(foto Pixabay)
Tempo di spostamenti di parroci, tempo inevitabilmente di mugugni e tristezze, di saluti e rimpianti. Che sono gli stessi che riviviamo ogni volta che i nostri legami personali vengono complicati da decisioni che non sono nostre. E ogni volta oscilliamo tra la protesta e il dirci che certi incarichi sono funzionali e devono essere sempre pronti a ripensarsi altrove.
Possiamo ritrovare questa duplicità di sentimenti anche nei testi biblici. Da una parte la Bibbia è pesantemente segnata dall’importanza dei legami personali. Il Dio del Primo Testamento non si riconosce innanzi tutto in un luogo (come l’Apollo di Delfi, ad esempio) ma in relazioni. È vero, il tempio di Gerusalemme sarà «il luogo che Dio si è scelto dove porre la sua dimora in mezzo agli uomini», ma lui è soprattutto il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», un Dio di relazioni, di legami personali. È il Dio che, nelle parole dei profeti, rimpiange il tempo del deserto perché era una condizione di intimità senza garanzie, senza una città santa, un tempio, un sacerdozio: come due sposi maturi che rimpiangono gli inizi della loro vita insieme, con nessuna garanzia economica ma la concreta esperienza di un amore che superava ogni difficoltà e si sentiva sicuro della propria forza.
Questa centralità delle persone e delle relazioni rispetto alle regole e agli incarichi si ritrova imponente anche nel Nuovo Testamento: Gesù non sembra tenere in nessuna considerazione le cariche e neanche i ruoli: anche quando si trova di fronte uno scriba inviato a metterlo in difficoltà, ma pronto ad ascoltare e mettersi in dialogo, lo definisce “non lontano dal regno dei cieli”. E il Risorto non compare davanti al sinedrio, ad imporre loro la conferma divina, ma ai suoi amici e discepoli, e si fa riconoscere da Maria chiamandola per nome.
Dall’altra parte, però, Paolo di Tarso, apostolo peraltro non privo di orgoglio personale, smonta qualunque tentativo dei credenti di Corinto di metterlo in contrapposizione con Apollo, altro predicatore: «Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma è il Signore che fa crescere»; «Siamo solo servi mediante i quali siete venuti alla fede». Altrove nella stessa lettera parla dei doni dello Spirito, poiché alcuni credenti si sentivano molto più importanti perché parlavano in lingue sconosciute. Paolo prova a ridimensionare quell’orgoglio facendo notare che altri doni dello Spirito sono più utili, come l’insegnamento, la “profezia” (cioè interpretare la volontà di Dio nel quotidiano) e l’assistenza agli altri. Ma, soprattutto, rimarca come tutti questi doni vengano dallo stesso Spirito, che è colui che li rende preziosi. Conta l’importanza del donatore, chiunque sia il tramite del dono.
Come spesso succede, allora, la Bibbia si svela ancora una volta variegata e apparentemente incoerente. È bene riconoscere il valore di legami personali che si instaurano al di là dei ruoli, e che restano insostituibili. Ma è altrettanto bene ammettere che tutti possono essere trasmettitori di un dono che in ultimo ci viene da Dio.
La apparente incoerenza biblica può essere lo stimolo per cogliere il bello in tutto ciò che ci troviamo davanti, senza perdere i legami personali instaurati e senza chiusure verso i nuovi che arriveranno, nella consapevolezza che ognuno è prezioso e insieme al servizio di un incontro personale con Dio.
editoriale
(foto Pixabay)
Tempo di spostamenti di parroci, tempo inevitabilmente di mugugni e tristezze, di saluti e rimpianti. Che sono gli stessi che riviviamo ogni volta che i nostri legami personali vengono complicati da decisioni che non sono nostre. E ogni volta oscilliamo tra la protesta e il dirci che certi incarichi sono funzionali e devono essere sempre pronti a ripensarsi altrove.
Possiamo ritrovare questa duplicità di sentimenti anche nei testi biblici. Da una parte la Bibbia è pesantemente segnata dall’importanza dei legami personali. Il Dio del Primo Testamento non si riconosce innanzi tutto in un luogo (come l’Apollo di Delfi, ad esempio) ma in relazioni. È vero, il tempio di Gerusalemme sarà «il luogo che Dio si è scelto dove porre la sua dimora in mezzo agli uomini», ma lui è soprattutto il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», un Dio di relazioni, di legami personali. È il Dio che, nelle parole dei profeti, rimpiange il tempo del deserto perché era una condizione di intimità senza garanzie, senza una città santa, un tempio, un sacerdozio: come due sposi maturi che rimpiangono gli inizi della loro vita insieme, con nessuna garanzia economica ma la concreta esperienza di un amore che superava ogni difficoltà e si sentiva sicuro della propria forza.
Questa centralità delle persone e delle relazioni rispetto alle regole e agli incarichi si ritrova imponente anche nel Nuovo Testamento: Gesù non sembra tenere in nessuna considerazione le cariche e neanche i ruoli: anche quando si trova di fronte uno scriba inviato a metterlo in difficoltà, ma pronto ad ascoltare e mettersi in dialogo, lo definisce “non lontano dal regno dei cieli”. E il Risorto non compare davanti al sinedrio, ad imporre loro la conferma divina, ma ai suoi amici e discepoli, e si fa riconoscere da Maria chiamandola per nome.
