cultura
Nella Bibbia come nella Chiesa convivono diverse sensibilità, possibilità e mentalità
18 maggio 2025
Cuneo
Bibbia significa innanzi tutto degli scritti, dei personaggi, dei racconti, degli inni, un mondo culturale e intuizioni spirituali.
Ma è Bibbia anche il modo con cui quei testi vengono trattati, come vengono considerati. E anche questo può insegnarci qualcosa.
L’esilio degli ebrei a Babilonia, dal 587 a.C., era stata una catastrofe che però aveva portato anche frutti nuovi e rilevanti, perché gli esuli avevano raccolto le proprie tradizioni e scritti e composto il nucleo di quello che noi oggi chiamiamo Primo (o Antico) Testamento.
Il credente non era più chiamato ad andare al tempio a offrire sacrifici, ma doveva rispettare una serie di norme alimentari e di comportamento, che poteva gestire in famiglia, ed era chiamato a meditare degli scritti, che cominciano ad essere considerati sacri, parola di Dio. Quando poi gli ebrei avevano potuto ritornare nella terra d’Israele e ricostruire il tempio, questo rapporto con la scrittura non era venuto meno, e accanto ai sacrifici sull’altare di Gerusalemme, come nelle tradizioni antiche, si erano diffuse anche le sinagoghe, dove invece si procedeva a leggere, studiare e meditare la parola di Dio. E ciò valeva soprattutto per chi viveva lontano dalla Giudea.
Certo, per meditare quegli scritti occorreva conoscere l’ebraico. Sempre più ebrei, con il tempo, vivevano però sparpagliati in diverse zone e capivano sempre meno quella lingua antica. Ma se Dio ha parlato in ebraico, non sarà indispensabile che chi ne vuole ascoltare la parola si sforzi almeno di leggerlo nella sua lingua? (È l’approccio del mondo islamico: il requisito fondamentale per poter essere imam è di saper leggere il Corano in arabo).
La risposta è abbastanza sorprendente, perché la scelta della comunità ebraica che viveva in Egitto fu di tradurre la Bibbia in greco, la lingua internazionale che aveva ormai il ruolo che da noi è ricoperto dall’inglese. Per giustificare questa operazione si inventarono anche miti come quello secondo cui settantadue saggi avrebbero tradotto ognuno tutta la Bibbia, per poi scoprire che le loro traduzioni erano perfettamente uguali, a dire l’ispirazione divina che stava loro dietro.
Da allora in poi gli ebrei poterono confrontarsi con la Bibbia in una lingua che conoscevano, e non necessariamente in ebraico. Questo non è senza un significato: implica che a costituire la “parola di Dio” non sono le formule precise o le parole esatte, ma il senso generale, la logica degli avvenimenti narrati, il significato di fondo dei discorsi.
Tutto ciò parla anche a noi. Gli ebrei del tempo di Gesù potevano dirsi legittimamente ebrei se andavano a offrire sacrifici al tempio o se meditavano la Bibbia, e se lo facevano su un testo ebraico o greco. Si poteva adeguarsi anche a una sola di queste modalità, ma ciò non significava essere meno credenti.
Anche nella nostra Chiesa contemporanea convivono diverse sensibilità, possibilità e mentalità. C’è chi è confortato dai riti e dai simboli antichi e chi li trova fastidiosi, chi pensa che il cristianesimo sia soprattutto azione sociale per il bene delle persone e chi lo coglie principalmente nella sua dimensione di meditazione e ascesi… (Chi vuole un papa che offra il suo primo saluto pubblico con mozzetta e stola e chi lo preferisce con un semplice abito bianco).
Il modo con cui la Bibbia è stata trattata già prima di Gesù ci insegna quanto sia saggio il detto antico attribuito a sant’Agostino (anche se probabilmente non è suo, ma non importa): «Nelle questioni fondamentali, unità; in quelle incerte, libertà; in tutte, carità».