editoriale
C’è un rapporto stretto tra la pace e le regole del commercio internazionale
17 maggio 2025
Cuneo
Sul finire della Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi al 1945, le potenze vincitrici avviarono una serie di incontri, conferenze e negoziati per disegnare gli equilibri del mondo che sarebbe venuto. Accanto alle conferenze di Yalta e Potsdam, che ebbero ad oggetto temi di natura prevalentemente politica, ci furono anche tentativi di costituire organizzazioni o sistemi di accordi per il sostegno economico dei paesi in difficoltà. Erano evidenti, infatti, le radici economiche della destabilizzazione della Germania dopo la Prima guerra mondiale e il conseguente diffuso disagio sociale che aveva contribuito all’affermazione del nazismo. John Maynard Keynes, l’economista inglese che diede a Roosevelt gli strumenti teorici e di politica economica per portare gli Stati Uniti fuori dalla Grande depressione, aveva abbandonato la conferenza di Parigi del 1919 in forte disaccordo con le sanzioni di guerra che le nazioni vincitrici della Prima guerra mondiale si avviavano a imporre alla Germania.
Nella visione di Keynes, quelle sanzioni avrebbero determinato squilibri e dissesti dai quali non sarebbe derivato nulla di buono. Purtroppo, le profezie di Keynes si avverarono, anche oltre i suoi timori. Forse proprio per la constatazione degli effetti dell’improvvida gestione del primo dopoguerra, sul finire del secondo conflitto mondiale e negli anni successivi si tentò di andare in un’altra direzione. Proprio Keynes fu uno dei principali promotori e dei registi della conferenza di Bretton Woods del 1944, dove si decise l’istituzione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, con lo scopo di realizzare un sistema a sostegno degli scambi internazionali e a protezione dell’equilibrio delle economie dei vari Stati. Sulla scia di questo indirizzo, tra gli accordi che vennero stipulati negli anni successivi, ci fu anche il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade, cioè l’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio) del 1947, dal quale, nel 1994 con il Trattato di Marrakech, nacque l’Organizzazione mondiale del commercio (la World Trade Organization o WTO).
Proprio alla WTO hanno fatto riferimento, in questi giorni, alcuni commentatori quando hanno parlato di possibili ricorsi per fare valere l’illegittimità di alcune pratiche che hanno il fine, dichiarato, di ostacolare il commercio internazionale oppure di introdurre condizioni diverse tra i vari attori. Tra gli obiettivi della WTO, infatti, c’è quello di contribuire a costruire un sistema commerciale internazionale senza discriminazioni. A questo fine, per ogni stato membro aderente a un certo accordo, c’è l’obbligo di garantire a tutti gli altri membri le condizioni della “nazione più favorita” (“Most Favourite Nation”). In sostanza, le condizioni accordate al Paese che subisce le minori restrizioni commerciali dovrebbero essere estese a tutti gli aderenti all’accordo. Attualmente, la WTO conta 166 membri, ma se si considera che l’Unione Europea viene considerata come un’unica entità, è facile calcolare che, contando tutti e 27 gli Stati dell’UE, il totale arriverebbe a 192, vale a dire la grande maggioranza di quelli esistenti.
Se tutti rispettassero questi principi del diritto internazionale, le numerose dispute sulla quantificazione dei dazi reciproci e differenziati non dovrebbero esistere. Tuttavia, non è così perché, come spesso capita negli accordi internazionali, esistono clausole che consentono scappatoie. Lasciando da parte le spinose questioni sulle difficoltà di rendere efficaci le norme pattizie del diritto internazionale, non si può fare a meno di notare come quanto stia capitando da tempo a livello internazionale rappresenti la negazione dei principi ispiratori di chi, all’indomani del secondo conflitto mondiale, aveva individuato nello sviluppo e nel benessere diffusi un necessario strumento di pace.
In questi giorni, a giustificazione delle politiche di riarmo, viene detto che “la pace ha i suoi costi”. Come tutti gli slogan, anche questa affermazione dovrebbe essere contestualizzata, chiarita e completata dicendo, per cominciare, che la pace, oltre ai suoi costi, ha anche le sue vie, che sono ben diverse dal riarmo. Due di queste sono la lungimiranza e la capacità di fare tesoro delle esperienze e degli insegnamenti di chi ci ha preceduto.
L’ingiustizia e la povertà sono molle di tensione; al contrario, l’equità e lo sviluppo sono formidabili deterrenti. La comunità internazionale lo aveva capito ottant’anni fa, sarebbe bene tenerlo a mente.