(Foto Vatican Media/SIR)
Siamo ancora qui, anzi nel tempo decisivo, in cui attendere il nome del successore di Francesco, per intuirne i passi, le direzioni, le prospettive. Viviamo in una Chiesa cattolica che ha sempre più accentrato sul Papa lungo i secoli importanza e potere, e anche se il Concilio Vaticano II e l’ultimo papato hanno indirizzato altrove la prua della Chiesa, quel ruolo resta ancora decisivo non solo da un punto di vista spirituale e simbolico. Si capisce, insomma, l’attenzione dei cattolici sul conclave, è ben motivata.
Certo, nello stesso tempo ci diciamo anche sempre che la Chiesa è guidata dallo Spirito, che a volte ci immaginiamo come un burattinaio che muove fili invisibili ma molto efficaci.
Ancora una volta, la Bibbia può forse aiutarci a raffigurare meglio il rapporto tra noi e lo Spirito. A partire da una premessa che ci serve in modo particolare.
L’antichità, da cui la Bibbia viene, presentava società molto più piccole, variegate e divise tra loro di quanto siamo noi. Per il mondo biblico è di particolare significato la divisione tra «giudei e greci», usando le parole di san Paolo: noi diremmo tra chi viene dal mondo semita e chi dal mondo ellenistico. La prima cultura, ambiente di nascita di quasi tutto il Primo Testamento e di gran parte del Nuovo, pensava al mondo come governato da forze invisibili ma quasi invincibili: è il mondo da cui viene l’astrologia. Non vuol dire che gli autori biblici credessero nell’astrologia, ma che spontaneamente finivano con il pensare che il caso non esista mai, e che ciò che accade è voluto da ciò che non vediamo. È più un riflesso condizionato.
Lo capiamo meglio se pensiamo, al contrario, al mondo greco, che con qualche approssimazione possiamo immaginare come il nostro antenato. È una cultura che pensa che gli uomini siano completamente autonomi, capaci anche di sfidare gli dèi e uscirne vincitori. Il nostro riflesso automatico è che ciò che succede è responsabilità o colpa di qualcuno; e che, tra l’altro, a muovere le scelte e gli interessi di tutti siano soprattutto ragioni di interesse, per lo più economico. Poi, anche noi sappiamo che tante scelte nostre sono gratuite, generose, mosse da affetto e ragioni ideali; però, intanto, abbiamo dentro come degli automatismi per cui, se non ci pensiamo, immaginiamo che tutti siano avidi e spietati epuloni.
Ebbene, in un mondo “giudeo”, che tende a pensare che Dio agisca indipendentemente da qualunque condizionamento, troviamo una chiamata di Mosè in cui l’Altissimo si sforza in tutti i modi di convincere l’uomo; e non c’è praticamente neppure un gesto divino che non venga accompagnato dall’azione di Mosè (perché deve stendere la mano sul mare, se poi è Dio a dividerlo?). Abbiamo Elia, Davide, Salomone che devono cercare di capire che cosa sia bene fare, che a volte sbagliano, anche in progetti divini (la lotta contro i profeti di Baal, la costruzione del tempio, la scelta delle mogli…). Abbiamo un Mardocheo che, nel libro di Ester, spiega alla regina, titubante, che forse Dio l’ha messa lì per aiutare il popolo, e che un aiuto potrebbe mandarlo anche da altre parti, ma intanto è la regina che deve decidere di mettersi in azione e come farlo.
Dall’altra parte, se andiamo a vedere l’opera forse più “greca” di tutta la Bibbia, ossia gli Atti degli Apostoli, troviamo i Dodici che, dovendo integrare il posto rimasto libero di Giuda, scelgono due candidati e poi tirano a sorte. Lasciano la scelta a Dio, sì, ma non alla cieca, bensì tra due ben selezionati. E leggiamo di piani di viaggio costantemente cambiati “dallo Spirito”, ma nei quali i missionari cercano di capire e orientarsi. Possiamo prendere come esempi soprattutto due passi. Nella prima grande decisione teologica e pastorale della comunità cristiana, quella di non imporre la circoncisione a chi si avvicinava al cristianesimo, la formula utilizzata è: «È parso bene, allo Spirito Santo e a noi…» (At 15,28). E, più avanti, in uno dei tanti passaggi di viaggio di Paolo, si spiega che «decise nello Spirito di attraversare la Macedonia…» (At 19,21).
Insomma, in una cultura o nell’altra, con un approccio o con l’altro, calcando la mano soprattutto su ciò che era meno scontato integrare, tutta la Bibbia parla di una collaborazione tra il divino e l’umano. Il Dio onnipotente non sopporta di agire come un burattinaio, ma vuole dei collaboratori liberi e convinti.
Ciò che accade nella Cappella Sistina, in fondo, non è che un’ulteriore esempio di quella collaborazione divino-umana: perché lo Spirito agisca chiede agli uomini di mettere in gioco passione, intelligenza e coraggio, che lo Spirito rafforza e potenzia.
