Più di trent’anni fa don Tonino Bello parlava così ad un gruppo di medici volontari: “A di Audacia”, che non significa spericolatezza, temerarietà, ma parresia cioè libertà, franchezza di parola, capacità propositiva di dire le cose, …. C’è un’espressione molto bella negli Atti degli Apostoli, là dove si dice così: “Pietro andò, si alzò in piedi, insieme agli undici e parlò ad alta voce”. Questa è la parresia: alzarsi in piedi, avere il coraggio di parlare… Soprattutto dovremmo dire con chiarezza che: “Opus iustitiae pax”, la pace è frutto della giustizia» (Isaia 32,17), perché non è possibile parlare di pace finché il mondo è così diviso... Dovremmo avere il coraggio di dire che anche la corsa alle armi è immorale... Dovremmo parlare con chiarezza, invece abbiamo paura…. Dovremmo avere il coraggio di dire che la non-violenza è l’unica scelta cristiana in linea con il Vangelo”.
Proprio a partire dalle parole di Don Tonino Bello, la Caritas diocesana e la Chiesa locale hanno il dovere di dire la loro sul tema della pace e della giustizia, parlando di migrazioni e diritti negati.
Cosa significa oggi essere “costruttori di pace”? Nella convinzione che la base della pace sia una società più equa e inclusiva, riteniamo necessario come Caritas porre l’accento su una questione urgente e non più rimandabile: la tutela dei diritti dei migranti, la vergogna di vite sospese in un limbo di burocrazia senza fine.
Dall’osservazione diretta e dal confronto con Caritas parrocchiali, volontari e operatori sociali, emerge con forza una problematica diffusa: la difficoltà di accesso alla procedura di rinnovo o rilascio del titolo di soggiorno. I tempi di attesa per il completamento delle pratiche si sono allungati a dismisura, oscillando tra gli otto e diciotto mesi per chi è regolarmente soggiornante, mentre per i richiedenti asilo il primo appuntamento per la richiesta di protezione internazionale può richiedere fino a 3 mesi, dopo lunghe file e continui rimbalzi tra uffici.
“Una donna con 3 figli, con un lavoro part-time di poche ore settimanali, che prima riusciva ad andare avanti grazie all’assegno unico dei figli e grazie all’A.D.I.(Assegno di Inclusione), aspettando il rinnovo, ha gradualmente perso tali sussidi e ha affrontato la quotidianità con poco più di 400 €. Impensabile con 3 figli, un affitto e tutte le spese. Il rinnovo è arrivato dopo dieci mesi di attesa, dieci mesi di “vita sospesa” ad elemosinare aiuti da amici e conoscenti”.
Un sistema che rallenta l’integrazione
“È mattina presto. Davanti alla Questura della città, decine di persone sono già in fila. Alcune hanno lasciato il lavoro per esserci, altre hanno preso il treno da un paese vicino. C’è chi è qui per la terza volta, chi spera di ricevere finalmente il suo permesso di soggiorno dopo mesi di attesa. Lo scenario si ripete ogni giorno, in tante città italiane: il tempo scorre, ma le risposte tardano ad arrivare.”
L’iter per il rilascio e il rinnovo dei titoli di soggiorno è diventato un percorso ad ostacoli. Lentezza e sovraccarico burocratico costringono migliaia di persone a passare da una coda all’altra, in un limbo fatto di appuntamenti rimandati, documenti richiesti e poi contestati, lungaggini che compromettono la quotidianità. La burocrazia, anziché agevolare il processo, sembra spesso ostacolarlo. I tempi di attesa si allungano ben oltre quelli previsti, con pratiche che restano ferme per mesi, senza aggiornamenti o indicazioni chiare. Questo non solo crea un disagio immediato, ma si traduce in una forma di emarginazione e precarietà: senza un permesso valido, diventa difficile accedere al lavoro, ai servizi sanitari, alla casa, alla scuola per i figli. Per non parlare della frustrazione e dello stress psicologico che si genera nella persona interessata, costretta a dover tornare più volte senza veder risultati nel processo di integrazione.
