mani (Is 49,15-16) e non abbandonerà nessuno. È la fiducia di Gesù nella volontà del Padre. È l’affidamento del credente che i suoi desideri, progetti, sogni, prospettive di vita, che la storia sembra negare, sono nel cuore del Padre e verranno saziati. Come, non lo si capisce. Ma la certezza dei figli è che il Padre lo sa.