In attesa di ciò che lo Spirito e i cardinali riterranno bene...
editoriale
(Foto Vatican Media/SIR)
Siamo ancora qui, anzi nel tempo decisivo, in cui attendere il nome del successore di Francesco, per intuirne i passi, le direzioni, le prospettive. Viviamo in una Chiesa cattolica che ha sempre più accentrato sul Papa lungo i secoli importanza e potere, e anche se il Concilio Vaticano II e l’ultimo papato hanno indirizzato altrove la prua della Chiesa, quel ruolo resta ancora decisivo non solo da un punto di vista spirituale e simbolico. Si capisce, insomma, l’attenzione dei cattolici sul conclave, è ben motivata.
Certo, nello stesso tempo ci diciamo anche sempre che la Chiesa è guidata dallo Spirito, che a volte ci immaginiamo come un burattinaio che muove fili invisibili ma molto efficaci.
Ancora una volta, la Bibbia può forse aiutarci a raffigurare meglio il rapporto tra noi e lo Spirito. A partire da una premessa che ci serve in modo particolare.
L’antichità, da cui la Bibbia viene, presentava società molto più piccole, variegate e divise tra loro di quanto siamo noi. Per il mondo biblico è di particolare significato la divisione tra «giudei e greci», usando le parole di san Paolo: noi diremmo tra chi viene dal mondo semita e chi dal mondo ellenistico. La prima cultura, ambiente di nascita di quasi tutto il Primo Testamento e di gran parte del Nuovo, pensava al mondo come governato da forze invisibili ma quasi invincibili: è il mondo da cui viene l’astrologia. Non vuol dire che gli autori biblici credessero nell’astrologia, ma che spontaneamente finivano con il pensare che il caso non esista mai, e che ciò che accade è voluto da ciò che non vediamo. È più un riflesso condizionato.
Lo capiamo meglio se pensiamo, al contrario, al mondo greco, che con qualche approssimazione possiamo immaginare come il nostro antenato. È una cultura che pensa che gli uomini siano completamente autonomi, capaci anche di sfidare gli dèi e uscirne vincitori. Il nostro riflesso automatico è che ciò che succede è responsabilità o colpa di qualcuno; e che, tra l’altro, a muovere le scelte e gli interessi di tutti siano soprattutto ragioni di interesse, per lo più economico. Poi, anche noi sappiamo che tante scelte nostre sono gratuite, generose, mosse da affetto e ragioni ideali; però, intanto, abbiamo dentro come degli automatismi per cui, se non ci pensiamo, immaginiamo che tutti siano avidi e spietati epuloni.
Ebbene, in un mondo “giudeo”, che tende a pensare che Dio agisca indipendentemente da qualunque condizionamento, troviamo una chiamata di Mosè in cui l’Altissimo si sforza in tutti i modi di convincere l’uomo; e non c’è praticamente neppure un gesto divino che non venga accompagnato dall’azione di Mosè (perché deve stendere la mano sul mare, se poi è Dio a dividerlo?). Abbiamo Elia, Davide, Salomone che devono cercare di capire che cosa sia bene fare, che a volte sbagliano, anche in progetti divini (la lotta contro i profeti di Baal, la costruzione del tempio, la scelta delle mogli…). Abbiamo un Mardocheo che, nel libro di Ester, spiega alla regina, titubante, che forse Dio l’ha messa lì per aiutare il popolo, e che un aiuto potrebbe mandarlo anche da altre parti, ma intanto è la regina che deve decidere di mettersi in azione e come farlo.
Dall’altra parte, se andiamo a vedere l’opera forse più “greca” di tutta la Bibbia, ossia gli Atti degli Apostoli, troviamo i Dodici che, dovendo integrare il posto rimasto libero di Giuda, scelgono due candidati e poi tirano a sorte. Lasciano la scelta a Dio, sì, ma non alla cieca, bensì tra due ben selezionati. E leggiamo di piani di viaggio costantemente cambiati “dallo Spirito”, ma nei quali i missionari cercano di capire e orientarsi. Possiamo prendere come esempi soprattutto due passi. Nella prima grande decisione teologica e pastorale della comunità cristiana, quella di non imporre la circoncisione a chi si avvicinava al cristianesimo, la formula utilizzata è: «È parso bene, allo Spirito Santo e a noi…» (At 15,28). E, più avanti, in uno dei tanti passaggi di viaggio di Paolo, si spiega che «decise nello Spirito di attraversare la Macedonia…» (At 19,21).
Insomma, in una cultura o nell’altra, con un approccio o con l’altro, calcando la mano soprattutto su ciò che era meno scontato integrare, tutta la Bibbia parla di una collaborazione tra il divino e l’umano. Il Dio onnipotente non sopporta di agire come un burattinaio, ma vuole dei collaboratori liberi e convinti.
Ciò che accade nella Cappella Sistina, in fondo, non è che un’ulteriore esempio di quella collaborazione divino-umana: perché lo Spirito agisca chiede agli uomini di mettere in gioco passione, intelligenza e coraggio, che lo Spirito rafforza e potenzia.
In attesa di ciò che lo Spirito e i cardinali riterranno bene...
