È una serie Netflix, virata in commedia, sulla decostruzione della mascolinità tossica. Una necessità coi tempi che cambiano e le donne che sono già cambiate. Non c’è altra strada. A confermarlo è Pietro Sermonti, uno dei protagonisti della serie: “Da adolescente ero possessivo, egoista, e con le ragazze avevo un atteggiamento pessimo, se non rispondevano come volevo io. Faccia da bravo ragazzo, ma dentro un disastro”. Poi la psicoterapia, la scelta di fare i conti con la parte di sé che faceva danni, qualcosa che andava destrutturato con metodo e determinazione. Sono molti quelli che se ne stanno occupando. Non si tratta di rinunciare ad essere maschi veri, (“se ci togli l’aggressività a cosa si riduce il nostro essere maschi?”), ma di scoprire e vivere la bellezza di essere uomini, una volta calata la maschera tossica (controllo, possesso, dominio, privilegio, svalutazione), una volta compiuta la muta e rinnovata la pelle, pronti per rapporti finalmente paritari e autentici, dove si può essere entrambi solidi e fragili, capaci di offrire forza e sensibilità, spazio e presenza, grazia ed energia. Per stare bene insieme, oltre le dinamiche di potere, quelle in cui qualcuno è più servo dell’altro, senza che l’abbia scelto e senza che ci sia una buona ragione per imporre tale assegnazione di ruoli. E quanto ce ne sia bisogno lo dicono i tragici fatti di cronaca, come quello di Martina Carbonaro, la quattordicenne “lapidata” e uccisa dall’ex ragazzo diciottenne. E lo dicono forse ancora di più i consueti giudizi sulla vittima, elargiti da intellettuali ed esponenti delle istituzioni, che parlano di quello che non sanno, perché il processo di consapevolezza nemmeno lo hanno iniziato. Che il maschio tossico esista e sia un problema noi donne invece lo sappiamo, oso dire, tutte: per averne subito il comportamento, con le sue conseguenze, sul lavoro, in famiglia e soprattutto nelle relazioni affettive.
editoriale
È una serie Netflix, virata in commedia, sulla decostruzione della mascolinità tossica. Una necessità coi tempi che cambiano e le donne che sono già cambiate. Non c’è altra strada. A confermarlo è Pietro Sermonti, uno dei protagonisti della serie: “Da adolescente ero possessivo, egoista, e con le ragazze avevo un atteggiamento pessimo, se non rispondevano come volevo io. Faccia da bravo ragazzo, ma dentro un disastro”. Poi la psicoterapia, la scelta di fare i conti con la parte di sé che faceva danni, qualcosa che andava destrutturato con metodo e determinazione. Sono molti quelli che se ne stanno occupando. Non si tratta di rinunciare ad essere maschi veri, (“se ci togli l’aggressività a cosa si riduce il nostro essere maschi?”), ma di scoprire e vivere la bellezza di essere uomini, una volta calata la maschera tossica (controllo, possesso, dominio, privilegio, svalutazione), una volta compiuta la muta e rinnovata la pelle, pronti per rapporti finalmente paritari e autentici, dove si può essere entrambi solidi e fragili, capaci di offrire forza e sensibilità, spazio e presenza, grazia ed energia. Per stare bene insieme, oltre le dinamiche di potere, quelle in cui qualcuno è più servo dell’altro, senza che l’abbia scelto e senza che ci sia una buona ragione per imporre tale assegnazione di ruoli. E quanto ce ne sia bisogno lo dicono i tragici fatti di cronaca, come quello di Martina Carbonaro, la quattordicenne “lapidata” e uccisa dall’ex ragazzo diciottenne. E lo dicono forse ancora di più i consueti giudizi sulla vittima, elargiti da intellettuali ed esponenti delle istituzioni, che parlano di quello che non sanno, perché il processo di consapevolezza nemmeno lo hanno iniziato. Che il maschio tossico esista e sia un problema noi donne invece lo sappiamo, oso dire, tutte: per averne subito il comportamento, con le sue conseguenze, sul lavoro, in famiglia e soprattutto nelle relazioni affettive.
Maschi veri
07 giugno 2025
Cuneo
È una serie Netflix, virata in commedia, sulla decostruzione della mascolinità tossica. Una necessità coi tempi che cambiano e le donne che sono già cambiate. Non c’è altra strada. A confermarlo è Pietro Sermonti, uno dei protagonisti della serie: “Da adolescente ero possessivo, egoista, e con le ragazze avevo un atteggiamento pessimo, se non rispondevano come volevo io. Faccia da bravo ragazzo, ma dentro un disastro”. Poi la psicoterapia, la scelta di fare i conti con la parte di sé che faceva danni, qualcosa che andava destrutturato con metodo e determinazione. Sono molti quelli che se ne stanno occupando. Non si tratta di rinunciare ad essere maschi veri, (“se ci togli l’aggressività a cosa si riduce il nostro essere maschi?”), ma di scoprire e vivere la bellezza di essere uomini, una volta calata la maschera tossica (controllo, possesso, dominio, privilegio, svalutazione), una volta compiuta la muta e rinnovata la pelle, pronti per rapporti finalmente paritari e autentici, dove si può essere entrambi solidi e fragili, capaci di offrire forza e sensibilità, spazio e presenza, grazia ed energia. Per stare bene insieme, oltre le dinamiche di potere, quelle in cui qualcuno è più servo dell’altro, senza che l’abbia scelto e senza che ci sia una buona ragione per imporre tale assegnazione di ruoli. E quanto ce ne sia bisogno lo dicono i tragici fatti di cronaca, come quello di Martina Carbonaro, la quattordicenne “lapidata” e uccisa dall’ex ragazzo diciottenne. E lo dicono forse ancora di più i consueti giudizi sulla vittima, elargiti da intellettuali ed esponenti delle istituzioni, che parlano di quello che non sanno, perché il processo di consapevolezza nemmeno lo hanno iniziato. Che il maschio tossico esista e sia un problema noi donne invece lo sappiamo, oso dire, tutte: per averne subito il comportamento, con le sue conseguenze, sul lavoro, in famiglia e soprattutto nelle relazioni affettive.