(foto Pixabay)
Agli esseri umani è probabilmente sempre piaciuto provare a immaginarsi perfezioni all’opera, sognare e progettare anche un divino che abbia tutte le qualità che nell’umanità intuiamo o fantastichiamo pur senza riuscire a metterle in pratica. È un Dio sognato per astrazione, quasi da filosofi: perfetto, impassibile, equilibrato, inarrivabile.
Ecco, il Dio della Bibbia non è così: si adira, si pente, si commuove, promette e non mantiene… (ma come?! Promette e non mantiene?! Ma non dovrebbe essere affidabile?). Assomiglia agli esseri umani più degli dèi omerici, che pure sono iracondi e vendicativi.
Il suo assomigliare agli umani si nota anche come si parla di lui. È vero che non dobbiamo esagerare il senso delle espressioni linguistiche, che in parte sono stereotipate: ad esempio, continuiamo a dire “qual buon vento ti porta?” anche se non pensiamo che il nostro interlocutore sia venuto in barca. Ma è vero che del Dio della Bibbia si dice, alla lettera, che «il suo naso divenne rosso» per suggerirne l’ira, e che «si stringono le sue viscere» quando si commuove. Anzi, per essere più precisi ciò che si dice che gli torca dentro è il suo “utero”, con una carnalità materna che nella nostra tradizione di rado abbiamo collegato a Dio.
Ma ad essere interessante, allora, diventa la direzione verso cui vanno la sua commozione e il suo trasporto. E qui il Dio della Bibbia non è per nulla ambiguo. Le pagine dei profeti sono zeppe di minacce nei confronti dei nemici del suo popolo, pagine anche dure che raramente leggiamo, pagine che si fanno più cattive e minacciose quanto più grande e prepotente diventa il nemico. Ripete di essersi innamorato del suo popolo perché era il più piccolo e insignificante di tutti i popoli.
Il quinto capitolo dei Giudici è un testo antichissimo, secondo alcuni addirittura il più antico brano tra quelli che confluiscono nella Bibbia. Narra una imprevista vittoria degli antenati delle tribù d’Israele contro i cananei, portati da carri trainati da cavalli e con impressionanti armi di ferro, che però vengono vinti da un’imprevista tempesta e dal coraggio di due donne, Debora che guida le truppe ebree e Giaele che uccide a tradimento il presuntuoso comandante cananeo. Anche in questo canto epico, tuttavia, chi scrive trova il tempo e il cuore di compiangere la madre del comandante nemico, che aspetta il figlio e non lo vede arrivare. Lo sguardo non è del vincente da celebrare, ma del sofferente, anche se nemico.
Il Dio della Bibbia non è imparziale, ma si mette sempre dalla parte dei piccoli, dei deboli, contro i prepotenti. Di rado cambia la storia, anche nei racconti più antichi, ma la sua posizione non è mai neutrale: è con i più piccoli, con i perdenti, con gli ultimi, sempre. Non ci offre molte argomentazioni direttamente pacifiste, cosa di cui potremmo rammaricarci, ma non tollera la prepotenza e la prevaricazione neppure quando è il perfetto re Davide a mostrarle. Un profeta odierno che proseguisse l’opera di Isaia e Geremia porrebbe Dio a fianco dei groenlandesi, degli ucraini, dei gazawiti, dei civili sudanesi, somali, nordcoreani, dei migranti di ogni continente… Perché il Dio della Bibbia, con una notevole coerenza, quando entra nella storia e trova le croci non le cancella (non rispetterebbe la libertà umana) né si pone dall’alto come giudice imparziale che valuta se siano pene giuste, ma ci sale sopra.
editoriale
(foto Pixabay)
Agli esseri umani è probabilmente sempre piaciuto provare a immaginarsi perfezioni all’opera, sognare e progettare anche un divino che abbia tutte le qualità che nell’umanità intuiamo o fantastichiamo pur senza riuscire a metterle in pratica. È un Dio sognato per astrazione, quasi da filosofi: perfetto, impassibile, equilibrato, inarrivabile.
Ecco, il Dio della Bibbia non è così: si adira, si pente, si commuove, promette e non mantiene… (ma come?! Promette e non mantiene?! Ma non dovrebbe essere affidabile?). Assomiglia agli esseri umani più degli dèi omerici, che pure sono iracondi e vendicativi.
Il suo assomigliare agli umani si nota anche come si parla di lui. È vero che non dobbiamo esagerare il senso delle espressioni linguistiche, che in parte sono stereotipate: ad esempio, continuiamo a dire “qual buon vento ti porta?” anche se non pensiamo che il nostro interlocutore sia venuto in barca. Ma è vero che del Dio della Bibbia si dice, alla lettera, che «il suo naso divenne rosso» per suggerirne l’ira, e che «si stringono le sue viscere» quando si commuove. Anzi, per essere più precisi ciò che si dice che gli torca dentro è il suo “utero”, con una carnalità materna che nella nostra tradizione di rado abbiamo collegato a Dio.
Ma ad essere interessante, allora, diventa la direzione verso cui vanno la sua commozione e il suo trasporto. E qui il Dio della Bibbia non è per nulla ambiguo. Le pagine dei profeti sono zeppe di minacce nei confronti dei nemici del suo popolo, pagine anche dure che raramente leggiamo, pagine che si fanno più cattive e minacciose quanto più grande e prepotente diventa il nemico. Ripete di essersi innamorato del suo popolo perché era il più piccolo e insignificante di tutti i popoli.