Ovviamente non possiamo ricondurre la problematica dell’integrazione delle persone migranti esclusivamente alla negligenza delle Istituzioni preposte, la situazione è ben più complessa e merita di essere analizzata e normata. Lo stesso decreto Cutro ha reso più complicata la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per tutte quelle persone che, in vario modo, dal Mediterraneo o dalla rotta balcanica o da altri percorsi, cercano di arrivare in Europa.
Oggi l’Italia si è dotata di Centri di Permanenza Temporanea in Albania, che sono una chiara scelta di nascondere il problema alla nostra vista, perché non tocchi i nostri cuori, cavalcando l’onda del populismo e dei respingimenti in nome di una protezione da un qualche nemico esterno, formato da uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore.
Nella consapevolezza della complessità del mondo in cui siamo, rivolgiamo un sereno invito alle Istituzioni e alle Organizzazioni del territorio, con le quali già si collabora in modo proficuo, per un dialogo pacato e disarmato, ma allo stesso tempo audace e libero, al fine di provare a riflettere su come agire di comune accordo per ridurre le problematiche qui sopra evidenziate.
Certi che ridurre le attese per il rilascio di un titolo di soggiorno non significa solo rendere più efficiente un ufficio, ma permettere a migliaia di persone di riprendere in mano la propria vita, perché dietro ogni documento c’è una persona, una storia, un futuro che non dovrebbe essere lasciato in sospeso.
cuneo
Più di trent’anni fa don Tonino Bello parlava così ad un gruppo di medici volontari: “A di Audacia”, che non significa spericolatezza, temerarietà, ma parresia cioè libertà, franchezza di parola, capacità propositiva di dire le cose, …. C’è un’espressione molto bella negli Atti degli Apostoli, là dove si dice così: “Pietro andò, si alzò in piedi, insieme agli undici e parlò ad alta voce”. Questa è la parresia: alzarsi in piedi, avere il coraggio di parlare… Soprattutto dovremmo dire con chiarezza che: “Opus iustitiae pax”, la pace è frutto della giustizia» (Isaia 32,17), perché non è possibile parlare di pace finché il mondo è così diviso... Dovremmo avere il coraggio di dire che anche la corsa alle armi è immorale... Dovremmo parlare con chiarezza, invece abbiamo paura…. Dovremmo avere il coraggio di dire che la non-violenza è l’unica scelta cristiana in linea con il Vangelo”.
Proprio a partire dalle parole di Don Tonino Bello, la Caritas diocesana e la Chiesa locale hanno il dovere di dire la loro sul tema della pace e della giustizia, parlando di migrazioni e diritti negati.
Cosa significa oggi essere “costruttori di pace”? Nella convinzione che la base della pace sia una società più equa e inclusiva, riteniamo necessario come Caritas porre l’accento su una questione urgente e non più rimandabile: la tutela dei diritti dei migranti, la vergogna di vite sospese in un limbo di burocrazia senza fine.
Dall’osservazione diretta e dal confronto con Caritas parrocchiali, volontari e operatori sociali, emerge con forza una problematica diffusa: la difficoltà di accesso alla procedura di rinnovo o rilascio del titolo di soggiorno. I tempi di attesa per il completamento delle pratiche si sono allungati a dismisura, oscillando tra gli otto e diciotto mesi per chi è regolarmente soggiornante, mentre per i richiedenti asilo il primo appuntamento per la richiesta di protezione internazionale può richiedere fino a 3 mesi, dopo lunghe file e continui rimbalzi tra uffici.
“Una donna con 3 figli, con un lavoro part-time di poche ore settimanali, che prima riusciva ad andare avanti grazie all’assegno unico dei figli e grazie all’A.D.I.(Assegno di Inclusione), aspettando il rinnovo, ha gradualmente perso tali sussidi e ha affrontato la quotidianità con poco più di 400 €. Impensabile con 3 figli, un affitto e tutte le spese. Il rinnovo è arrivato dopo dieci mesi di attesa, dieci mesi di “vita sospesa” ad elemosinare aiuti da amici e conoscenti”.