Dall’altra parte, però, Paolo di Tarso, apostolo peraltro non privo di orgoglio personale, smonta qualunque tentativo dei credenti di Corinto di metterlo in contrapposizione con Apollo, altro predicatore: «Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma è il Signore che fa crescere»; «Siamo solo servi mediante i quali siete venuti alla fede». Altrove nella stessa lettera parla dei doni dello Spirito, poiché alcuni credenti si sentivano molto più importanti perché parlavano in lingue sconosciute. Paolo prova a ridimensionare quell’orgoglio facendo notare che altri doni dello Spirito sono più utili, come l’insegnamento, la “profezia” (cioè interpretare la volontà di Dio nel quotidiano) e l’assistenza agli altri. Ma, soprattutto, rimarca come tutti questi doni vengano dallo stesso Spirito, che è colui che li rende preziosi. Conta l’importanza del donatore, chiunque sia il tramite del dono.
Come spesso succede, allora, la Bibbia si svela ancora una volta variegata e apparentemente incoerente. È bene riconoscere il valore di legami personali che si instaurano al di là dei ruoli, e che restano insostituibili. Ma è altrettanto bene ammettere che tutti possono essere trasmettitori di un dono che in ultimo ci viene da Dio.
La apparente incoerenza biblica può essere lo stimolo per cogliere il bello in tutto ciò che ci troviamo davanti, senza perdere i legami personali instaurati e senza chiusure verso i nuovi che arriveranno, nella consapevolezza che ognuno è prezioso e insieme al servizio di un incontro personale con Dio.
In tempo di spostamenti di parroci, cosa suggerisce la Bibbia sui legami personali?
02 giugno 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Tempo di spostamenti di parroci, tempo inevitabilmente di mugugni e tristezze, di saluti e rimpianti. Che sono gli stessi che riviviamo ogni volta che i nostri legami personali vengono complicati da decisioni che non sono nostre. E ogni volta oscilliamo tra la protesta e il dirci che certi incarichi sono funzionali e devono essere sempre pronti a ripensarsi altrove.
Possiamo ritrovare questa duplicità di sentimenti anche nei testi biblici. Da una parte la Bibbia è pesantemente segnata dall’importanza dei legami personali. Il Dio del Primo Testamento non si riconosce innanzi tutto in un luogo (come l’Apollo di Delfi, ad esempio) ma in relazioni. È vero, il tempio di Gerusalemme sarà «il luogo che Dio si è scelto dove porre la sua dimora in mezzo agli uomini», ma lui è soprattutto il «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», un Dio di relazioni, di legami personali. È il Dio che, nelle parole dei profeti, rimpiange il tempo del deserto perché era una condizione di intimità senza garanzie, senza una città santa, un tempio, un sacerdozio: come due sposi maturi che rimpiangono gli inizi della loro vita insieme, con nessuna garanzia economica ma la concreta esperienza di un amore che superava ogni difficoltà e si sentiva sicuro della propria forza.
Questa centralità delle persone e delle relazioni rispetto alle regole e agli incarichi si ritrova imponente anche nel Nuovo Testamento: Gesù non sembra tenere in nessuna considerazione le cariche e neanche i ruoli: anche quando si trova di fronte uno scriba inviato a metterlo in difficoltà, ma pronto ad ascoltare e mettersi in dialogo, lo definisce “non lontano dal regno dei cieli”. E il Risorto non compare davanti al sinedrio, ad imporre loro la conferma divina, ma ai suoi amici e discepoli, e si fa riconoscere da Maria chiamandola per nome.
Dall’altra parte, però, Paolo di Tarso, apostolo peraltro non privo di orgoglio personale, smonta qualunque tentativo dei credenti di Corinto di metterlo in contrapposizione con Apollo, altro predicatore: «Né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma è il Signore che fa crescere»; «Siamo solo servi mediante i quali siete venuti alla fede». Altrove nella stessa lettera parla dei doni dello Spirito, poiché alcuni credenti si sentivano molto più importanti perché parlavano in lingue sconosciute. Paolo prova a ridimensionare quell’orgoglio facendo notare che altri doni dello Spirito sono più utili, come l’insegnamento, la “profezia” (cioè interpretare la volontà di Dio nel quotidiano) e l’assistenza agli altri. Ma, soprattutto, rimarca come tutti questi doni vengano dallo stesso Spirito, che è colui che li rende preziosi. Conta l’importanza del donatore, chiunque sia il tramite del dono.
Come spesso succede, allora, la Bibbia si svela ancora una volta variegata e apparentemente incoerente. È bene riconoscere il valore di legami personali che si instaurano al di là dei ruoli, e che restano insostituibili. Ma è altrettanto bene ammettere che tutti possono essere trasmettitori di un dono che in ultimo ci viene da Dio.
La apparente incoerenza biblica può essere lo stimolo per cogliere il bello in tutto ciò che ci troviamo davanti, senza perdere i legami personali instaurati e senza chiusure verso i nuovi che arriveranno, nella consapevolezza che ognuno è prezioso e insieme al servizio di un incontro personale con Dio.