editoriale

Trump vuole rioccupare Panama, un già visto della secolare politica d’intrusione degli Stati Uniti

26 aprile 2025

Cuneo

canale di panama   Si può dire quello che si vuole di Donald Trump, ma non si può affermare che sia  persona dotata di una fantasia scatenata. Nessuno degli argomenti che ha affrontato con gran fracasso nei primi tre mesi di presidenza rappresenta una novità rispetto ai sogni o agli incubi che agitano da anni, o da secoli, l’America. Il Presidente-affarista non ha collocato alcuna mina, semplicemente ritiene pratico disinnescare il campo minato saltandovi sopra con gli scarponi. Vuole rioccupare Panama? E che novità è questa rispetto alla secolare politica d’intrusione degli Stati Uniti nelle vicende delle repubbliche caraibiche? La novità consiste nel fatto che la politica di potenza si è trasformata in prepotenza. Che due masse oceaniche debbano essere separate da una sottile striscia di terra della larghezza di non più di 100 chilometri è un’anomalia che sarà già stata percepita da Vasco Nunez de Balboa, quando sbucò sul litorale del Pacifico, vicino ad un villaggio che i pescatori indigeni chiamavano Panamá (che significa abbondanza di pesci). Ancora più stridente allorché, per cercare un varco, si dovette bordeggiare tutta la costa del continente sudamericano, fino alla fine del mondo, per trovare quello stretto al quale Magellano lasciò il proprio nome. Questa situazione divenne inconcepibile nell’ ’800, il secolo dei nazionalismi e della positivistica esaltazione della scienza e della tecnica. Il moto di liberazione dell’America del sud dal colonialismo spagnolo, portò alla creazione della grande Repubblica di Colombia, che comprendeva il territorio panamense. Il suo  fondatore, Simon Bolivar, fu il primo a sollecitare progetti ed iniziative di canalizzazione, che si succedettero senza successo. A fine ottocento, ci provò una società francese capitanata da Ferdinand de Lesseps, il costruttore del canale di Suez, che si concluse con il fallimento.  Ed infine, irruppero gli americani con lo stile proto trumpiano del presidente Theodore Roosevelt. Figuratevi come una grande nazione, in un momento di esplosiva espansione economica ed imperiale, poteva tenere separate la costa est da quella ovest, oltre che dover allestire due marine da guerra. Nel 1901 gli Stati Uniti ottennero dal governo della Bolivia l’autorizzazione a costruire il canale e a gestirlo per 100 anni, ma nel 1903 il parlamento boliviano si rifiutò di ratificarla. A questo punto, a passo di carica, gli Stati Uniti scoprirono l’impulso autonomistico degli abitanti di Panama, secondarono con soldati e cannoniere il sacrosanto diritto all’autodeterminazione dei popoli e con la nuova repubblica secessionista di Panama firmarono definitivamente il trattato che, però, questa volta, prevedeva la perpetuità della gestione e l’ affitto illimitato di una fascia di rispetto di dieci chilometri per lato. L’opera, cominciata nel 1907, venne inaugurata nel 1920, e la sua grandiosità si rivela in due soli dati: una lunghezza di 81,1 km. ed il superamento di 28 metri di dislivello, con un complesso sistema di chiuse. Saltando le alterne vicende dei rapporti tra USA e Repubblica di Panama, giungiamo al trattato del 1977 tra Jimmy Carter e Omar Torrijos (presidente golpista di turno), che dispose il trasferimento alla Repubblica di Panama del pieno controllo del Canale, dopo il 1999. E nel 2000 così fu. La destra americana non digerì mai questo abbandono e Donald Trump ne rinfocola le ragioni, anzi, di più. Ha recentemente ottenuto, con un accordo opaco e contestato, di rioccupare, con militari, tre basi a suo tempo dismesse allo stato di  Panama. Il fondo d’investimento americano Black Rock (e l’armatore italiano Gianluigi Aponte) ha vinto la gara per acquisire i due porti - Cristobal e Balboa - ai due estremi del canale,  dalla società cinese CK Hutchinson Holdings: la Cina ha posto il veto. Mentre capita tutto questo, si registra nel lago Gatun, che alimenta il sistema idraulico delle chiuse del canale, una carenza idrica dovuta ad una riduzione degli apporti pluviali delle foreste circostanti ed alla maggiore evaporazione causata dal sempre più frequente apparire del fenomeno climatico denominato El Nino. L’amministrazione del canale minimizza, in quanto a Donald Trump, lui nega.
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