Un sistema che rallenta l’integrazione
“È mattina presto. Davanti alla Questura della città, decine di persone sono già in fila. Alcune hanno lasciato il lavoro per esserci, altre hanno preso il treno da un paese vicino. C’è chi è qui per la terza volta, chi spera di ricevere finalmente il suo permesso di soggiorno dopo mesi di attesa. Lo scenario si ripete ogni giorno, in tante città italiane: il tempo scorre, ma le risposte tardano ad arrivare.”
L’iter per il rilascio e il rinnovo dei titoli di soggiorno è diventato un percorso ad ostacoli. Lentezza e sovraccarico burocratico costringono migliaia di persone a passare da una coda all’altra, in un limbo fatto di appuntamenti rimandati, documenti richiesti e poi contestati, lungaggini che compromettono la quotidianità. La burocrazia, anziché agevolare il processo, sembra spesso ostacolarlo. I tempi di attesa si allungano ben oltre quelli previsti, con pratiche che restano ferme per mesi, senza aggiornamenti o indicazioni chiare. Questo non solo crea un disagio immediato, ma si traduce in una forma di emarginazione e precarietà: senza un permesso valido, diventa difficile accedere al lavoro, ai servizi sanitari, alla casa, alla scuola per i figli. Per non parlare della frustrazione e dello stress psicologico che si genera nella persona interessata, costretta a dover tornare più volte senza veder risultati nel processo di integrazione.
Ovviamente non possiamo ricondurre la problematica dell’integrazione delle persone migranti esclusivamente alla negligenza delle Istituzioni preposte, la situazione è ben più complessa e merita di essere analizzata e normata. Lo stesso decreto Cutro ha reso più complicata la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per tutte quelle persone che, in vario modo, dal Mediterraneo o dalla rotta balcanica o da altri percorsi, cercano di arrivare in Europa.
Oggi l’Italia si è dotata di Centri di Permanenza Temporanea in Albania, che sono una chiara scelta di nascondere il problema alla nostra vista, perché non tocchi i nostri cuori, cavalcando l’onda del populismo e dei respingimenti in nome di una protezione da un qualche nemico esterno, formato da uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore.
Nella consapevolezza della complessità del mondo in cui siamo, rivolgiamo un sereno invito alle Istituzioni e alle Organizzazioni del territorio, con le quali già si collabora in modo proficuo, per un dialogo pacato e disarmato, ma allo stesso tempo audace e libero, al fine di provare a riflettere su come agire di comune accordo per ridurre le problematiche qui sopra evidenziate.
Certi che ridurre le attese per il rilascio di un titolo di soggiorno non significa solo rendere più efficiente un ufficio, ma permettere a migliaia di persone di riprendere in mano la propria vita, perché dietro ogni documento c’è una persona, una storia, un futuro che non dovrebbe essere lasciato in sospeso.
Migrazioni, diritti negati e ostacoli burocratici
12 aprile 2025
Cuneo
Più di trent’anni fa don Tonino Bello parlava così ad un gruppo di medici volontari: “A di Audacia”, che non significa spericolatezza, temerarietà, ma parresia cioè libertà, franchezza di parola, capacità propositiva di dire le cose, …. C’è un’espressione molto bella negli Atti degli Apostoli, là dove si dice così: “Pietro andò, si alzò in piedi, insieme agli undici e parlò ad alta voce”. Questa è la parresia: alzarsi in piedi, avere il coraggio di parlare… Soprattutto dovremmo dire con chiarezza che: “Opus iustitiae pax”, la pace è frutto della giustizia» (Isaia 32,17), perché non è possibile parlare di pace finché il mondo è così diviso... Dovremmo avere il coraggio di dire che anche la corsa alle armi è immorale... Dovremmo parlare con chiarezza, invece abbiamo paura…. Dovremmo avere il coraggio di dire che la non-violenza è l’unica scelta cristiana in linea con il Vangelo”.
Proprio a partire dalle parole di Don Tonino Bello, la Caritas diocesana e la Chiesa locale hanno il dovere di dire la loro sul tema della pace e della giustizia, parlando di migrazioni e diritti negati.