Conclave: ciò che accade è un esempio di una collaborazione divino-umana
08 maggio 2025
Cuneo
(Foto Vatican Media/SIR)
Siamo ancora qui, anzi nel tempo decisivo, in cui attendere il nome del successore di Francesco, per intuirne i passi, le direzioni, le prospettive. Viviamo in una Chiesa cattolica che ha sempre più accentrato sul Papa lungo i secoli importanza e potere, e anche se il Concilio Vaticano II e l’ultimo papato hanno indirizzato altrove la prua della Chiesa, quel ruolo resta ancora decisivo non solo da un punto di vista spirituale e simbolico. Si capisce, insomma, l’attenzione dei cattolici sul conclave, è ben motivata.
Certo, nello stesso tempo ci diciamo anche sempre che la Chiesa è guidata dallo Spirito, che a volte ci immaginiamo come un burattinaio che muove fili invisibili ma molto efficaci.
Ancora una volta, la Bibbia può forse aiutarci a raffigurare meglio il rapporto tra noi e lo Spirito. A partire da una premessa che ci serve in modo particolare.
L’antichità, da cui la Bibbia viene, presentava società molto più piccole, variegate e divise tra loro di quanto siamo noi. Per il mondo biblico è di particolare significato la divisione tra «giudei e greci», usando le parole di san Paolo: noi diremmo tra chi viene dal mondo semita e chi dal mondo ellenistico. La prima cultura, ambiente di nascita di quasi tutto il Primo Testamento e di gran parte del Nuovo, pensava al mondo come governato da forze invisibili ma quasi invincibili: è il mondo da cui viene l’astrologia. Non vuol dire che gli autori biblici credessero nell’astrologia, ma che spontaneamente finivano con il pensare che il caso non esista mai, e che ciò che accade è voluto da ciò che non vediamo. È più un riflesso condizionato.
Lo capiamo meglio se pensiamo, al contrario, al mondo greco, che con qualche approssimazione possiamo immaginare come il nostro antenato. È una cultura che pensa che gli uomini siano completamente autonomi, capaci anche di sfidare gli dèi e uscirne vincitori. Il nostro riflesso automatico è che ciò che succede è responsabilità o colpa di qualcuno; e che, tra l’altro, a muovere le scelte e gli interessi di tutti siano soprattutto ragioni di interesse, per lo più economico. Poi, anche noi sappiamo che tante scelte nostre sono gratuite, generose, mosse da affetto e ragioni ideali; però, intanto, abbiamo dentro come degli automatismi per cui, se non ci pensiamo, immaginiamo che tutti siano avidi e spietati epuloni.
Ebbene, in un mondo “giudeo”, che tende a pensare che Dio agisca indipendentemente da qualunque condizionamento, troviamo una chiamata di Mosè in cui l’Altissimo si sforza in tutti i modi di convincere l’uomo; e non c’è praticamente neppure un gesto divino che non venga accompagnato dall’azione di Mosè (perché deve stendere la mano sul mare, se poi è Dio a dividerlo?). Abbiamo Elia, Davide, Salomone che devono cercare di capire che cosa sia bene fare, che a volte sbagliano, anche in progetti divini (la lotta contro i profeti di Baal, la costruzione del tempio, la scelta delle mogli…). Abbiamo un Mardocheo che, nel libro di Ester, spiega alla regina, titubante, che forse Dio l’ha messa lì per aiutare il popolo, e che un aiuto potrebbe mandarlo anche da altre parti, ma intanto è la regina che deve decidere di mettersi in azione e come farlo.
Dall’altra parte, se andiamo a vedere l’opera forse più “greca” di tutta la Bibbia, ossia gli Atti degli Apostoli, troviamo i Dodici che, dovendo integrare il posto rimasto libero di Giuda, scelgono due candidati e poi tirano a sorte. Lasciano la scelta a Dio, sì, ma non alla cieca, bensì tra due ben selezionati. E leggiamo di piani di viaggio costantemente cambiati “dallo Spirito”, ma nei quali i missionari cercano di capire e orientarsi. Possiamo prendere come esempi soprattutto due passi. Nella prima grande decisione teologica e pastorale della comunità cristiana, quella di non imporre la circoncisione a chi si avvicinava al cristianesimo, la formula utilizzata è: «È parso bene, allo Spirito Santo e a noi…» (At 15,28). E, più avanti, in uno dei tanti passaggi di viaggio di Paolo, si spiega che «decise nello Spirito di attraversare la Macedonia…» (At 19,21).
Insomma, in una cultura o nell’altra, con un approccio o con l’altro, calcando la mano soprattutto su ciò che era meno scontato integrare, tutta la Bibbia parla di una collaborazione tra il divino e l’umano. Il Dio onnipotente non sopporta di agire come un burattinaio, ma vuole dei collaboratori liberi e convinti.
Ciò che accade nella Cappella Sistina, in fondo, non è che un’ulteriore esempio di quella collaborazione divino-umana: perché lo Spirito agisca chiede agli uomini di mettere in gioco passione, intelligenza e coraggio, che lo Spirito rafforza e potenzia.
In attesa di ciò che lo Spirito e i cardinali riterranno bene...