Il quinto capitolo dei Giudici è un testo antichissimo, secondo alcuni addirittura il più antico brano tra quelli che confluiscono nella Bibbia. Narra una imprevista vittoria degli antenati delle tribù d’Israele contro i cananei, portati da carri trainati da cavalli e con impressionanti armi di ferro, che però vengono vinti da un’imprevista tempesta e dal coraggio di due donne, Debora che guida le truppe ebree e Giaele che uccide a tradimento il presuntuoso comandante cananeo. Anche in questo canto epico, tuttavia, chi scrive trova il tempo e il cuore di compiangere la madre del comandante nemico, che aspetta il figlio e non lo vede arrivare. Lo sguardo non è del vincente da celebrare, ma del sofferente, anche se nemico.
Il Dio della Bibbia non è imparziale, ma si mette sempre dalla parte dei piccoli, dei deboli, contro i prepotenti. Di rado cambia la storia, anche nei racconti più antichi, ma la sua posizione non è mai neutrale: è con i più piccoli, con i perdenti, con gli ultimi, sempre. Non ci offre molte argomentazioni direttamente pacifiste, cosa di cui potremmo rammaricarci, ma non tollera la prepotenza e la prevaricazione neppure quando è il perfetto re Davide a mostrarle. Un profeta odierno che proseguisse l’opera di Isaia e Geremia porrebbe Dio a fianco dei groenlandesi, degli ucraini, dei gazawiti, dei civili sudanesi, somali, nordcoreani, dei migranti di ogni continente… Perché il Dio della Bibbia, con una notevole coerenza, quando entra nella storia e trova le croci non le cancella (non rispetterebbe la libertà umana) né si pone dall’alto come giudice imparziale che valuta se siano pene giuste, ma ci sale sopra.
Il Dio della Bibbia non è imparziale, ma si mette sempre dalla parte dei deboli, contro tutti i prepotenti
13 aprile 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Agli esseri umani è probabilmente sempre piaciuto provare a immaginarsi perfezioni all’opera, sognare e progettare anche un divino che abbia tutte le qualità che nell’umanità intuiamo o fantastichiamo pur senza riuscire a metterle in pratica. È un Dio sognato per astrazione, quasi da filosofi: perfetto, impassibile, equilibrato, inarrivabile.
Ecco, il Dio della Bibbia non è così: si adira, si pente, si commuove, promette e non mantiene… (ma come?! Promette e non mantiene?! Ma non dovrebbe essere affidabile?). Assomiglia agli esseri umani più degli dèi omerici, che pure sono iracondi e vendicativi.
Il suo assomigliare agli umani si nota anche come si parla di lui. È vero che non dobbiamo esagerare il senso delle espressioni linguistiche, che in parte sono stereotipate: ad esempio, continuiamo a dire “qual buon vento ti porta?” anche se non pensiamo che il nostro interlocutore sia venuto in barca. Ma è vero che del Dio della Bibbia si dice, alla lettera, che «il suo naso divenne rosso» per suggerirne l’ira, e che «si stringono le sue viscere» quando si commuove. Anzi, per essere più precisi ciò che si dice che gli torca dentro è il suo “utero”, con una carnalità materna che nella nostra tradizione di rado abbiamo collegato a Dio.
Ma ad essere interessante, allora, diventa la direzione verso cui vanno la sua commozione e il suo trasporto. E qui il Dio della Bibbia non è per nulla ambiguo. Le pagine dei profeti sono zeppe di minacce nei confronti dei nemici del suo popolo, pagine anche dure che raramente leggiamo, pagine che si fanno più cattive e minacciose quanto più grande e prepotente diventa il nemico. Ripete di essersi innamorato del suo popolo perché era il più piccolo e insignificante di tutti i popoli.
Il quinto capitolo dei Giudici è un testo antichissimo, secondo alcuni addirittura il più antico brano tra quelli che confluiscono nella Bibbia. Narra una imprevista vittoria degli antenati delle tribù d’Israele contro i cananei, portati da carri trainati da cavalli e con impressionanti armi di ferro, che però vengono vinti da un’imprevista tempesta e dal coraggio di due donne, Debora che guida le truppe ebree e Giaele che uccide a tradimento il presuntuoso comandante cananeo. Anche in questo canto epico, tuttavia, chi scrive trova il tempo e il cuore di compiangere la madre del comandante nemico, che aspetta il figlio e non lo vede arrivare. Lo sguardo non è del vincente da celebrare, ma del sofferente, anche se nemico.
Il Dio della Bibbia non è imparziale, ma si mette sempre dalla parte dei piccoli, dei deboli, contro i prepotenti. Di rado cambia la storia, anche nei racconti più antichi, ma la sua posizione non è mai neutrale: è con i più piccoli, con i perdenti, con gli ultimi, sempre. Non ci offre molte argomentazioni direttamente pacifiste, cosa di cui potremmo rammaricarci, ma non tollera la prepotenza e la prevaricazione neppure quando è il perfetto re Davide a mostrarle. Un profeta odierno che proseguisse l’opera di Isaia e Geremia porrebbe Dio a fianco dei groenlandesi, degli ucraini, dei gazawiti, dei civili sudanesi, somali, nordcoreani, dei migranti di ogni continente… Perché il Dio della Bibbia, con una notevole coerenza, quando entra nella storia e trova le croci non le cancella (non rispetterebbe la libertà umana) né si pone dall’alto come giudice imparziale che valuta se siano pene giuste, ma ci sale sopra.