Cosa significa oggi essere “costruttori di pace”? Nella convinzione che la base della pace sia una società più equa e inclusiva, riteniamo necessario come Caritas porre l’accento su una questione urgente e non più rimandabile: la tutela dei diritti dei migranti, la vergogna di vite sospese in un limbo di burocrazia senza fine.
Dall’osservazione diretta e dal confronto con Caritas parrocchiali, volontari e operatori sociali, emerge con forza una problematica diffusa: la difficoltà di accesso alla procedura di rinnovo o rilascio del titolo di soggiorno. I tempi di attesa per il completamento delle pratiche si sono allungati a dismisura, oscillando tra gli otto e diciotto mesi per chi è regolarmente soggiornante, mentre per i richiedenti asilo il primo appuntamento per la richiesta di protezione internazionale può richiedere fino a 3 mesi, dopo lunghe file e continui rimbalzi tra uffici.
“Una donna con 3 figli, con un lavoro part-time di poche ore settimanali, che prima riusciva ad andare avanti grazie all’assegno unico dei figli e grazie all’A.D.I.(Assegno di Inclusione), aspettando il rinnovo, ha gradualmente perso tali sussidi e ha affrontato la quotidianità con poco più di 400 €. Impensabile con 3 figli, un affitto e tutte le spese. Il rinnovo è arrivato dopo dieci mesi di attesa, dieci mesi di “vita sospesa” ad elemosinare aiuti da amici e conoscenti”.
Un sistema che rallenta l’integrazione
“È mattina presto. Davanti alla Questura della città, decine di persone sono già in fila. Alcune hanno lasciato il lavoro per esserci, altre hanno preso il treno da un paese vicino. C’è chi è qui per la terza volta, chi spera di ricevere finalmente il suo permesso di soggiorno dopo mesi di attesa. Lo scenario si ripete ogni giorno, in tante città italiane: il tempo scorre, ma le risposte tardano ad arrivare.”
L’iter per il rilascio e il rinnovo dei titoli di soggiorno è diventato un percorso ad ostacoli. Lentezza e sovraccarico burocratico costringono migliaia di persone a passare da una coda all’altra, in un limbo fatto di appuntamenti rimandati, documenti richiesti e poi contestati, lungaggini che compromettono la quotidianità. La burocrazia, anziché agevolare il processo, sembra spesso ostacolarlo. I tempi di attesa si allungano ben oltre quelli previsti, con pratiche che restano ferme per mesi, senza aggiornamenti o indicazioni chiare. Questo non solo crea un disagio immediato, ma si traduce in una forma di emarginazione e precarietà: senza un permesso valido, diventa difficile accedere al lavoro, ai servizi sanitari, alla casa, alla scuola per i figli. Per non parlare della frustrazione e dello stress psicologico che si genera nella persona interessata, costretta a dover tornare più volte senza veder risultati nel processo di integrazione.
Ovviamente non possiamo ricondurre la problematica dell’integrazione delle persone migranti esclusivamente alla negligenza delle Istituzioni preposte, la situazione è ben più complessa e merita di essere analizzata e normata. Lo stesso decreto Cutro ha reso più complicata la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per tutte quelle persone che, in vario modo, dal Mediterraneo o dalla rotta balcanica o da altri percorsi, cercano di arrivare in Europa.
Oggi l’Italia si è dotata di Centri di Permanenza Temporanea in Albania, che sono una chiara scelta di nascondere il problema alla nostra vista, perché non tocchi i nostri cuori, cavalcando l’onda del populismo e dei respingimenti in nome di una protezione da un qualche nemico esterno, formato da uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore.
Nella consapevolezza della complessità del mondo in cui siamo, rivolgiamo un sereno invito alle Istituzioni e alle Organizzazioni del territorio, con le quali già si collabora in modo proficuo, per un dialogo pacato e disarmato, ma allo stesso tempo audace e libero, al fine di provare a riflettere su come agire di comune accordo per ridurre le problematiche qui sopra evidenziate.
Certi che ridurre le attese per il rilascio di un titolo di soggiorno non significa solo rendere più efficiente un ufficio, ma permettere a migliaia di persone di riprendere in mano la propria vita, perché dietro ogni documento c’è una persona, una storia, un futuro che non dovrebbe essere lasciato in sospeso.