cultura

Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?

17 maggio 2025

Cuneo

“Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?/ Significa chiedere scusa,/ chiedere continuamente scusa/ agli alberi bruciati,/ agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate,/ alle lunghe crepe sul fianco delle strade,/ ai bambini pallidi, prima e dopo la morte/ e al volto di ogni madre triste/ o uccisa!” La poesia di Hend Jouda (1983), nata nel campo profughi di al-Burej a Gaza, continua parlando della vergogna di chi è al sicuro, perché ha cibo, acqua, possibilità di fare la doccia. E conclude “Mio Dio,/ non voglio essere poeta in tempo di guerra.” La raccolta pubblicata da Fazi Editore (2025) contiene 32 poesie scritte a Gaza da 10 poeti e poete palestinesi, dopo il 7 ottobre 2023, in condizioni di estrema precarietà. Fare poesia a Gaza vuol dire farla in ogni luogo possibile; e divulgarla significa smantellare l’imposizione di ignorare “ogni aspetto della vita del ‘nemico’, disumanizzato al punto da legittimare ogni violenza”. Scrive nella prefazione lo storico israeliano Ilan Pappè, una delle voci critiche nei confronti del sionismo e della leadership israeliana, e favorevole ai palestinesi: “Il lettore sarà grato a questi poeti se, nel mezzo di un genocidio, si ritrovano a essere testimoni delle anime esauste … La consapevolezza con cui questi giovani poeti affrontano la possibilità di morire ogni ora eguaglia la loro umanità, che rimane intatta anche se circondati da una carneficina e da una distruzione di inimmaginabile portata”. Sono poesie che ci portano a Gaza con tutti i cinque sensi: i rumori delle strade, il pianto dei bambini, il vento, il fruscio delle foglie sono un invito a “sentire”. “La notte della città è buia, tranne che per il bagliore dei razzi,/ silenziosa tranne che per il rumore dei bombardamenti,/ spaventosa tranne che per la serenità della preghiera,/ nera tranne che per la luce dei martiri. Buonanotte, Gaza (Heba Abu Nada, nata nel 1991 e morta il 28 ottobre 2023 durante un bombardamento).